Un bacio dietro al ginocchio – Carmen Totaro #einaudi #CarmenTotaro

Una madre, una figlia poco piú che ventenne, le quattro pareti della loro casa e un duello di parole e silenzi. Poi una mano chiude a chiave una porta, e quel gesto è uno spartiacque tra il prima e il dopo. Ci sono libri che ti trascinano nel cuore di un mistero rispettandolo, facendolo risuonare sino all’ultimo. Questo libro è cosí: un ingranaggio narrativo perfetto. Ti catapulta con forza nella testa di due personaggi feriti e vivissimi, ti fa vedere con i loro occhi, sentire con la loro pelle, procedere a tentoni con loro. A un passo dal mistero.

È o non è un titolo meraviglioso? Sei lì che ti chiedi cosa significhi, cosa voglia dire… (Sì, poi lo si comprende!)

Una madre e una figlia. La letteratura è ricca di libri che trattano il lato oscuro di questo rapporto, ma ogni volta si trova qualcosa di diverso, un’angolazione differente, qualcosa in più in grado di fare luce su questo legame così profondo, complesso e molto spesso problematico. Qui ci troviamo di fronte a due personaggi che, fin da subito, non fanno davvero nulla per farsi amare (dal lettore), anzi. Una madre bravissima a mentire a se stessa, a chiudere gli occhi di fronte a delle evidenze che rifiuta anche solo di prendere in considerazione, vittima di una cultura che pretende, da lei e dai suoi affetti, sempre il massimo, la perfezione. Anche se è solo di facciata. Una figlia che non si sente mai all’altezza, che non si sente compresa, ed arriva ad accumulare una quantità tale di rabbia e di rancore da… (leggetelo!)

Di certo le due sono incapaci di comunicare fra loro. “Forse, se ne avesse avuto coscienza, avrebbe potuto confessarle che la ammirava in un modo strano e terribile, perché può arrivare il momento in cui si deve avere il coraggio di bruciare tutto, anche la propria madre.”

Percepiamo subito una forte tensione emotiva, e questa sensazione non ci abbandonerà per tutta la lettura. Forse, e questo è il grande pregio di questo libro, la tensione non svanisce neanche alla fine, dopo l’ultimo punto. Perché la Totaro non ci tiene a sciogliere i nodi, non intende spiegarci né insegnarci nulla, non in modo didascalico almeno. Ci porta a farci domande. A chiederci quanto conosciamo i nostri figli, e quanto sappiamo dei nostri genitori. Ad aprire gli occhi sulle cose che non vediamo, o fingiamo di non vedere. A cercare l’alfabeto giusto per capire e farci capire da chi amiamo.

Bellissima scoperta.

Antonella Russi

Editore: Einaudi Collana: Supercoralli Anno edizione: 2021

L’anno che a Roma fu due volte Natale – Roberto Venturini #SEMeditore #RobertoVenturini

(SEM editore/ 192 pagine)

Ho letto questo libro perché candidato nella dozzina dello Strega (li sto leggendo tutti), ma non sapevo bene cosa aspettarmi. Autore a me sconosciuto, titolo originale che, chissà perché, mi portava a credere ad un giallo/noir, ma poi, leggendo le prime pagine ho capito di sbagliarmi… con mia grande gioia.

Mi sono trovata di fronte due personaggi problematici: Alfreda, una donna obesa, accumulatrice compulsiva, con chiari segni di demenza senile e suo figlio Marco, un ragazzo dedito alle droghe e al sesso, ma completamente dipendente dall’amore materno. Bravissimo Venturini nella descrizione della donna, ormai completamente alla deriva in seguito ad una perdita importante, che si muove in una casa fatiscente, ingombra di scatoloni, oggetti, vestiti, utensili sporchi, spazzatura, tutta roba da buttare e da cui non riesce più a separarsi, e con cui crede di poter riempire un vuoto interiore lacerante. Una casa popolata da formiche che le camminano addosso, scarafaggi che si muovono indisturbati tra le pentole, muffa, insetti e tutto ciò che può attecchire su superfici ricoperte da residui di cibo e mai lavate…

Di contorno troviamo altri due personaggi, abbastanza reietti e disperati: un pescatore che si porta addosso un senso di colpa pesantissimo e un transessuale dal cuore spezzato, entrambi segnati da una perdita dolorosa. Il tutto incastonato in un paesaggio di periferia dall’odore salmastro e pungente (siamo a Torvaianica), in un villaggio (“Villaggio Tognazzi”) che in passato ha vantato un illustre inquilino del mondo del cinema, con un via vai di personaggi della cultura e dello spettacolo… e che ormai si avvia verso la decadenza. Mi pregustavo già l’esplorazione di una situazione di disagio e degrado dovuto alla “perdita”, attraverso un punto di vista ed una scrittura che mi sono parsi subito originali ed intelligenti… ma poi, nella seconda parte del romanzo, la narrazione ha preso una direzione completamente diversa, e molto lontana da quanto sperassi, sfociando in situazioni tragicomiche. Grottesche.

Il fulcro del racconto si sposta radicalmente dai problemi esistenziali di madre e figlio al ratto della salma di un personaggio dello spettacolo, con tutta una serie di scene, sicuramente molto cinematografiche (e che richiamano la commedia italiana degli anni ’70), ma che si allontanano completamente dallo scavo psicologico e sociale a cui già (erroneamente) ambivo.Mi sono sentita come un soufflè che si sgonfia appena apri lo sportello del forno… Peccato, perché la scrittura di Venturini mi è piaciuta parecchio, mi è piaciuto il suo tuffarsi nel ricordo di periodi luminosi, di pubblicità di quando io ero bambina, di richiami nostalgici di tempi passati…

Bello anche l’uso della lingua sapientemente intervallata da idiomi dialettali. Insomma il libro ha una sua spiccata personalità, va esattamente dove doveva e voleva andare… quella sbagliata sono stata io e le mie aspettative. Quindi bravo Venturini!

Antonella Russi