Il grido – Luciano Funetta #LucianoFunetta #Grido #Chiarelettere

Editore: Chiarelettere
Collana: Narrazioni

“Mentre gli androni s’illuminavano e il neon iniziava a bruciare, nuvole impenetrabili attraversavano il cielo sopra la città. Una figura entrò in un vicolo. Un’altra ne uscì, identica alla prima. La strada era cieca.”

Forse solo il silenzio è il commento più adeguato che si potrebbe fare a questo libro. Che non è nemmeno un romanzo, è un’esperienza. Si viene catapultati in questa città di un mondo forse post-apocalittico, forse solamente immaginario, che appartiene alle rovine della vecchia Europa. Tutto è immerso nella notte, e l’ombelico urbano del racconto è la taverna del Kraken, dove tutti i lavoratori si ritrovano appena finito il turno o quando stanno per incominciarlo, per sfondarsi di alcol, sorseggiare una minestra, giocare ai dadi o a carte, tutto sotto la protezione materna dell’ex-prostituta Love Love, che asciuga i bicchieri e dirime le liti. Tra gli avventori spicca la giovane Lena, che insieme a un drappello di altre donne, disperate e orfane, si incammina ogni sera fuori dalla locanda per andare a pulire gli uffici vuoti di notte. Le pause scandite dalle sigarette fumate in tutti i gabinetti, una solidarietà profonda ma anche selvatica che annoda le esistenze di queste donne. Lena è un’orfana che ha vissuto fino ai sedici anni in una casa per ragazze abbandonate, cresciute e educate dai canti incessanti, penetranti e maligni delle Dame, entità senza volto e senza sostanza, sorvegliate da un guardiano notturno che Lena è l’unica a conoscere, attraverso la sua forma triste di Grido. Un grido oscuro e spietato, la massa informe di una recita della Morte. Presto Lena cerca di fuggire, almeno di notte, e scavalcando il Canale, scopre che lungo un muro si trova una fessura verticale. Un passaggio. All’interno, l’Orto di Mendel, forse il vero cuore pulsante del romanzo. Non vi dico nulla di specifico dell’Orto, in cui ho avuto piacere di immergermi nelle pause più intime, quando eravamo solo io, un angolo nascosto, e un libro con le pagine saldamente premute sotto le dita. Lì Lena trova conforto e ali per la sua mente malata e allucinata, immergendosi nell’oblìo insieme ad altri ragazzi dagli occhi enormi e vuoti, spalancati nell’abisso. Presto Simone e gli altri diventano il punto di riferimento per Lena adolescente, fino alla spaventosa caccia che frattura questo mondo di immaginazione per far spazio al crudo gelo della vita adulta. Funetta usa un linguaggio straordinario, le pagine di questo libro sarebbero da rileggere all’infinito fino a consumarle, da declamare a voce alta, da leggere a chi si ama. Il linguaggio è una poesia del buio, carica di metafore, che con pennellate d’arte traccia una realtà mai attentamente descritta, ma che attraverso la fortissima immaginazione evocata, ricca di allucinazioni ai bordi dell’incubo, ci presenta una paesaggio notturno di degrado urbano in cui si stagliano Moribondi e Dormienti, taxi che sfrecciano folli e vuoti, pensiline della fermata dell’autobus abbandonate, fuochi verdi dentro bidoni di combustibile e una neve artica che finisce con l’inglobare e congelare, definitivamente, tutto. Le cose sono viste attraverso la mente schizofrenica di Lena, la cui follìa in questo modo si mescola sapientemente a questa “realtà”, impedendoci di capire se questo è un romanzo ambientato in un ipotetico e macabro scenario futuro, o se la realtà è soltanto la proiezione mentale di una donna che vive una vita marginale e disperata, fino a rimanere inghiottita dal definitivo e ultimo oblìo del suo grido. Per molti versi questo romanzo mi ha ricordato moltissimo La casa del tempo sospeso di Marjam Petrosjan, sia ripensando alla casa in cui abitano i bambini diversamente abili, che si sono isolati dal resto del mondo plasmando la loro adolescenza secondo le regole di un’immaginazione prolifica, durissima e violenta, sia per le atmosfere allucinatorie e cupe che mi rimandano alla tonalità del verde. Non c’è spazio per l’amore e per il bello nel racconto di Funetta, che se ci sono non hanno nulla di luminoso, e sono passati sotto il filtro del degrado, dell’alcol, del senso di colpa e della nera disperazione, come quando Lena e Stepan si baciano sognando di nascosto in un angolo, e quando i loro corpi si fondono abbracciati, o sotto il filtro cariato della fuga in un altro mondo, come accade per l’oblìo mentale nella magnifica e antica natura dell’Orto. Originalissima la trovata del computer dato in dotazione dal Comune ai lavoratori, che attraverso un codice di accesso permette di visitare on-line la tomba dei propri cari, o di fare un’esperienza della Natura completa con tutti e cinque i sensi, come un tristissimo videogioco in cui si cerca di rimanere in contatto con quello che ormai sembra perso per sempre. Menzione di particolarità per l’uso di cerchi e rettangoli neri per rappresentare visivamente laghi e fori veggenti nelle trachee, o loculi ormai dilapidati e vuoti. Un finale che fa accapponare la pelle in ondate di brividi, con il cuore che batte a mille e una mano aggrappata al bordo della sedia.
Un libro da rileggere, anche solo per rigustare a fondo la maestrìa artigianale e poetica con cui scorrono e si susseguono incessantemente le metafore, come un fiume scintillante d’oro che si snoda tra i ciottoli smussati riflettendo l’arancione e il viola del tramonto.

