Patria – Fernando Aramburu #Aramburu #patria #PaesiBaschi

Autore: Fernando Aramburu
Titolo: Patria
Traduzione: Bruno Arpaia
Editore: Guanda
Anno: 2017


Bittori, Miren, Il Txato, Joxian, Nerea, Xabier, Arantxa, Joxe Mari, Gorka: ho trascorso con loro quattro giorni e mi mancano tantissimo.
Sono i protagonisti di “Patria”, uno dei romanzi dell’anno anche grazie al meritato Premio Strega europeo. Un libro intenso che, attraverso le storie dei componenti di due famiglie, ci spinge a riflettere su importanti interrogativi: fin dove è etico, più che lecito, spingersi per perseguire un ideale politico? Chi sono le vittime di un conflitto sociale, di una guerra civile?
Sono domande che sarà inevitabile porsi, proseguendo nella lettura e riflettendo insieme ai personaggi, le cui storie catturano tutte senza esclusione.
Aramburu scrive in maniera molto particolare, con un uso personale del linguaggio che rompe alcuni schemi tradizionali dello scrivere, ma, dopo poche pagine, una volta abituatisi, il romanzo scorre fin troppo velocemente. Vorrei, infatti, non averlo finito o che ne esistessero non so quanti seguiti, per sapere com’è proseguita la vita dei protagonisti o addirittura cosa fanno, tutti, in questo preciso momento.

Euskal Herria è una parola intraducibile

In lingua basca vuol dire insieme il luogo e il popolo basco, il legame che non si può scindere tra la terra e il popolo che vi abita. Patria, dunque, è al tempo stesso aita e ama, ovvero papà e mamma, è appartenenza assoluta, come la famiglia, ma è anche tragedia, maledizione. Sembrava un residuo del passato, invece la patria è la protagonista della nostra epoca, fatta di Stati senza territorio, di territori senza Stato. Alla patria basca Fernando Aramburu ha dedicato il suo romanzo, un caso letterario in Spagna nel 2016, pubblicato in Italia da Guanda e tradotto da Bruno Arpaia, è ambientato negli anni del terrorismo separatista basco dell’Eta che ha provocato 829 morti tra il 1968 e il 2011. Oggi è la Catalogna a rivendicare la sua identità e indipendenza nel cuore dell’Europa che reclama l’appartenenza a una cultura comune, ma spesso rischia di parlare a uomini e donne che non condividono né radici, né futuro. Per questo occorre riflettere sul passato di una remota zona dell’Europa.” M.L. Bianchi

Dal punto di vista mio personale, poi, leggere “Patria” è stato tornare nell’amata San Sebastiàn: ritrovare i vicoli della Città Vecchia, la baia della Concha, la isla di Santa Chiara… Ricordi per me davvero importanti.
Ho ripensato molto ai miei giorni a Donostia, giorni vissuti in un periodo in cui l’ETA era viva e presente, in uno dei momenti di più intensa attività, e ai discorsi fatti con amici “euskaldun”, al mio sentirmi in qualche modo vicina alle idee “rosse” degli indipendentisti, pur se contraria alla lotta armata.
Questo romanzo mi ha fatto ripensare e rivalutare molte delle mie idee in merito, perché pone l’accento su aspetti che non avevo considerato prima e su cui non avevo mai riflettuto. Mi ha fatto ritornare in luoghi amati e ricordare giorni felici. Mi ha fatto amare questi baschi “di carta” e le loro storie come ho amato quelli reali.
– se esiste ancora, l’anno venturo vorrei tornare a L’Uraitz! –

Loretta Briscione

DESCRIZIONE

Due famiglie legate a doppio filo, quelle di Joxian e del Txato, cresciuti entrambi nello stesso paesino alle porte di San Sebastián, vicini di casa, inseparabili nelle serate all’osteria e nelle domeniche in bicicletta. E anche le loro mogli, Miren e Bittori, erano legate da una solida amicizia, così come i loro figli, compagni di giochi e di studi tra gli anni Settanta e Ottanta. Ma poi un evento tragico ha scavato un cratere nelle loro vite, spezzate per sempre in un prima e un dopo: il Txato, con la sua impresa di trasporti, è stato preso di mira dall’ETA, e dopo una serie di messaggi intimidatori a cui ha testardamente rifiutato di piegarsi, è caduto vittima di un attentato… Bittori se n’è andata, non riuscendo più a vivere nel posto in cui le hanno ammazzato il marito, il posto in cui la sua presenza non è più gradita, perché le vittime danno fastidio. Anche a quelli che un tempo si proclamavano amici. Anche a quei vicini di casa che sono forse i genitori, il fratello, la sorella di un assassino. Passano gli anni, ma Bittori non rinuncia a pretendere la verità e a farsi chiedere perdono, a cercare la via verso una riconciliazione necessaria non solo per lei, ma per tutte le persone coinvolte.
Con la forza della letteratura, Fernando Aramburu ha saputo raccontare una comunità lacerata dal fanatismo, e allo stesso tempo scrivere una storia di gente comune, di affetti, di amicizie, di sentimenti feriti: un romanzo da accostare ai grandi modelli narrativi che hanno fatto dell’universo famiglia il fulcro morale, il centro vitale della loro trama.

