Tripletta Fabio Geda #FabioGeda

Se la vita che salvi è la tua – Fabio Geda

Editore: Einaudi
Collana: Einaudi. Stile libero big

Il protagonista Andrea Luna è insegnante supplente precario in Italia, clochard e lavoratore clandestino negli Stati Uniti, immigrato irregolare in Messico all’inseguimento dell’American Dream. Sullo sfondo, le migliaia di italiani clandestini a New York e i mulos che si affidano ai trafficanti di uomini nel deserto messicano.

“Vedi quel cartello? Quello è il modo con cui il governo messicano finge di contrastare l’emigrazione clandestina. I soldati fanno finta di vigilare. Molti sono sul libro paga dei trafficanti che hanno molti più soldi dei politici che piantano i cartelli per pulirsi la coscienza e fare felici gli americani”.

Mi è piaciuto molto questo libro, ho sottolineato passi su passi, è scritto molto bene, e ha una bella storia. A tratti surreali le vicende, un finale poco accattivante ma tutto sommato suggestivo, incostante il protagonista, talmente descritto bene che vorrei averlo qua davanti per prenderlo a schiaffazzi. Si riflette molto nonostante l’inverosimiglianza di alcune scene, ma del resto non si legge per questo libro per viaggiare o acculturarsi storicamente. Lo leggi e rifletti, su questa Italietta, sul sogno americano, su quello che puoi fare per trovare davvero te stesso. E’ una bella storia, di fragilità umana, incertezze, paura di compiere delle scelte, e amarezza quasi ingenua del protagonista, uno dei tanti che si sente fuori posto, che crede di aver fatto tutto ciò che gli era stato chiesto dalla vita e non riesce a capire perché non abbia avuto niente in cambio, perché continui a sentirsi sbagliato.

“…non vede riflesso solo sè stesso in lui, ma tutti quei figli illusi da genitori che per anni hanno detto che seguire il loro esempio era la cosa migliroe perchè l’universo era in espansione: avrebbero avuto quanto spettava loro, quanto meritavano, avrebbero reso il pianeta un luogo migliore, e che no, non era la rivoluzione la strada, e neppure il dissenso o la sfida, la strada era la moderazione, il compromesso – dovevano solo aver fiducia”.

Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani – Fabio Geda

Editore: Feltrinelli
Collana: Universale economica
Emil Costantin Sabau è un tredicenne rumeno immigrato illegalmente in Italia. Vive a Torino, affidato a se stesso e alla sua voglia di resistere e affrancarsi da un destino avverso. A fargli compagnia, solo l’amico del cuore, Marek, e l’eroe prediletto, Tex Willer. Nonostante sia accolto in casa da un giovane e ricco architetto, ben presto Emil decide di partire e di andare alla ricerca del nonno paterno, un artista di strada che gli scrive lettere vivaci in una strana lingua meticcia, e che è stato visto, l’ultima volta, a Berlino. Durante il suo viaggio attraverso i confini dell’Europa, Emil incontra e si scontra con nuovi compagni di strada, districandosi tra speranze e illusioni, e cercando, giorno dopo giorno, una nuova collocazione nel mondo.
«C’è chi ha una vita come il Mississippi, liquida, lenta, fertile, e chi, come Tex, rischia ogni giorno di morire di sete nel deserto del sale, di sfracellarsi giù dalla scarpata o di congelare sotto una tormenta.
Ho pensato: Perché io, Emil Sabau? Io non sono Tex. Ho solo 13 anni. Anche se, certo, vorrei.
Ho pensato: Devo partire, andare via, lasciare Torino, lasciare la casa di Assunta. […]
Ho pensato: Marek, stasera posso andare da lui.
Poi sarei partito, sarei tornato in Romania. Avrei trovato mio padre e lo avrei fatto uscire di prigione.»

E’ il primo romanzo di Geda, mi è piaciuto ma non posso dire che non onestà che non si senta il fatto che è un’opera di esordio. Comunque Emil, il ragazzino protagonista, è perfetto, vivo, esce dalle pagine e ti guarda negli occhi da sotto lo Stetson di Tex Willer, sulle cui pagine ha imparato a leggere. Rimanendo in tema di preadolescenti esuberanti e molto maturi per la loro età, schiacciati da una vita di incertezze adulte, Emil mi è parso molto più veritiero del Momò di La vita davanti a sè di Romain Gary; là era un autore uomo che parlava tramite la bocca di un bambino, e questo mi ha colpito negativamente, alcune volte l’inverosimiglianza del personaggio mi tirava fuori dalla storia. Emil è indomito e maturo, incerto ed esuberante, coraggioso e infaticabile in un viaggio attraverso l’Europa per cercare il nonno, artista di strada, in compagnia di vari personaggi, tutti molto umani nelle loro debolezze e difetti. Romanzo di formazione con qualche traccia di ingenuità, un romanzo leggero e intenso, e un protagonista irresistibile.

