Heartland – Sarah Smarsh #Heartland #SarahSmarsh @edblackcoffee

Heartland. Al cuore della povertà nel paese più ricco del mondo

Combinando l’analisi sociale e ambientale a uno sguardo intimo, Heartland riflette sui concetti di classe e identità, e su cosa significhi possedere meno di niente in una nazione fondata sul valore dell’abbondanza a ogni costo.

«Il memoir di Sarah Smarsh, lucido e coinvolgente, ci chiede: qual è il problema del sogno americano? Chiunque abbia un po’ di coscienza dovrebbe interessarsi a comprendere l’ineguaglianza, sempre più marcata, nel benessere della popolazione – una classe media solida e in espansione è un requisito imprescindibile per la democrazia e, senza dubbio, per il funzionamento della nostra Costituzione. Heartland è un libro necessario, un ritratto fedele e amorevole della classe media americana, capace di parlare a lettori di qualsiasi estrazione» San Francisco Chronicle

“Il termine “povero” è utilizzato per descrivere chi non ha soldi, ed è anche sinonimo di pura e semplice negatività, come un povero di spirito o povero di risultati. In un Paese in cui ci si aspetta che il valore dell’individuo generi automaticamente benessere, è facile che una persona povera si senta anche marcia. Molti degli adulti che mi hanno cresciuta si ritenevano marci, e lo so perché spesso trattavano anche me come tale.”

Questo è il secondo libro pubblicato dalle Edizioni Black Coffee nella collana This Land. Un libro che per l’ambientazione e i temi trattati ricorda molto da vicino Nomadland, del quale si è parlato più volte qui nel gruppo.

Ad essere protagonisti sono ancora una volta “i perdenti”, quella parte di Stati Uniti travolta e annientata dal paradosso del Sogno americano secondo il quale se sei povero è perché non ti sei dato abbastanza da fare, se sei povero è perché te lo meriti. In Heartland si parla di contadini, dell’America rurale dimenticata in quegli Stati centrali “che si sorvolano dormendo”, gli stati che sono il paniere d’America ma anche i più dimenticati. Gli stati abitati dalla “feccia bianca”.

Attraverso la storia della propria famiglia, l’autrice racconta e analizza il perché decenni di lavoro duro e sacrifici possano portare a nulla di più della mera sopravvivenza. Sarah Smarsh ci parla di generazioni di uomini piegati dal lavoro e dalle dipendenze, di ragazzine destinate a diventare madri a 16 anni, di assuefazioni di vario tipo (l’alcool sempre al primo posto). C’è, di fondo, una sconfinata e comprensibile tenerezza verso questo caleidoscopio di personaggi abituati alla fatica e all’indigenza, sempre a metà tra l’arte di adattarsi e il non avere aspettative. C’è anche, molto forte come spesso succede in chi ha poco, il piacere dell’allegria, della condivisione e dell’accoglienza.

“Eravamo ignari a tal punto della nostra posizione sociale che, nelle rare occasioni in cui si parlava di classi, eravamo convinti di far parte di quella media. Quella parola veniva usata ogni tanto nei notiziari e la interpretavamo come “né povero né ricco”. Dato che avevamo di che mangiare, eravamo convinti di rientrarci anche noi.”

La Smarsh scende nei dettagli di tre generazioni di famigliari (penso siano stati coraggiosi a darle il permesso di pubblicare le loro storie perché potrebbero aiutare qualcun altro, e perché è tutto vero) raccontandoci cosa comporti essere un bianco povero nell’America di oggi. Su tutti emerge la storia della nonna Betty, nonna a 34 anni, 7 mariti e 60 indirizzi cambiati nel corso della sua vita: case, roulotte, catapecchie. Come già visto in Nomadland, a seconda di come vanno le cose, a seconda dei soldi che si hanno in quel momento, si prende, si parte, si cambia casa. Nel tempo di un nulla. Si fa perfino fatica a immaginarlo tanto è distante dal nostro modo di vivere. Malgrado in alcuni punti il libro sia un po’ ripetitivo, a me è piaciuto molto. Racconta cosa c’è dietro quella ragazzina con un figlio aggrappato al fianco che si intravede appoggiata alla zanzariera, sulla porta di un baracca in mezzo a ettari di grano (è questo lo stereotipo al quale ci hanno abituati film e libri). Racconta cosa l’ha portata lì e cosa le impedisce di andare via.

