Largo! Largo! – Harry Harrison #SoylentGreen #distopia #NewYork

Lunedì, 9 agosto 1999

La città di New York. Carpita dagli scaltri olandesi agli indiani semplicioni. Tolta con le armi dagli inglesi agli olandesi osservanti della legge. Strappata a sua volta ai pacifici inglesi dai coloni ribelli. Da decine di anni ormai gli alberi sono stati bruciati, le colline spianate, i freschi laghetti colmati e bonificati. Le sorgenti cristalline, ora imprigionate sottoterra, riversano direttamente nelle fogne le loro acque limpide. Dall’isola di origine, la città ha lanciato tentacoli urbani in ogni direzione, diventando una megalopoli.

Durante la mia gioventù brusciata avevo una cotta stratosferica per Charlton Heston e i suoi zigomi, agevolata dal fatto che mio padre si sparava qualsiasi film la sezione di critica cinematografica de il Giorno giudicasse di avventura, e noi bambini con lui. Perciò a ripetizione me li sono visti tutti i suoi, e pure più di una volta; una delle cose che ricordo con più sgomento dei miei occhi da bambina è ovviamente il finale de Il pianeta delle scimmie; ma anche le trame di Occhi bianchi sul Pianeta Terra, e naturalmente 2022: i sopravvissuti (Soylent Green), film ormai divenuti di culto, tratti da romanzi che nel tempo mi sono impegnata a leggere perchè il libro, rispetto al film, si sa.

Largo! Largo! ha una particolarità, ed è che la pellicola è solamente basata su ambientazione e tematiche del libro, usando gli stessi personaggi ma alterando fondamentalmente la trama. Perciò se si approccia il romanzo da fan del film ci si trova davanti a una storia diversa, pur ambientata nello stesso luogo e tempo; e la svolta del film, che non voglio spoilerare perchè se non l’avete visto correte a recuperarlo, non è diventato un cult della fantascienza senza motivo, è a dir poco scioccante (anche per i nostri occhi moderni che hanno già visto un po’ tutto, ormai), laddove il libro rimane di quieta disperazione. Ma comunque, leggendo non si rimane delusi, perchè è davvero un buon libro.

Innanzitutto, e soprattutto, Harrison sa scrivere, e crea un mondo allucinato, in un futuro (il suo, il libro è stato scritto nel 1966 ed è ambientato nel 1999) in cui la società del consumismo ha rovinato la Terra fino all’esaurimento delle risorse naturali; la sovrappopolazione fuori controllo e l’inquinamento hanno fatto il resto. In una New York distopica che assomiglia più a Calcutta che a una metropoli americana, in cui la gente ammassata vive, dorme, defeca per strada, sui pianerottoli, sulle scale anticendio e nelle griglie della metropolitana in disuso, ovunque ci sia un centimetro di spazio disponibile, si snoda una trama che è più una detective story che fantascienza, una storia cupa, inquietante e senza speranza.

Per tenere buona la massa abnorme di umanità cenciosa vige uno stato di polizia, non del tutto totalitario (siamo pur sempre in America, cribbio!), dove lo Stato interviene fornendo acqua e razioni di cibo, non molto, ma per lo meno non si muore di fame. Il protagonista è un poliziotto che indaga su un omicidio commesso nei quartieri alti; perchè sì, siamo nel futuro, ma l’ingiustizia sociale mica è scomparsa, e i ricchi riccheggiano in appartamenti lussuosi permettendosi vizi e prelibatezze come alcool e filetto di carne mentre  la moltitudine sta accovacciata in ogni angolo degli alveari della megalopoli e dipende totalmente dall’acqua e dalle razioni di cracker di alghe concesse.

«E la popolazione raddoppia, e raddoppia ancora, e continua a raddoppiare. Sempre più velocemente. La gente è un’epidemia, un flagello che infesta il mondo.»

Attraversando questo pezzo di America sepolta sotto le vestigia della passata tecnologia ormai inutilizzabile per mancanza di fonti energetiche, il poliziotto risolverà il caso, si interrogherà sul senso della vita e del proprio dovere, e lotterà per mantenere una certa umanità in un mondo che di umano non ha quasi più nulla.

