Dal tuo terrazzo si vede casa mia – Elvis Malaj #ElvisMalaj

Illustratore: A. Ripane
Collana: Racconti

Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti Edizioni) è una raccolta di racconti dello scrittore Elvis Malaj, finalista Premio Strega 2018.

Di questa raccolta di racconti con cui esordisce Elvis Malaj – albanese classe 1990 originario di Blajzë trasferitosi in Italia a 15 anni posso dire di averne realmente apprezzati soltanto due: Scarpe e Morte di un personaggio, con una nota di emerito stupore per quest’ultimo. Scarpe è un racconto che Malaj dedica “alla sua Albania”, e infatti, col pretesto di raccontarci la giornata più brutta dello scansafatiche Dedë, che scialacqua lo stipendio giocandoselo a poker e che va in giro da settimane con le scarpe aperte come la bocca di un alligatore, rabbioso, manesco, e seriale bugiardo, ci dipinge un ritratto succosamente realista e colorito della vita nella cittadina albanese di Bajzë.
Morte di un personaggio contiene invece, mi pare, il manifesto letterario e di pensiero di Malaj, che mette in bocca al suo alter ego, il giovane Kastriot, le sue idee sull’Estetica e sulla ricerca diversità che contraddistingue la vita dell’artista. Egli coltiva la forma della sua unicità forgiando i criteri di Bellezza su cui si impernierà la società futura. E’ un racconto interessante per i discorsi che fa Kastriot con l’irresponsabile, ma bellissima e viva Veronica, mentre il sole langue al tramonto; ed è un bel racconto perché intriga ed è scritto bene. L’estro ispirato che coglie Kastriot quando va a innaffiare le piante in questa casa antica dove la polvere e le cornici delle fotografie esalano ricordi da immaginare, mi ricorda molto certi stati di grazia di cui lo scrittore ha bisogno, per entrare in intima connessione con sé stesso e generare.
Gli altri racconti comunque non li ho trovati propriamente brutti, si leggono scorrevolmente; per esempio A pritni miq?, che prende il titolo dalla formula con cui due giovani amanti fuggitivi, che rimbalzano da una città all’altra percorrendo le due coste marine dell’Italia, chiedono ospitalità agli albanesi del posto, risvegliando in loro la “vera essenza di essere albanese”, con l’introduzione, tratta da una poesia di Alda Merini, sulla promessa di eternità che si fanno gli spiriti divini degli amanti quando si sorreggono di abbracci, e anche Il lupo della steppa, racconto intrecciato con le citazioni dell’omonimo romanzo di H.Hesse, in cui un ragazzo lucido e intelligente, con la mente aperta e senza pregiudizi, si confronta con i preconcetti ripassati al microonde di chi pensa di avere la verità in tasca, e parla usando le opinioni altrui. E così anche tutti gli altri, di cui mi risparmio la sinossi, che ci raccontano le molteplici salse dell’essere albanesi, e del vivere da albanesi, in Italia.
In definitiva leggendoli ho avuto l’impressione di uno scrittore che abbia scelto la nostra lingua, abbracciandola con quella natìa, per raccontarci chi sono gli albanesi in modo schietto e onesto, presentandoci in modo ben preparato usanze, modi di pensare, di vivere e di vedere le cose con un ritmo di sottofondo scandito da quella che è la cifra genetica di un’intera popolazione, quel nervo scoperto di rabbia suscettibilissima ed esplosiva, che pulsa dando un po’ di carne e di sangue ai racconti.

«Come ti trovi in Italia?»

«Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale a un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia.»

Giudizio finale discreto, non mi ha lasciato un segno indelebile e in diversi momenti ho percepito dentro di me una linea di emozione perfettamente isoelettrica, senza oscillazioni e talvolta svanente nel bianco della noia.
Ho comunque apprezzato il tentativo di questo “autodidatta della letteratura” – come lui stesso orgogliosamente si è definito – di scrivere direttamente nella nostra lingua, tentativo riuscitogli tutto sommato abbastanza bene, e l’ampiezza di vedute che traspare nel trattare tematiche delicate come i pregiudizi razzisti, il modo con cui gli altri pensano e vedono gli albanesi, e come loro stessi si rapportano davanti allo scoglio del diverso, un muro che nei racconti arriva molto spesso a frantumarsi e a sciogliersi in conflittuali, ma appassionate, storie d’amore.
Leggetelo se volete trascorrere qualche ora in compagnia di qualche racconto in salsa albanese, e se volete immergervi in una cultura diversa ma che intesse tutto il nostro territorio.

Il razzismo non esiste. E siccome non ci credo, col razzismo non ho mai avuto problemi.