Giulia Casini

Lena Morse è impiegata in una ditta di pulizie. Giorno e notte percorre la grande città in cui il trasporto pubblico ha smesso di funzionare da anni, i defunti vengono seppelliti su internet, la segregazione sociale ha raggiunto conseguenze estreme. Cresciuta senza l’affetto di una famiglia, Lena diventa donna in un microcosmo di alienati, ultimi reduci del lavoro manuale, bambini fantasma, individui sadici e apparizioni che popolano le sue giornate al limite della sopravvivenza. Uno strano amore, l’inquietudine dell’esistenza, la speranza di un futuro spingono Lena a cercare risposte non più su chi è stata ma su chi diventerà, mentre il mistero di un richiamo bestiale, e da sempre innominato, sembra perseguitarla, forse per ucciderla, forse per rivelarle chi è. Ambientato nei bassifondi di una metropoli straniante e vivida, “Il grido” conferma il talento di un narratore che ha la capacità di inventare storie prestando la voce ai nostri incubi e alle nostre paure.

Largo! Largo! – Harry Harrison #SoylentGreen #distopia #NewYork

Lunedì, 9 agosto 1999

La città di New York. Carpita dagli scaltri olandesi agli indiani semplicioni. Tolta con le armi dagli inglesi agli olandesi osservanti della legge. Strappata a sua volta ai pacifici inglesi dai coloni ribelli. Da decine di anni ormai gli alberi sono stati bruciati, le colline spianate, i freschi laghetti colmati e bonificati. Le sorgenti cristalline, ora imprigionate sottoterra, riversano direttamente nelle fogne le loro acque limpide. Dall’isola di origine, la città ha lanciato tentacoli urbani in ogni direzione, diventando una megalopoli.

Durante la mia gioventù brusciata avevo una cotta stratosferica per Charlton Heston e i suoi zigomi, agevolata dal fatto che mio padre si sparava qualsiasi film la sezione di critica cinematografica de il Giorno giudicasse di avventura, e noi bambini con lui. Perciò a ripetizione me li sono visti tutti i suoi, e pure più di una volta; una delle cose che ricordo con più sgomento dei miei occhi da bambina è ovviamente il finale de Il pianeta delle scimmie; ma anche le trame di Occhi bianchi sul Pianeta Terra, e naturalmente 2022: i sopravvissuti (Soylent Green), film ormai divenuti di culto, tratti da romanzi che nel tempo mi sono impegnata a leggere perchè il libro, rispetto al film, si sa.

Largo! Largo! ha una particolarità, ed è che la pellicola è solamente basata su ambientazione e tematiche del libro, usando gli stessi personaggi ma alterando fondamentalmente la trama. Perciò se si approccia il romanzo da fan del film ci si trova davanti a una storia diversa, pur ambientata nello stesso luogo e tempo; e la svolta del film, che non voglio spoilerare perchè se non l’avete visto correte a recuperarlo, non è diventato un cult della fantascienza senza motivo, è a dir poco scioccante (anche per i nostri occhi moderni che hanno già visto un po’ tutto, ormai), laddove il libro rimane di quieta disperazione. Ma comunque, leggendo non si rimane delusi, perchè è davvero un buon libro.