“La tessera della Previdenza suppliva a tutto, a tutto ciò che permetteva di sopravvivere quel tanto che bastava a odiare la vita.”

Largo! Largo! è un classico che appartiene a quell’epoca d’oro del genere fantascienza sociologica, in cui la scienza veniva usata per illustrare con immediata crudezza (e una certa fantasia, d’accordo, ma vogliamo anche divertirci, mica solo riflettere) l’estremizzazione dei mali della società, perchè estrapolavano in modo acuto problemi del sociale odierno, proiettandone nel futuro le estreme conseguenze, descrivendo futuri visti come specchio distorto dell’epoca attuale (per lo scrittore ma, e lì sta la grandezza di questi libri, anche per noi che arriviamo cinquant’anni dopo).

Largo! Largo! è un libro che consiglio, anche a tutte quelle persone (donne) che schivano la fantascienza perchè per istinto lo pensano genere noioso, tecnologico, baborgio: non è nulla di tutto questo, anche se ovviamente è un romanzo un poco datato. Ma rimane un buon libro, che deve parte della sua storia ad altri, in primis Orwell; però laddove l’umanità di 1984 continua a conservare il seme della speranza (in fondo il Grande Fratello, le torture, il lavaggio del cervello e la repressione esistono proprio perchè c’è sempre (ancora) qualcuno che si ribella), nel romanzo di Harrison l’umanità è vinta, passiva, dedita alla mera sopravvivenza, senza un momento di autocoscienza. E’ uno di quei libri in cui speri veramente che a un certo punto tutto si risolva alla Rambo (siamo in America, perdinci!), e invece no, perchè con tutti i suoi difetti, l’America ha sempre avuto scrittori con le palle, e Harrison spietatamente inculca nei protagonisti una rassegnazione cupa verso il futuro di un’umanità in balia di un vortice di eventi sul quale non riesce o non può intervenire.

“Come può, un mondo come questo, andare avanti per un altro migliaio di anni, così? Così?”.

Lorenza Inquisition

 

Nastri – Stefano Solventi #Nastri @nellogiovane69 #recensione

“Un giorno non è degno di essere chiamato giorno se non ne bevo un bicchiere, anzi meglio, un paio. Ho cinquantatrè anni e il fegato un po’ ingrossato. E’ giusto così. Tutto fa un po’ male”.

Nastri. Una favola post-rock Stefano Solventi
Editore: Eretica
Anno edizione:2017
Pagine:176 p., Brossura
In poche ore ho letto, con amabile piacere e rilassatezza, Nastri, di Stefano Solventi; la definizione in copertina del titolo è “una favola post-rock“, post che, vi chiederete? Post- tutto, in realtà: post fine del mondo conosciuto, post- esistenza della musica rock e del suo ascolto, post -possibilità di scegliere come e dove indirizzare le proprie espressioni artistiche. E’ un romanzo ambientato in un mondo distopico, anni dopo una quasi apocalisse; e la razza umana, che non si è estinta, ha inventato nuovi modi di vivere, e soprattutto, di reprimere. Perchè dopo il caos è necessario instaurare l’ordine, a tutti i costi. E perchè necessariamente se c’è un vuoto di potere per troppo tempo, di solito sopraggiunge un regime. La democrazia arriva sempre con fatica, e non è mai una cosa regalata.
I pochi protagonisti di Nastri si dividono in chi è stato giovane prima della catastrofe, chi ha visto l’altro mondo, il nostro mondo, brutto, libero, sporco, imperfetto, con ancora qualche assurda speranza che le cose possano cambiare, anche grazie a una musica che ci ha dato la forza per tutto nei momenti più bui. E chi è nato dopo l’apocalisse, in un nuovo ordine mondiale senza musica rock, con internet regolamentato, con molte meno libertà, anzi quasi nulle, ma molti altri vantaggi: più possibilità di studiare per tutti, assenza di droghe, poca disoccupazione ed estirpazione quasi totale di molte gravi malattie.

