Noi – Evgenij Zamjatin #Voland

Romanzo a carattere satirico ambientato nel futuro, NOI è spesso considerato un capostipite del genere dell’utopia negativa o distopia. In esso il totalitarismo e il conformismo caratteristici dell’Unione Sovietica del primo Novecento vengono portati agli estremi, dipingendo un’organizzazione statale che individua nel libero arbitrio la causa dell’infelicità, e che pretende di controllare matematicamente le vite dei cittadini attraverso un sistema di efficienza e precisione industriale di tipo tayloristico. Il romanzo fu pubblicato in inglese nel 1924, ma la prima edizione russa giunse solamente nel 1988, quando venne pubblicato congiuntamente con 1984 di Orwell. Orwell conosceva Noi, avendone letto e recensito l’edizione francese nel 1946, e ne fu influenzato durante la scrittura di 1984.

Ho appena concluso la lettura del romanzo che dovrebbe rappresentare l’apripista del genere distopico. “Noi” è un libro ingiustamente poco noto, di fatto il precursore del ben più conosciuto 1984 di Orwell. Ci immergiamo in un mondo in cui la fantasia non è ammessa e tutto, anche l’essere umano, è ridotto a numeri. In effetti in punti in comune tra i due romanzi sono troppi per pensare che 1984 sia stato il parto esclusivo della mente dello scrittore inglese. In entrambi i casi il peggiore dei mondi possibili immaginati dai due scrittori assomiglia molto al nostro, di mondo. Al lettore valutare la potenza immaginativa dei due romanzieri, se di fantasia si tratta.

Per tornare al romanzo, gli amanti del genere distopico che hanno già letto 1984 (naturalmente!) troveranno non poche difficoltà a leggere il romanzo di Zamjatin che, dal mio punto di vista e solo strettamente sotto il profilo stilistico, appare meno potente. Mentre Orwell usa periodi brevi e piani e un linguaggio abbastanza semplice che riflette e si riflette nella neolingua semplificatrice del mondo orwelliano, Zamjatin si diverte a complicare le cose. La prosa è talvolta arcaica, talvolta contorta, tronca, talvolta allusiva, il tutto intessuto da riferimenti alla matematica. Non tanto perché il protagonista (che scrive una sorta di resoconto-diario) è un ingegnere, quanto perché nella tecnocrazia del futuro la matematica ha preso il sopravvento su tutto, perfino la poesia è pensata e scritta in termini matematici. I nomi sono stati aboliti: il protagonista si chiama (!) D-503, la donna di cui si innamora I-330. Non si tratta, invero, di una storia d’amore come piena ne è la letteratura ma l’evidenza e la prova che nello Stato Unico governato dal Benefattore è rimasto qualcosa, seppur piccolo, una scintilla di umanità. Ed è questa scintilla ad accendere il protagonista e a sottrarlo al torpore di una vita in una società uniformata e uniformante, monotona, in cui il tempo è scandito meticolosamente e in cui non esiste più libertà ne privacy (tutto è costruito in vetro).

“Ogni mattina, alla medesima ora e nel medesimo minuto, noi, milioni, ci svegliamo come un sol uomo… E fusi in un unico corpo che milioni di mani, nel medesimo secondo stabilito dalle Tavole della Legge, portiamo il cucchiaio alla bocca, nel medesimo secondo usciamo a passeggio e ci rechiamo all’auditorium, alla palestra per gli eserci di Taylor, sprofondiamo nel sonno…”.

Quello che doveva essere un resoconto del proprio mondo destinato agli abitanti dei pianeti che raggiungerà l’Integrale (la navicella spaziale la cui progettazione è affidata al protagonista) si trasforma nel racconto di una “malattia”, l’amore per una donna (in un mondo in cui anche i rapporti tra i sessi sono regolati dalle Tavole della Legge), il dubbio che si insinua nel protagonista, la ribellione allo stato delle cose per arrivare poi al finale che -proprio come in 1984- rimette il protagonista al suo posto, quello di uno fra milioni, di un corpo anonimo tra tanti corpi anonimi, destinati a vivere e a morire come se di uomini non si trattasse ma di macchine. Un uomo privo di fantasia, grazie ad un intervento chirurgico che rimuove il pons Varolii.

Noi è stato scritto tra 1919 e il 1921. Il primo computer è stato realizzato nel 1941. La prima navicella spaziale è stata realizzata nei primi anni Sessanta. Non so voi, ma io non riesco ad immaginare neppure come sarà il mondo nel 2021…

Federica Forte

Traduttore: Alessandro Niero Editore: Voland Collana :Sírin Classica

Il grido – Luciano Funetta #LucianoFunetta #Grido #Chiarelettere

Editore: Chiarelettere
Collana: Narrazioni

“Mentre gli androni s’illuminavano e il neon iniziava a bruciare, nuvole impenetrabili attraversavano il cielo sopra la città. Una figura entrò in un vicolo. Un’altra ne uscì, identica alla prima. La strada era cieca.”

