La danza dell’orologio – Anne Tyler #AnneTyler #Guanda

 

 La danza dell’orologio – Anne Tyler

 

 

Aveva fatto del suo meglio per essere una buona madre, che per lei significava una madre prevedibile. Si era ripromessa che i suoi figli non si sarebbero mai dovuti preoccupare del suo umore; non avrebbero mai dovuto sbirciare nella sua stanza di mattina per capire come sarebbe stata la loro giornata. Era l’unica donna che conosceva a porsi l’obiettivo primario di essere data per scontata.

Anne Tyler scrive una storia semplice, normale, anche un po’ ordinaria: quella di Willa, una donna di mezza età che per senso del dovere e ineluttabilità attraversa la propria vita placidamente e con una certa serenità. Le colpe dei genitori ricadono spesso sui figli; e la madre leggera e irresponsabile che ha avuto l’ha trasformata in una bambina seria, precisa, affidabile, e quindi in un’adulta che non si lascia andare alle passioni e pensa prima ad accomodare i desideri dei famigliari e poi i propri. Ora, a 61 anni, Willa è una di quelle signore che conducono vite un poco nell’ombra, senza grandi drammi nè passioni: ha due figli ormai cresciuti che vivono lontano e che si rende conto di non conoscere quasi; avrebbe desiderato una carriera universitaria ma il primo marito preferiva averla a casa a occuparsi della famiglia e quindi ha rinunciato; il nuovo marito è in pensione ma molto attivo e piuttosto prepotente, e lei lo asseconda volentieri. Non è infelice Willa, nè con particolari rimpianti; perchè in fondo tutti facciamo scelte di vita che ci portano a volte lontano da quello che avremmo voluto, e tanto vale rassegnarsi e prenderla meglio che si può.

Quello che racconta qui Anne Tyler è però la scelta di Willa di provare a fare un passo fuori dal cammino scelto, e poi un altro, e un altro ancora. Può succedere, in fondo; anche avanti nella vita, anche se non lo si crede davvero possibile, può accadere: c’è sempre la possibilità di trovare un barlume di luce, di arte, di amicizia, di amore (non necessariamente di passione) anche per le persone comuni che si barcamenano senza drammi tra difficoltà e piacevolezze della propria esistenza. Forse anche perchè quella persona che eravamo da giovani e ambiziosi a volte è solo assopita, basta darle un poco di fiducia, a sessantun anni come a tredici o cinquanta.

Quello che la aiutava di più era camminare su un marciapiede affollato, in un centro commerciale pieno di gente, e pensare che quasi tutti lì avevano subito qualche perdita terribile. A volte più di una. Molti avevano perso le persone più care, eppure in qualche modo tiravano avanti. Mettevano un piede davanti all’altro. Alcuni addirittura sorridevano. Quindi era possibile.

Un bel romanzo pacato e sereno, non direi un capolavoro della Tyler ma molto ben scritto, una storia semplice che scalda il cuore. Ogni tanto serve anche un libro così.

Lorenza Inquisition

Divorare il cielo – Paolo Giordano #PaoloGiordano @barbarafacciott

Divorare il cielo -Paolo Giordano

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli

La prima volta che Teresa li vede stanno facendo il bagno in piscina, nudi, di nascosto. Lei li spia dalla finestra. Le sembrano liberi e selvaggi. Sono tre intrusi, dice suo padre. O tre ragazzi e basta, proprio come lei. Bern. Tommaso. Nicola. E Teresa che li segue, li studia, li aspetta. Teresa che si innamora di Bern. In lui c’è un’inquietudine che lei non conosce, la nostalgia per un’idea assoluta in cui credere: la religione, la natura, un figlio. Sono uno strano gruppo di randagi, fratelli non di sangue, ciascuno con un padre manchevole, carichi di nostalgia per quello che non hanno mai avuto. Il corpo li guida e li stravolge: la passione, la fatica, le strade tortuose e semplici del desiderio. Il corpo è il veicolo fragile e forte della loro violenta aspirazione al cielo. E la campagna pugliese è il teatro di questa storia che attraversa vent’anni, quattro vite, un amore. Coltivare quella terra rossa, curare gli ulivi, sgusciare montagne di mandorle, un anno dopo l’altro, fino a quando Teresa rimarrà la sola a farlo. Perché il giro delle stagioni è un potente ciclo esistenziale, e la masseria il centro esatto del mondo.