Cat Person – Kristen Roupenian #CatPerson #Roupenian

Da qualche giorno è uscita la traduzione italiana della raccolta di racconti che contiene “Cat Person”, la seconda cosa più letta sul sito del New Yorker nel 2017 (dopo il primo articolo di Ronan Farrow sulle accuse a Harvey Weinstein) nonostante fosse stata pubblicata online l’11 dicembre. Nel mondo della cultura se ne è parlato come del primo racconto «virale», cioè diffusosi tantissimo tra le persone attraverso i social network. Grazie a “Cat Person” la sua autrice, la 38enne Kristen Roupenian, ha ottenuto un contratto da almeno un milione di dollari per scrivere due libri, la raccolta di racconti da poco pubblicata e un romanzo: una somma molto alta in generale, e ancor di più se si considera che Roupenian prima di “Cat Person” non aveva pubblicato nulla. Il Post 

Traduzioni di Cristiana Mennella, Gianni Pannofino, Maurizia Balmelli

 Di solito io non mi lascio travolgere dall’hype delle ultime novità, sapientemente costruito dalle case editrici. Lascio passare il momento e poi come dopo l’onda lunga sulla spiaggia, pesco nei detriti per capire se è un corallo o una scarpa vecchia. La biblioteca di solito mi fornisce l’ambiente favorevole per la pesca miracolosa. Questa volta mi sono lasciata tentare. Perché no? Ed eccomi qui a parlare di questi 12 racconti, tutti basati su relazioni malate e situazioni borderline benché in generale replicabili nell’ordinario: storie di malessere quotidiano, di gente comune che annaspa, mente, soffre.

Diciamo che dopo 2 o 3 storie che hanno scaldato i motori e facevano ben sperare in un crescendo, mi sono ritrovata a fissare il vuoto e a domandarmi “perché”. Questo termine racchiude, in effetti molti quesiti retorici che hanno a che fare col tempo. Il mio. Con la motivazione. La sua (della Roupenian, intendo).

“Amava Anna, non ricambiato; Anna amava Marco, non ricambiata; Marco probabilmente amava, non ricambiato, una ragazza a caso che loro due non avevano mai visto. Il mondo era spietato. Nessuno aveva il benché minimo potere su nessuno.”

Ma passiamo ai fatti, vostro onore. In buona sostanza mi è sembrato il libro delle buone intenzioni. È una opera horror? giusto quel cicinnino per gradire e stuzzicare l’appetito, ma non vogliamo spaventare i bambini, vero?

È un’ opera intimista? Oddio, come lo può essere una chat di WhatsApp… il racconto “Il bravo ragazzo” mi ha fatto magicamente tornare indietro negli anni (ma non alla Annie Ernaux, per intenderci), quando tra adolescenti si passava il tempo a sfogliare margherite e a elucubrare mentalmente (detto in italiano standard) su situazioni prevalentemente sentimentali, partorite dal nulla e che approdavano generalmente ad una sindrome da abbandono. Un assaggio: “Di tanto in tanto, Ted si domandava se sarebbe mai riuscito a diventare per lei più di un semplice amico. Lui non le piaceva quanto lei piaceva a lui, questo era ovvio, e di certo non si sarebbe mai presentata da lui, singhiozzando per la passione frustrata, ma… se fosse successo?” e via discorrendo.

Ma allora è un libro che investiga gli abissi del sesso e le sue implicazioni di genere! Bah, a parte la tendenza a mordere i molestatori (“Mordere”) e a fare l’amore con uno che non ti piace, forse per noia o perché non ti vuoi molto bene (“Cat person, appunto), non vedo interpretazioni originali sul coinvolgimento fisico/mentale che ha fatto versare fiumi di inchiostro a letterati e poeti….
Tentiamo l’ultima carta. Sicuramente allora è scritto con uno stile speciale, visionario, un contenuto alla Volodine o una introspezione alla Kleeman, autrice de Il Corpo che vuoi?
No, neanche questo. Vi è molta schiettezza, ironia, un certo tono politicamente scorretto che può piacere. Però per la maggior parte dei racconti, la scrittura è piatta come molti dei personaggi… anzi mi aspettavo -anche con una certa ansia – che apparisse qualche emoticon qua e là.

«Guardandolo cosí, goffamente piegato, la pancia grassa e molle e coperta di peli, Margot pensò: oh, no. Ma il pensiero di quello che ci sarebbe voluto per interrompere quello che aveva avviato era insostenibile; avrebbe dovuto metterci un tatto e una delicatezza di cui sentiva di non disporre. Non era per paura che lui cercasse di costringerla a fare qualcosa contro la sua volontà, ma che insistendo per fermarsi, adesso, dopo tutto quello che aveva fatto per arrivare fin qui, sarebbe sembrata viziata e capricciosa, come una che ordina qualcosa al ristorante e poi, quando arriva il piatto, cambia idea e lo manda indietro».

So che a molti è piaciuto. E va bene così. Non lo sconsiglio nemmeno, perchè è giusto che ognuno si faccia una propria idea, è in fondo un lavoro d’esordio positivo in certi termini, anche se non di certo indimenticabile. Forse è una questione di generazione. D’altra parte negli USA presuppongo abbia fatto molta presa specialmente sui millennials e sul loro mondo.
La ragazza si farà, si dice; ma nel frattempo, mi lustro gli occhi con un po’ di Roth. Philip per l’appunto.

Paola Filice