Giulia Casini

Annunci

Ancora io / La scelta di Katie – Lisa Genova #LisaGenova #Piemme

Traduttore: L. Prandino
Editore: Piemme
Traduttore: L. Prandino
Editore: Piemme

La scelta di Katie – Lisa Genova

Il mio intento era esplorare le tematiche patologiche legate al cervello in chiave un poco romanzata, e ho trovato lei, Lisa Genova. Meglio conosciuta come l’autrice di Still Life sul morbo di Alzheimer da cui è stato tratto un famoso film di successo con protagonista Julianne Moore, intitolato Perdersi, la Genova, italiana di nome ma di fatto americana, è una romanziera ma anche esperta in neuroscienze che si è cimentata in altri romanzi su malattie neurodegenerative. È il caso di “Ancora Io” sulla sindrome del Neglect Unilaterale e della “Scelta di Katie” sulla Corea di Huntington (CH). Il significato di questa mia scelta non è stato solo conoscere le caratteristiche essenziali delle varie malattie cerebrali quanto piuttosto il loro impatto sulle persone affette e la capacità di reazione dei malati. Questo è il filo che accomuna le due letture e questo l’intento del mio commento.
In “Ancora io” la protagonista Sarah è una donna in carriera, responsabile delle risorse umane in una grossa società americana. Vive a Boston con 3 figli ed un marito e va a 1000 cercando di sconfiggere la mancanza di tempo, essere sempre la migliore in questa corsa affannosa e restare comunque una buona madre. Ha conflitti irrisolti che si riverberano nei sogni ma essenzialmente non si concede mai il lusso di fermarsi a pensare. Le urgenze hanno la priorità ed essere multitasking è il suo credo e il suo vanto. Nei primi capitoli si sente forte questa ansia da prestazione che coinvolge il lettore sino allo spasimo. Ma la vita riserva sorprese e non sempre piacevoli. In uno di questi momenti in cui guidando si può fare anche altro la ricerca di una agenda nella borsa è fatale. Si verifica un incidente pauroso che cambierà tutta la sua vita, suo malgrado. Una volta in ospedale scopre di aver subito un danno all’emisfero destro, per cui il cervello non percepisce niente di quello che sta a sinistra. Non è cieca ma è come se lo fosse, non è zoppa ma in effetti lo è. Non può utilizzare il piede e la mano sinistra ma in effetti potrebbe, la visione rimanda un tutto che in realtà è una metà. Non c’è più modo di comandare tutto e tutti, al contrario, anche le operazioni semplici, come leggere una pagina di un libro, vestirsi o nutrirsi, diventano per lei sfide dolorosissime, che la impegnano in uno sfibrante lavoro di recupero destinato a dare risultati molto lenti. La sua patologia, la Negligenza Spaziale Unilaterale, le impedisce di riconoscere le parole scritte nella parte sinistra della pagina, di comandare il braccio sinistro, di scoprire l’esistenza delle posate poste alla sinistra del piatto: le operazioni che gli altri compiono senza neppure pensarci per Sarah diventano avventure faticose, a volte al di sopra delle sue capacità. Il multitasking esce di scena, e con esso la felice alleanza tra successo e identità: Sarah è ancora Sarah? Dopo un primo momento di disperazione, ella affronta la malattia con determinazione, “Conoscenza. Pugno. Lotta. Posso farcela.” con Attitude, come è scritto nel poster della sala di riabilitazione. È l’unica strategia che conosce, è l’unica con cui è cresciuta, è l’unica che l’ha difesa durante una infanzia e giovinezza dolorose e solitarie. Ma questo non è l’atteggiamento giusto: “Mi sono tanto concentrata sulla mia sorte orribile e ingiusta che non ho preso in considerazione l’aspetto positivo delle mie condizioni, come se fosse rimasto seduto in silenzio sulla sinistra, presente ma ignorato.” In effetti sul poster non è scritto “vinci” ma “sii grata”. Ora finalmente il vero cambiamento può avere inizio. Romanzo forse un po’ scontato ma raccontato con passione e davvero coinvolgente.

«Katie, e tu?» chiede Patrick.
Sospira. Vuole davvero saperlo?
Sì e no. Certo, scoprirsi negativa sarebbe un enorme sollievo.
Ma in fondo in fondo è quasi sicura di averla.
Però in assenza di una prova clinica indiscutibile
può sempre sperare di non averla.

Ne La scelta di Katie, si parla invece di una malattia meno conosciuta, ma davvero crudele e subdola, la Corea di Huntington (Qui il sito italiano della Onlus relativa). Cosa si può dire a Joe, un poliziotto di Boston di 43 anni che scopre che i suoi movimenti inconsueti, la sua rabbia, la sua paranoia non sono i postumi di una sbronza ma i segni inequivocabili della Corea di Huntington, una malattia totalmente ereditaria neurodegenerativa e senza via di scampo? Nulla, solo si assiste impotenti a questo veloce deteriorarsi; la malattia è genetica ed ereditaria, e al momento non esiste una cura e porta alla morte, è come un killer silenzioso che uccide da dentro e che non soddisfatto è in grado di uccidere anche il resto della famiglia, i suoi 4 figli, suo nipote. Sì, perché la discendenza ha 50% delle possibilità di ereditarla e morire inesorabilmente entro 10 anni. Joe, come Sarah, è abituato a combattere, a gestire le situazioni difficili, come gli hanno insegnato alla scuola di polizia, ma vedere fallire tutto intorno a sé, dal lavoro, alla pensione, e soprattutto i sogni dei propri figli, è troppo. Patrick, Meghan, Katie e JJ potrebbero sapere subito la propria sorte attraverso una semplice analisi del sangue… ma è giusto conoscere il proprio futuro abdicando al proprio presente? Oppure sapere tutto li libererà dell’angoscia quotidiana di sbirciare angosciati le possibili mancanze di equilibrio, mancanze di memorie, difficoltà di parola, gesti incontrollati, pur rimanendo consapevoli? E in queste condizioni è il caso di lasciarsi amare? Avere un figlio? Nessuno può lasciare la scena. Il suicidio in questo caso forse è un atto di egoismo. Vivere per insegnare come morire e per amare gli altri potrebbe essere una possibilità dato che noi siamo più di un DNA.

“Impareremo da te come convivere con la CH e come morirci, papà”. In fondo quello che serve, in ogni vita, è poter credere in qualcosa.

Paola Filice