Non paga delle innumerevoli sfighe de La solitudine dei numeri primi, mi sono voluta flagellare con la lettura di questo capolavoro a lungo preparato.
Premetto che non mi fa impazzire la scrittura di Giordano, se non quando tratta di mete turistiche (pregevoli le sue descrizioni dei paesi nordici in Traveller), non da meno la storia di cui si tratta in questo romanzo è piena di mirabolanti eventi, troppa carne al fuoco, sintetizzerei. La trama acchiappa (almeno all’inizio), è succulenta ma poi, come una grigliata, dove cominci col filetto di manzo e termini con la pancetta di maiale, verso la fine stufa, anzi stonfa. Alla fine non vedi l’ora che crepino tutti, almeno finiscono le boiate.

Ma l’incipit è meraviglioso, sognante: tre giovani si gettano di notte nudi nella piscina di una villa in Puglia. Dalle finestre, la giovane Teresa li osserva rapita dai loro corpi e dai loro giochi. Farà di tutto per conoscerli meglio e li seguirà fino alla loro masseria, che sarà poi il teatro degli eventi principali.

“Ormai ero abituata a trovare Torino più inospitale di come l’avevo lasciata, i viali troppo ampi, il cielo bianco e opprimente come un tendone di plastica. Un giorno Cesare aveva detto: Alla fine tutto ciò che l’uomo ha costruito sarà ridotto a uno strato di polvere di meno di un centimetro. Siamo così insignificanti. E’ soltanto il pensiero di Dio a renderci degni. Fra i palazzi del centro le sue parole mi tornavano in mente e tutto mi appariva precario, fasullo.”

Il romanzo tratta la storia di questi tre amici, praticamente fratelli, che vivono in un luogo pieno di sole e vento, una piccola comunità di ragazzi in affido. Tra questi spicca da subito Bern, colui che divora la vita, e che proprio per questa sua fame riesce a inanellare una serie di cazzate senza fine, partendo sempre da princìpi giusti e sacrosanti, per far finire tutto in schifìo, dalla passione per le donne che incontra, all’amore per la terra di Puglia, dal desiderio di paternità, alla
fuga in un luogo incontaminato… tutto.
Sullo sfondo, la voce narrante, la bella Teresa, ammaliata e ammalata d’amore per Bern, subirà tutti i cambiamenti di rotta, si adeguerà e vivrà all’ombra del suo amore. Il suo agire è aspettare e ricordare. Subirà di tutto e si sacrificherà fino in fondo per il suo Bern. Un personaggio davvero amabile.
In tutto il romanzo si ammassano storie assurde: una specie di famiglia-setta religiosa, che crede in Dio e nella reincarnazione, legge e impara interi passi biblici , seppellisce anfibi e insetti e cerca di educare questi figli con sacrosante buone intenzioni ma tutto sfocerà in tragedia; una pseudo comunità hippie che pratica l’agricoltura autarchica e che durerà 4 stagioni, giusto il tempo che le coppie che la compongono riescano a riprodursi… e poi ciaone, ognuno a casina sua; manifestazioni e presìdi per salvare gli uliveti dall’abbattimento colpevole, risse e ammazzatine, insomma una gran confusione e vani tentativi di creare luoghi e amori durevoli, fallendo più che miseramente, tragicamente.
Al fondo, prima che tutto diventi marcescente, il desiderio bruciante di una vita vera, le vite dei protagonisti si sviluppano tra i disagi, le tensioni, le proteste, le ispirazioni religiose, culturali ed ecologiste.
Gran bella copertina, gran bel titolo, lettura vivida, per certi versi molto coinvolgente e interessante, grande e bella apparecchiata ma non è tutto oro quel che luccica. E lo sappiamo bene.

“C’è sempre molto da conoscere della vita di qualcun altro. Non si finisce mai. E a volte sarebbe meglio non iniziare affatto.”.

Barbara Facciotto