La storia di un matrimonio – Andrew Sean Greer #AndrewSeanGreer #Adelphi

La storia di un matrimonio – Andrew Sean Greer

Traduttore: G. Oneto
Editore: Adelphi
Collana: Fabula

*Un libro su un periodo storico di cui sai poco ( guerra di Corea)

“Se è alla vostra portata scegliete l’estasi; se appena potete, scegliete l’amore”.

Che cosa unisce due vite? “Non so che cosa unisca le parti dell’atomo, ma a legare gli esseri umani sembra sia il dolore”. Sotto la prua della nave del matrimonio c’è quello che lo fa andare avanti sulle acque degli eventi e che non si vede. Come si fa a spiegare un matrimonio, tutta una vita? Andrew Sean Greer ci riesce, tende la mano e colpisce nel segno. Poche frasi incisive scandiscono il ritmo poetico dell’azione: vanno dritte al cuore delle cose e si imprimono a fondo nella mente del lettore. In parte il merito va alla traduttrice e al suono evocativo delle parole che ha scelto di usare per l’inglese dell’autore, ma resta una cosa davvero imprevedibile come faccia Greer a vivere tutte queste vite, essere Pearlie, Holland e Buzz: ci vorrebbero molto più decenni di quelli che ha vissuto per poter conoscere così bene non una ma tre di queste vite, con tutti gli incredibili giri che si susseguono e deflagrano le aspettative del lettore.
Le vicende descritte nel romanzo si svolgono in gran parte a San Francisco nel 1953, nel periodo finale della guerra di Corea. Holland e Pearlie si rincontrano dopo la guerra sulle coste del Pacifico a San Francisco. Decidono di ricominciare la vita da dove l’avevano lascata anche se la guerra ha ferito la loro età dell’innocenza: comprano una casa sull’oceano, adottano un cane e fanno un figlio. Sembra l’inizio dell’idillio post bellico finché uno sconosciuto dal passato di Holland bussa alla porta una sera portando dei regali e insinuandosi nelle loro vite. Troppi colpi di scena che rovinerei descrivendoli, mai scontati e mai semplici come potrebbero sembrare.
Greer dischiude momenti che si dilatano nell’eternità, così come Proust fece a suo tempo: infiniti mondi che si dischiudono dalle nostre scelte e, ad ogni biforcazione, l’inaspettata astuzia dell’impensabile con cui l’autore scansa le direzioni che hanno preso i nostri pensieri per consegnarci a ciò che nessun altro sarebbe in grado di raccontarci, ciò che è sotto gli occhi di tutti ma che nessuno esaurisce dal suo punto di vista, la storia di un matrimonio. Molto bella la descrizione storica, della percezione di una certa fase della storia americana, e interessante conoscere alcune “verità” della guerra fatta dagli americani.

“L’oggetto del nostro amore esiste soltanto per frammenti, una decina se la storia è appena cominciata, un migliaio se lo abbiamo sposato, e con questi frammenti il nostro cuore fabbrica una persona intera. Ciò che creiamo, supplendo le lacune con l’immaginazione, è l’uomo che vorremmo. E meno lo conosciamo più lo amiamo ovviamente. Ecco perché ricordiamo sempre con tanta felicità la prima sera insieme, quando lui era un estraneo, e quella felicità tornerà solo dopo che sarà morto.
Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo e anche se non dovremmo stupirci quando scopriamo che non è vero ci si spezza il cuore lo stesso, è la scoperta più difficile non tanto sull’altro quanto su noi stessi, vedere che la nostra vita è una nostra invenzione; l’abbiamo scritta noi, e ci abbiamo creduto. Silenzio e bugie. La sensazione che ho provato quella sera è stata di tremenda solitudine.”

Stefano Lilliu

“Crediamo tutti di conoscere le persone che amiamo”: così Pearlie Cook comincia a raccontarci gli incredibili sei mesi che sono stati, per il suo matrimonio, una sorta di inesorabile lastra ai raggi X. Siamo nel 1953, in un quartiere appartato e nebbioso di ex militari ai margini di San Francisco, e tutto nella vita dei Cook parla ancora della guerra: la salute cagionevole di Holland, i ricordi tormentati di lei, le loro abitudini morigerate e un po’ grigie. Una vita per il resto normalissima, come sottolinea la voce ammaliante di Pearlie – mentre la sua testa scoppia di pensieri che forse, via via che si disvelano, preferiremmo non ascoltare. Eppure li leggiamo con avidità, rassicurati dal fatto che lei, palesemente, ha intenzione di dirci proprio tutto. Perché, allora, ci sentiamo invadere da un’ansia arcana, da un senso di vertigine e di smarrimento, come davanti a certe atmosfere torve di Edgar Allan Poe? Non solo per il susseguirsi di colpi di scena che ci avvincono a ogni riga sino a condurci all’unico finale davvero imprevedibile.