E il sunto dell’opera è quindi un po’ questo: che opzioni ci possono essere quando bisogna omologarsi per non morire, se abbia o no senso il piegarsi sempre e comunque, se sia possibile sopravvivere senza soccombere. E ovviamente questo non è tanto (solo) legato a un discorso di regime politico, ma alla vite, alle scelte che ognuno di noi, arrivato oltre i fatidici -anta, si trova di fronte. Perchè la maturità arriva portandosi con passo strascicato cose che da giovane non pensavi possibili, nella tua vita: per esempio, la poca voglia di crescere ancora, di fare, di provarci, semplicemente. Perchè tanto non arriverai mai non tanto addirittura a rifulgere, ma nemmeno un poco fuori dalla mediocrità, e quindi tanto vale battere le solite stesse strade prevedibili: l’opposizione, così naturale in gioventù, diventa orrendamente difficile mentre si cresce, ed è questa la cosa davvero spaventosa dell’invecchiare.

Per quanto riguarda trama e ambientazione, il futuro apocalittico in Nastri c’è ma non è invasivo, non è iper futuribile nè troppo descrittivo o onnipresente in megalopoli e monoliti: semplicemente, c’è. Ci sono articoli di giornale e qualche ricordo, la gente ne parla e ci vive. E’ pura realtà, non fantascienza. E Solventi ha la felice facoltà di fartelo vedere in modo minimale, ma vivo e palpabile, capacità quasi impossibile da creare in narrativa in un romanzo breve. Perciò consiglio questo libro a chi ama il rock e il punk, a chi non ama la fantascienza e a chi invece non può farne a meno, a chi ama i vecchi film noir di Jean Gabin e a chi è cresciuto con Strange Days, a chi ha una vecchia maglia di Iggy Pop e a chi ne ha appena comprata una nuova dei Ramones.
Stephen King nel suo saggio On Writing: Autobiografia di un mestiere, scrive che Non esiste un Deposito delle Idee, non c’è una Centrale delle Storie, un’Isola dei Best-Seller sepolti; le idee per un buon racconto spuntano a quel che sembra letteralmente dal nulla, ti piombano addosso di punto in bianco: due pensieri che prima erano del tutto indipendenti tutto a un tratto trovano un punto d’incontro e si concretizzano in qualcosa di assolutamente nuovo.
Io ho sempre pensato che chi legge riceve questo qualcosa di assolutamente nuovo in un secondo punto di incontro, che trasforma e fa proprio. A volte ci riflette, e ne può uscire addirittura un terzo, e così via. Perchè le idee generano idee, pensieri, ricordi. E se sta leggendo un buon libro, questo processo è inarrestabile, o quasi. Lo è soprattutto perchè un buon libro rimane con te anche nel futuro, con il tempo che passa, e quelle idee che ha fatto nascere magari sbiadiscono, eppure non muoiono.
Nastri per me è un buon libro perchè al di là della storia, della trama con qualche momento di perdonabile candore, che può o meno incontrare gusti e palati, dei personaggi riusciti anche se non sempre perfetti, al di là di tutto parla di una cosa comune a tutti noi, crescere fino al punto di invecchiare, anche se non ancora. E quel non ancora è legato a qualcosa di diverso per ognuno di noi: per me e quasi tutti i miei amici, è uno scaffale di vinili, un lato della libreria, un album pieno di biglietti di concerti che non è ancora completato, nè lo sarà per molto tempo; per qualcun altro è una corsa da completare, il sogno di un viaggio da fare, un assolo da riprovare, il colore perduto di un quadro in una mostra, il sorriso del proprio bambino che cresce. Ma per tutti credo, è quello che dice Stratos a Polly nel romanzo:
-Posso vivere benissimo anche senza.
-Certo. E’ proprio questo il punto. Puoi farlo. Puoi non farlo. Tra le due opzioni c’è un bel pezzo di quello che sei. E di quello che non sei.
Lorenza Inquisition