La bellezza nonostante – Fabio Geda

Editore: Transeuropa
Collana: Inaudita big
1983. Un uomo sceglie di fare il maestro, il maestro elementare, ma come primo impiego gli propongono di andare a insegnare in un carcere minorile. Ci resta per trent’anni e vede il carcere trasformarsi attorno a lui: prima i figli degli immigrati del sud Italia, venuti a Torino a lavorare alla Fiat, poi i figli del sud del mondo. E in quel carcere, tra quei ragazzi, tenta giorno dopo giorno di portare pensiero, consapevolezza, cultura. E naturalmente speranza.
«La bellezza, in carcere, è un carotaggio dell’anima; reciproco.»

Questo è un breve, toccante monologo: un maestro che ha insegnato per trent’anni in un carcere minorile, inziando quasi per caso a trattare i ragazzi disagiati, e poi la sua lotta convinta, giorno dopo giorno dopo anno dopo anno, per portare a quei ragazzi, dietro quelle sbarre, non solo cultura ma anche un po’ di speranza. La bellezza nonostante è bellezza, nonostante tutto: il carcere, le sue brutture, la violenza, e l’assenza di libertà, questo è il messaggio da veicolare ai giovani. C’è anche un tratto interessante a livello professionale, la necessità di inventarsi un metodo di insegnamento, il dover cogliere l’attimo, quello che il narratore chiama la didattica istantanea, perché può arrivare un rinnovo della pena o la scarcerazione, l’allievo carcerato oggi c’è e domani chissà, e si deve imparare a veicolare il massimo possibile nel minimo tempo previsto.

C’è anche un contenuto extra, un lavoro multimediale, scaricabile dal sito di Inaudita con un codice inserito nel libro, che collegandosi al sito della casa editrice permette di scaricare, il file audio Per voce sola: 20 minuti di storie, raccontate in prima persona dai ragazzi della Montagnola.

«Intanto, invento modi per sostituire, nella loro vita, l’accidia con la curiosità, il disorientamento con la geografia, il gesto con la parola.»

Lorenza Inquisition

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Questo bacio vada al mondo intero – Colum McCann #ColumMcCann

New York, agosto 1974. La città si ferma, come incantata, e guarda in alto: un funambolo sta attraversando il vuoto tra le Torri Gemelle, in equilibrio su un cavo d’acciaio, a centodieci piani d’altezza. Intorno all’enigmatica figura di Philippe Petit, eroica e insieme così fragile, McCann costruisce un romanzo fatto di storie e voci intrecciate, un’epopea corale di straordinaria universalità: il ritratto autentico e coinvolgente di un’America in bilico tra potenza e rovina, fatta di immigrati e prostitute, preti e artisti, madri ricche e disperate dell’Upper East Side e figli che muoiono in Vietnam. Le loro storie s’intersecano, casualmente e inesorabilmente, a partire da quel giorno di agosto, all’ombra di quelle torri che sono ancora un simbolo di potere, ma già un presagio della caduta che verrà.

“La sola cosa per cui valeva la pena intristirsi era sapere che a volte in questa vita c’è più bellezza di quanta il mondo possa reggerne”.

L’ho finito. Gustato e centellinato. Stavo lì, con gli occhi sulle frasi, il cuore inchiodato, a carpire e capire. Me lo portavo appresso sull’applicazione dello smartofono, ma ogni tanto resistevo alla tentazione di aprirlo. Non è il momento giusto, mi dicevo, non ora, non qui.
Ché questa è una storia che richiede coraggio per leggerla. Ruvida e docile, facile e ostica come la vita.
Il vorticare dei punti di vista.
La semplicità delle coincidenze.
I colpi di scena e quelli di testa.
La complicità che quelle voci sanno instaurare col lettore.
E quella foto. Che tiene insieme tutto, come un cavo teso su due grattacieli destinati a crollare. E un paio di piedi che percorrono il cavo.
I passi dei protagonisti nella vita. La camminata di Gloria. La corsa di Corrigan. Il viaggio di Lara. Gli stivali di Jazzlyn e i tacchi a spillo di Jaslyn. L’andirvieni di Claire. I percorsi in taxi di Salomon. Il metro di Fernando. E naturalmente, i piedi dell’acrobata, meno coraggioso degli altri, inchiodati all’asfalto e al cemento, ma quanto indomiti, nell’affrontare vita e morte, vita in morte, morte in vita, spezzettandole in minutissimi dettagli densi di bellezza.
E quanto altro mi porterò dentro di questo libro. Comprese le domande di mio figlio, finalmente tornato, che studia sul divano vicino al mio, e che mi sente sospirare, esclamare piccoli ah!, e oh!, durante la lettura, e incuriosito dice “ma dev’essere proprio bello sto libro!”.
Lui, immerso nel mistero di analisi due.
Io, in quello della vita.

“C’è chi pensa che l’amore sia la fine della strada, e che se si è abbastanza fortunati da trovarlo, ci si ferma lì. Altri dicono che è come un burrone nel quale si precipita. Ma chiunque abbia vissuto almeno un po’ sa che muta con il passare dei giorni, e secondo l’energia che gli si dedica, lo si conserva o ci si aggrappa, oppure lo si perde, ma a volte capita che non sia nemmeno mai stato lì, fin dall’inizio”.

Lalab Bianchi