America primo amore – Mario Soldati #MarioSoldati

«L’America non è soltanto una parte del mondo. L’America è uno stato d’animo, una passione. E qualunque europeo può, da un momento all’altro, ammalarsi d’America».

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Nel 1929 Mario Soldati, appena laureato in Storia dell’Arte, ottiene una borsa di studio di un anno per insegnare in America alla Columbia University. Afferra al volo l’occasione, si imbarca sul piroscafo da Genova a novembre, e durante la traversata -ricorda- la radio parla di quel “venerdì nero”, quel colossale crollo borsistico che metteva fine alla «prosperity», apriva la crisi e preparava la seconda guerra mondiale.

E’ strano pensare a un giovane italiano, appena ventitreenne, che arriva a vivere gli Stati Uniti proprio all’alba del crollo della Borsa. Il 1929 lo pensiamo sempre, nell’immaginario, come un misto di finanzieri che si buttano dai grattacieli e frangette che cercano i locali jazz di Harlem, l’epoca ruggente del proibizionismo e dei bar clandestini, dei gangster e delle signore con stole di visone sulle spalle, dell’esplosione del cinema sonoro, dell’immigrazione e delle lotte sindacali. Miseria, disoccupazione, mendicanti per le vie. Eppure nelle case elettrodomestici e cibo a volontà, nelle città immensi grattacieli e funzionali linee di metropolitana, il progresso che avanza nonostante tutto, velocissimo, inarrestabile. In tutto questo sbarca un giovanotto torinese, che come tutti gli europei di quegli anni vede nel Nuovo Mondo, molto più che un segno sulla carta geografica, la promessa e l’opportunità di un nuovo inizio. Soldati arriva con gli occhi pieni di una visione dell’America che è quella del mito, e al suo arrivo si scontrerà, per tanti versi, con la realtà americana, che non è necessariamente brutta, solo molto diversa da quella immaginata. Arriva col sogno di poter diventare cittadino statunitense e vivere lì; risiede a New York nel campus della Columbia, vivendo la Grande Mela (con qualche soggiorno a Chicago e Denver); dopo due anni però, tornerà in patria per alcuni dissidi con gli accademici del posto e per un certo disincanto che il sogno americano gli ha lasciato. Dall’avventura statunitense ricavò questo breve, bellissimo testo, che ci regala uno spaccato originale e autentico di quell’America al tempo tanto sognata, ma vissuta solo da pochi.

Nella narrazione risultano evidenti due livelli interpretativi. Inizialmente Soldati, come qualsiasi viaggiatore, vede l’America con gli occhi del sogno, del mito, immagini di grandezza, comodità, libertà, la ama con gli occhi dell’innamorato e tutto gli pare bello, luccicante, superiore alla realtà di casa. Poi il tempo passa, l’esperienza prosegue, lo scrittore si cala nel vissuto americano, ed è così che entrano in gioco l’intelletto, la ragione, la critica che mostra il livello del “capire” il lato oscuro dell’America: il disinganno, l’alienazione nel lavoro e nei sobborghi, la solitudine umana. Il suo racconto statunitense risulta quindi altalenante tra queste due fasi esistenziali, l’aura mitica e allegorica del Nuovo Mondo e il mondo lavorativo e quotidiano, quasi mai sereno, gravato dai continui disinganni e dalla crescente frustrazione di un italiano che suo malgrado, pur amando l’America, si ritrova a pensare all’Italia.

Il libro è diviso in capitoli in genere separati tra loro, ognuno descrive una delle tante realtà della vita americana: la Subway e Times Square, le “Principesse di Manhattan”, le figlie delle ricchissime famiglie dei banchieri della Fifth, una sera in un locale di Harlem in mezzo ai neri, gli italoamericani, la religione protestante, Al Capone e la Trinity Church, i professori americani (ahia) e il Cinematografo (capolavoro), un ricordo di Washington e i Week-end. Le immagini e le impressioni scorrono vivissime, i racconti evocativi, le storie sincere; la prosa è fluida, colta, precisa, è un piacere leggerlo. Non è più tanto citato Soldati come scrittore, rispetto ai grandi suoi contemporanei del novecento, ed è un peccato.