Anna Massimino

Traduttore: Federica Principi

Editore: Edizioni Black Coffee Collana: This land

Mi prendo il mondo ovunque sia – Letizia Battaglia #LetiziaBattaglia

Questa è stata una lettura molto interessante per diversi motivi.

La prima parte del libro è il racconto in prima persona di una delle più famose (forse la più famosa) fotografe italiane. La fotografa della mafia o, come preferisce definirsi, la fotografa contro la mafia. È un racconto semplice, schietto e onesto della sua intensa vita. L’irrequietezza di una giovane moglie e madre che si sente in trappola, irrealizzata, quel suo frenetico ambire a qualcosa di diverso, quella smania per la quale le consigliano due anni di terapia in clinica. E invece Letizia Battaglia sceglie di assecondare quella irrequietezza, di lasciarsi andare, e ha avuto ragione.“Sono nata come persona solamente quando avevo 39 anni: è stata la fotografia a reinventarmi come donna, a darmi un’identità, un’autonomia, a farmi superare timori e ostacoli. È stata la macchina fotografica che ha aperto le porte di quella prigione interiore in cui ero rimasta intrappolata, facendomi scoprire me stessa e la mia intima libertà.”

Il suo è un percorso affascinante, travolgente. Gli ambienti frequentati, le persone incontrate, gli stimoli dati e ricevuti. Lei è una donna determinata, passionale (“quando ho bisogno di vivere qualcosa nessuno deve provare a impedirmelo”). Inoltre c’è quell’amore grande, ossessivo lo definisce lei, per la sua Palermo città alla quale ha cercato a modo suo di regalare bellezza e cultura. Le foto scattate per il quotidiano L’Ora sono il suo contributo al risveglio della città. Le fotografie dei delitti di mafia, con i piedi a bagno nel sangue, sono diventate immagini simboliche. Sua la foto di Sergio Mattarella che estrae dall’auto il corpo del fratello Piersanti crivellato di colpi. Sua la foto di Falcone al funerale di Dalla Chiesa, suo il bellissimo ritratto della vedova di Vito Schifani. Sue centinaia di fotografie di delitti appena compiuti. L’amore e il dolore per la sua Palermo va letto e ascoltato direttamente dalle sue parole, non riesco a concentrare in due righe il significato e l’importanza che quegli scatti rivestono per Letizia Battaglia.

La seconda parte del libro è altrettanto interessante e molto ricca di voci che ripercorrono da diverse prospettive gli anni della guerra di mafia e degli attentati. Devo dire che, come spesso accade quando si tocca questo periodo di storia recente, ho trovato questa parte particolarmente toccante.È la parte del libro che contestualizza storicamente il lavoro di Letizia Battaglia, fornendo una quadro più ampio alla testimonianza diretta e personale data da lei stessa nella prima metà del racconto. Attraverso le testimonianze dei giornalisti che vi lavorarono si racconta la storia del quotidiano palermitano L’Ora che fu la prima e per lungo tempo unica testata a parlare apertamente di mafia, pagando con la vita di tre dei suoi giornalisti. Si analizza poi l’importanza che le foto di Letizia Battaglia ebbero nei processi di mafia (sua la foto dell’incontro di Andreotti con i cugini Salvo) con il contributo, tra gli altri, di Giancarlo Caselli. E si conclude con una lunga intervista con Leoluca Orlando.“In quegli anni la mafia dei Corleonesi ha conquistato Palermo con il sangue e il sangue è entrato nelle mie fotografie. Non pensavo di avere coraggio, ma solamente che dovevo denunciare la mattanza che avevo sotto gli occhi, testimoniarla con la fotografia.”

Anna Massimino

Letizia Battaglia, Sabrina Pisu Mi prendo il mondo ovunque sia

Una vita da fotografa tra passione civile e bellezza

Einaudi