Forse solo il silenzio è il commento più adeguato che si potrebbe fare a questo libro. Che non è nemmeno un romanzo, è un’esperienza. Si viene catapultati in questa città di un mondo forse post-apocalittico, forse solamente immaginario, che appartiene alle rovine della vecchia Europa. Tutto è immerso nella notte, e l’ombelico urbano del racconto è la taverna del Kraken, dove tutti i lavoratori si ritrovano appena finito il turno o quando stanno per incominciarlo, per sfondarsi di alcol, sorseggiare una minestra, giocare ai dadi o a carte, tutto sotto la protezione materna dell’ex-prostituta Love Love, che asciuga i bicchieri e dirime le liti. Tra gli avventori spicca la giovane Lena, che insieme a un drappello di altre donne, disperate e orfane, si incammina ogni sera fuori dalla locanda per andare a pulire gli uffici vuoti di notte. Le pause scandite dalle sigarette fumate in tutti i gabinetti, una solidarietà profonda ma anche selvatica che annoda le esistenze di queste donne. Lena è un’orfana che ha vissuto fino ai sedici anni in una casa per ragazze abbandonate, cresciute e educate dai canti incessanti, penetranti e maligni delle Dame, entità senza volto e senza sostanza, sorvegliate da un guardiano notturno che Lena è l’unica a conoscere, attraverso la sua forma triste di Grido. Un grido oscuro e spietato, la massa informe di una recita della Morte. Presto Lena cerca di fuggire, almeno di notte, e scavalcando il Canale, scopre che lungo un muro si trova una fessura verticale. Un passaggio. All’interno, l’Orto di Mendel, forse il vero cuore pulsante del romanzo. Non vi dico nulla di specifico dell’Orto, in cui ho avuto piacere di immergermi nelle pause più intime, quando eravamo solo io, un angolo nascosto, e un libro con le pagine saldamente premute sotto le dita. Lì Lena trova conforto e ali per la sua mente malata e allucinata, immergendosi nell’oblìo insieme ad altri ragazzi dagli occhi enormi e vuoti, spalancati nell’abisso. Presto Simone e gli altri diventano il punto di riferimento per Lena adolescente, fino alla spaventosa caccia che frattura questo mondo di immaginazione per far spazio al crudo gelo della vita adulta. Funetta usa un linguaggio straordinario, le pagine di questo libro sarebbero da rileggere all’infinito fino a consumarle, da declamare a voce alta, da leggere a chi si ama. Il linguaggio è una poesia del buio, carica di metafore, che con pennellate d’arte traccia una realtà mai attentamente descritta, ma che attraverso la fortissima immaginazione evocata, ricca di allucinazioni ai bordi dell’incubo, ci presenta una paesaggio notturno di degrado urbano in cui si stagliano Moribondi e Dormienti, taxi che sfrecciano folli e vuoti, pensiline della fermata dell’autobus abbandonate, fuochi verdi dentro bidoni di combustibile e una neve artica che finisce con l’inglobare e congelare, definitivamente, tutto. Le cose sono viste attraverso la mente schizofrenica di Lena, la cui follìa in questo modo si mescola sapientemente a questa “realtà”, impedendoci di capire se questo è un romanzo ambientato in un ipotetico e macabro scenario futuro, o se la realtà è soltanto la proiezione mentale di una donna che vive una vita marginale e disperata, fino a rimanere inghiottita dal definitivo e ultimo oblìo del suo grido. Per molti versi questo romanzo mi ha ricordato moltissimo La casa del tempo sospeso di Marjam Petrosjan, sia ripensando alla casa in cui abitano i bambini diversamente abili, che si sono isolati dal resto del mondo plasmando la loro adolescenza secondo le regole di un’immaginazione prolifica, durissima e violenta, sia per le atmosfere allucinatorie e cupe che mi rimandano alla tonalità del verde. Non c’è spazio per l’amore e per il bello nel racconto di Funetta, che se ci sono non hanno nulla di luminoso, e sono passati sotto il filtro del degrado, dell’alcol, del senso di colpa e della nera disperazione, come quando Lena e Stepan si baciano sognando di nascosto in un angolo, e quando i loro corpi si fondono abbracciati, o sotto il filtro cariato della fuga in un altro mondo, come accade per l’oblìo mentale nella magnifica e antica natura dell’Orto. Originalissima la trovata del computer dato in dotazione dal Comune ai lavoratori, che attraverso un codice di accesso permette di visitare on-line la tomba dei propri cari, o di fare un’esperienza della Natura completa con tutti e cinque i sensi, come un tristissimo videogioco in cui si cerca di rimanere in contatto con quello che ormai sembra perso per sempre. Menzione di particolarità per l’uso di cerchi e rettangoli neri per rappresentare visivamente laghi e fori veggenti nelle trachee, o loculi ormai dilapidati e vuoti. Un finale che fa accapponare la pelle in ondate di brividi, con il cuore che batte a mille e una mano aggrappata al bordo della sedia.
Un libro da rileggere, anche solo per rigustare a fondo la maestrìa artigianale e poetica con cui scorrono e si susseguono incessantemente le metafore, come un fiume scintillante d’oro che si snoda tra i ciottoli smussati riflettendo l’arancione e il viola del tramonto.

Giulia Casini

Lena Morse è impiegata in una ditta di pulizie. Giorno e notte percorre la grande città in cui il trasporto pubblico ha smesso di funzionare da anni, i defunti vengono seppelliti su internet, la segregazione sociale ha raggiunto conseguenze estreme. Cresciuta senza l’affetto di una famiglia, Lena diventa donna in un microcosmo di alienati, ultimi reduci del lavoro manuale, bambini fantasma, individui sadici e apparizioni che popolano le sue giornate al limite della sopravvivenza. Uno strano amore, l’inquietudine dell’esistenza, la speranza di un futuro spingono Lena a cercare risposte non più su chi è stata ma su chi diventerà, mentre il mistero di un richiamo bestiale, e da sempre innominato, sembra perseguitarla, forse per ucciderla, forse per rivelarle chi è. Ambientato nei bassifondi di una metropoli straniante e vivida, “Il grido” conferma il talento di un narratore che ha la capacità di inventare storie prestando la voce ai nostri incubi e alle nostre paure.