Innanzitutto, e soprattutto, Harrison sa scrivere, e crea un mondo allucinato, in un futuro (il suo, il libro è stato scritto nel 1966 ed è ambientato nel 1999) in cui la società del consumismo ha rovinato la Terra fino all’esaurimento delle risorse naturali; la sovrappopolazione fuori controllo e l’inquinamento hanno fatto il resto. In una New York distopica che assomiglia più a Calcutta che a una metropoli americana, in cui la gente ammassata vive, dorme, defeca per strada, sui pianerottoli, sulle scale anticendio e nelle griglie della metropolitana in disuso, ovunque ci sia un centimetro di spazio disponibile, si snoda una trama che è più una detective story che fantascienza, una storia cupa, inquietante e senza speranza.

Per tenere buona la massa abnorme di umanità cenciosa vige uno stato di polizia, non del tutto totalitario (siamo pur sempre in America, cribbio!), dove lo Stato interviene fornendo acqua e razioni di cibo, non molto, ma per lo meno non si muore di fame. Il protagonista è un poliziotto che indaga su un omicidio commesso nei quartieri alti; perchè sì, siamo nel futuro, ma l’ingiustizia sociale mica è scomparsa, e i ricchi riccheggiano in appartamenti lussuosi permettendosi vizi e prelibatezze come alcool e filetto di carne mentre  la moltitudine sta accovacciata in ogni angolo degli alveari della megalopoli e dipende totalmente dall’acqua e dalle razioni di cracker di alghe concesse.

«E la popolazione raddoppia, e raddoppia ancora, e continua a raddoppiare. Sempre più velocemente. La gente è un’epidemia, un flagello che infesta il mondo.»

Attraversando questo pezzo di America sepolta sotto le vestigia della passata tecnologia ormai inutilizzabile per mancanza di fonti energetiche, il poliziotto risolverà il caso, si interrogherà sul senso della vita e del proprio dovere, e lotterà per mantenere una certa umanità in un mondo che di umano non ha quasi più nulla.

“La tessera della Previdenza suppliva a tutto, a tutto ciò che permetteva di sopravvivere quel tanto che bastava a odiare la vita.”

Largo! Largo! è un classico che appartiene a quell’epoca d’oro del genere fantascienza sociologica, in cui la scienza veniva usata per illustrare con immediata crudezza (e una certa fantasia, d’accordo, ma vogliamo anche divertirci, mica solo riflettere) l’estremizzazione dei mali della società, perchè estrapolavano in modo acuto problemi del sociale odierno, proiettandone nel futuro le estreme conseguenze, descrivendo futuri visti come specchio distorto dell’epoca attuale (per lo scrittore ma, e lì sta la grandezza di questi libri, anche per noi che arriviamo cinquant’anni dopo).

Largo! Largo! è un libro che consiglio, anche a tutte quelle persone (donne) che schivano la fantascienza perchè per istinto lo pensano genere noioso, tecnologico, baborgio: non è nulla di tutto questo, anche se ovviamente è un romanzo un poco datato. Ma rimane un buon libro, che deve parte della sua storia ad altri, in primis Orwell; però laddove l’umanità di 1984 continua a conservare il seme della speranza (in fondo il Grande Fratello, le torture, il lavaggio del cervello e la repressione esistono proprio perchè c’è sempre (ancora) qualcuno che si ribella), nel romanzo di Harrison l’umanità è vinta, passiva, dedita alla mera sopravvivenza, senza un momento di autocoscienza. E’ uno di quei libri in cui speri veramente che a un certo punto tutto si risolva alla Rambo (siamo in America, perdinci!), e invece no, perchè con tutti i suoi difetti, l’America ha sempre avuto scrittori con le palle, e Harrison spietatamente inculca nei protagonisti una rassegnazione cupa verso il futuro di un’umanità in balia di un vortice di eventi sul quale non riesce o non può intervenire.

“Come può, un mondo come questo, andare avanti per un altro migliaio di anni, così? Così?”.

Lorenza Inquisition