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Lo Stralisco – Roberto Piumini #RobertoPiumini #Einaudi

Illustratore: C. Mariniello
Collana: Storie e rime

– Guarda là, padre – disse il bambino indicando attorno – vedi, le radici del prato sono nel cielo della terra, e i fiori sono radici nell’aria.
Con la mano aperta copriva da lontano la fascia dipinta sulla parete.
– I fiori sono radici nell’aria. Gli animali entrano ed escono, sono dentro e fuori. Entrano nella terra, escono dal cielo. Il prato li protegge nel loro passaggio. Li protegge. Li sente tutti e li protegge.
Ganuan sollevò la mano del figlio e la baciò.
– È vero quello che dice Sakumat, figlio. Tu sei un poeta.
Madurer sorrise.
– Il prato è un poeta, – disse, e nuovamente si assopì.

Io non lo so cosa ti accade a undici, dodici anni, se ti trovi a leggere un libro così. Non posso saperlo perché l’ho letto che di anni ne ho quaranta. Immagino però ti accada qualcosa di molto bello, nel momento esatto in cui ti ritrovi dentro a una storia di una semplicità accecante, capace di colorarti i sentimenti, di tradurli in gioco e speranza; una storia capace di farti sentire il respiro del mondo, fermandolo senza arrestare il tempo. Immagino che la tua testa di bambino finisca per muoversi dentro a una curiosità liberatoria, in cui scoprire l’amicizia e l’amore, il cosa dell’amicizia e dell’amore, finisce per stordirti di pace, la pace necessaria a credere che la vita valga sul serio la pena, a prescindere da come si è arrotolata a tuoi piedi.
Insomma, questa cosa del *trovare i propri orizzonti*, del mettere segno su segno il Poi della vita, la vita che continua; questa cosa del dialogo fra un adulto e un bambino, dialogo che diventa la possibilità di scegliere dell’adulto e la voracità dell’esserci del bambino, mescolate dentro alle sfumature di una umanità straordinaria (la mia personalissima idea di fede: credere nell’essere umano e nelle sue eccezionali sfumature); questa cosa di un padre che bacia la mano del figlio e in quel gesto c’è tutto quello che significa stare al mondo: questo libro mi ha ubriacata, come solo sanno fare i rosoli, come solo possono le vette, come, nei fatti, solo riescono i brividi procurati alla pelle da altra pelle.
Ecco, regalatevelo, se già non fu. O regalatevelo di nuovo. La bellezza dell’essere umani passa da qui, dalla grandezza del saper dire la vita e l’amore con tutta la loro prepotenza di cose normalissime.

«Viveva nella città turca di Malatya un pittore di nome Sakumat, non giovane ma nemmeno anziano: aveva l’età in cui gli uomini saggi sanno stare in amicizia con se stessi, senza perdere quella degli altri.»

Rob Pulce Molteni

DESCRIZIONE

“Stralisco” è una parola strana, che non si trova sul vocabolario: fa parte di un gioco fra Madurer – un bambino – e Sakumat – un pittore. Madurer è malato e deve stare sempre rinchiuso al buio. Sakumat ha il compito di mostrargli il mondo attraverso i suoi dipinti. Il loro rapporto si trasforma in una storia di amicizia totale che unisce un bambino, un uomo e – sullo sfondo – un padre, in un’avventura molto intensa. “Lo stralisco” è una favola sulla possibile felicità di chi accetta fino in fondo di guardare il mondo attraverso gli occhi della poesia e dei segni dell’arte. Una favola per ragazzi che anche il pubblico adulto ha saputo apprezzare. Le tavole di Cecco Mariniello accompagnano il lettore in un mondo fantastico nel quale la pittura ha il compito di sostituire la realtà.