E’ un libro molto sincero, che parla di un viaggio senza dubbio arricchente ma allo stesso tempo deludente. E’ impossibile rimanere indifferenti al dolore di Soldati quando parla della miseria di certe povere persone incontrate; alla sua rabbia di fronte all’ignoranza di alcuni esponenti della classe accademica americana, che esercitano ruoli importanti in alcune università solo in virtù di clientelismo e nepotismo; al suo sgomento nel descrivere le vite amare e i sogni rubati di tristi umanità che arrivano dalla campagna americana cercando fortuna nella Grande Mela. Ma ci sono anche pagine di lucido rispetto per una certa etica lavorativa tutta protestante, di ammirazione per un incrollabile ottimismo nel futuro che si sta costruendo semplicemente avendo fede nel proprio costante lavoro. Sente, tuttavia, di non esserci del tutto portato. Ama l’America, ma capisce quanto sia un’amante difficile, quanto pretenda per dare poco in cambio: bisogna lavorare, darsi da fare, avere progetti, carriere, successo, sempre, mai fermarsi. E tutto senza avere alle spalle quella robusta struttura che è la famiglia, il nucleo indissolubile e solidale, ovviamente patriarcale (siamo ancora nel 1929, in fondo, l’Italia fascista è lontana ancora da qualsiasi rivoluzione sociale e progressista), il caldo rassicurante desco intorno al quale egli ancora identifica il vero amore, nella sua esistenza. L’Italia è la casa, la vita, il vino buono, il culto della cucina, la convivialità, le discussioni politiche e sportive ai pranzi domenicali, il quartiere raccolto intorno a un’osteria, i vecchietti seduti nelle vie sotto i balconi fioriti, gli amici di una vita che ti accolgono la sera come se fossi appena uscito anche se sei stato via per due anni. L’America è la solitaria corsa al successo e alla realizzazione dei propri sogni di carriera, il chiasso, la folla, la volata perenne in qualsiasi situazione, per spostarsi si deve andare in velocità, sempre e comunque; il vino spesso scadente, il cibo preconfezionato, l’infinita distesa buia di un sobborgo in cui nessuno ti conosce, l’assenza di un reale legame di vicinato e comunità, l’impossibilità di andare una domenica a pranzo dai parenti (per quanto questa usanza gli risultasse tediosa, in patria) perchè i parenti, anche quelli stretti, sono sparsi ai quattro angoli del Continente, tutti a seguire le proprie carriere universitarie o lavorative. In Italia, insomma, Soldati ama. In America ha avventure e frequentazioni, ma non ha amori, nè veri amici, nè famiglia: è solo, ed è questo, credo, il senso finale del suo smarrimento.

D’altronde, al ritorno in Italia, Soldati si accorgerà che laddove in America il mito gli aveva offuscato la realtà, qui nel Paese dove il Vaticano aveva appena firmato i patti lateranensi con Mussolini, la nostaglia di casa gli aveva filtrato il senso di rabbia e frustrazione al pensiero che il fascismo sarebbe durato per sempre, pareva. Questo libro, America primo amore, era già pronto nel 1934: ma non trovava un editore, perchè in alcune pagine egli esprimeva ammirazione per l’etica del mondo ebreo. Le leggi razziali non sarebbero state votate che nel 1938, tre anni dopo. Ma Soldati capiva bene che aria si respirava; Carlo Levi, un suo carissimo amico, che gli aveva promesso di disegnargli la copertina per il libro, fu arrestato dalla polizia segreta di Mussolini per sospetta attività antifascista, e inviato al confino (dove scriverà, sappiamo, Cristo si è fermato a Eboli). Riesce appena a consegnargli il disegno della copertina prima di entrare in macchina con i poliziotti vestiti di nero e con i manganelli, e Soldati rimane là in mezzo alla via, con in mano il suo foglio, a guardare impotente mentre lo portano via.

Quindi, per me America primo amore rimane un bellissimo libro, coinvolgente e molto vero; un diario di viaggio affascinante, il resoconto di un primo vero viaggio all’estero che, come scrive Soldati stesso, E’ come il primo amore: non lo scorderai mai, rimarrà sempre con te.

Lorenza Inquisition

 

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