America primo amore – Mario Soldati #MarioSoldati #America

americ

Di Soldati avevo sempre sentito parlare ma non avevo mai letto nulla.
Questo l’ho trovato al mercatino della spiaggia al Lido, a 1 euro.
E’ una sorta di diario, di cronaca della permanenza dello scrittore negli Stati Uniti dal 1929 al 1931, dopo aver vinto una borsa di studio della Columbia University.
E’ un ritratto disincantato, feroce, innamorato, gioioso e disperato di una nazione che non è solo una nazione, come tutti sappiamo: gli Stati Uniti sono un’idea, un sogno, un immaginario reale. E spesso un incubo.
Le pagine scorrono veloci ed è come passeggiare col protagonista: tra italoamericani imbolsiti e fiaccati dalla nostalgia ma allo stesso tempo accecati dal mito a stelle e strisce, baroni universitari italianisti che gli tagliano le gambe, gente disperata che popola la Bowery e ricchi broker che passeggiano per la Quinta Strada.
Ma Soldati non descrive e basta: analizza, ragiona, disseziona l’America.
L’America è un sogno finchè lo guardi da lontano; oppure se ci arrivi e il Sogno lo realizzi.
Nella parte finale c’è un meraviglioso passaggio in cui Soldati descrive il cinema americano; tenendo conto di QUANDO sta scrivendo (anni 30) il risultato è impressionante per carica profetica e precisione analitica. E la conclusione a cui il lettore arriva è una sola: siamo diventati tutti Americani.
Purtroppo o per fortuna aggiungetelo voi , come più vi aggrada.

Alessandro Dalla Cort

Edito da Sellerio, collana La memoria

«New York: la città dove ero stato, dove ero fuggito dall’Italia, l’Italia di allora! Quando ancora ero quasi adolescente; dove avevo vissuto lungo tempo con la speranza di diventare cittadino americano; infine ne ero partito sconfitto per non tornarci più». Così, nel 1979, Soldati rievocava il «sogno» di America primo amore. Ha scritto Lorenzo Mondo «Fra quanti coltivarono da noi, negli Anni Trenta, il mito dell’America, Soldati fu uno dei pochi ad avere calcato il suolo degli States, ricavandone suggestioni esistenziali anziché politiche e letterarie. Non che mancassero le giuste intuizioni critiche su quella nuova realtà, a metà strada fra l’America “amara” di Cecchi e l’esaltazione volontaristica dei Vittorini e dei Pavese. Ma il continente spazioso e aperto come il mondo, che il giovane borsista della Columbia University dovette abbandonare dopo averlo fortunosamente raggiunto, rendeva l’immagine tutta privata dell’usura e del vuoto che sta dietro a ogni utopia o alla sua caricatura; suggeriva la sorda inerzia e lo strappo doloroso che conclude ogni grande appagamento, ogni identificazione o riconoscimento. Oltre la febbre della crescita tumultuosa, c’erano nell’America di allora, sullo “schermo gigante” di cui parlava Pavese, altri motivi che potevano sorprendere Soldati e carpire la sua adesione: il contrasto fra la metropoli e la provincia che si ripeteva con passione rovesciata – attrazione o rifiuto – nel rapporto fra l’America dei grattacieli e l’Europa dei “vieux parapets”; il dissidio stesso tra anima puritana e corpo pagano quale si affermava in una formula, fortunata per quanto contestata, di Beniamino De Ritis». Più volte riscritto, nell’arco lungo di oltre quarant’anni, sempre alla ricerca del romanzo, e nell’inseguimento dell’ Educazione sentimentale di Flaubert, America primo amore è «il più bello» dei libri di Soldati: «Il lato stupendo del libro sta nel fatto che due giovinezze si incontrano: il febbrile fervore dello studente torinese con l’enorme vitalità americana; sicché i confusi desideri di Soldati, il suo amore che non sa trovare un limite nelle cose, provocano, appena si produca il contatto con una realtà così enorme e diversa, una tensione elettrica, una febbre incandescente. Anche se già corroso dalla delusione, America primo amore è forse l’ultima Isola del Tesoro dei nostri anni» (Pietro Citati). Questa nuova edizione recupera in appendice il racconto visionario I giornali dell’alba, non più ristampati dal 1945. E integra la Storia di una copertina con un «ricordo» di Carlo Levi. Completa il volume un viaggio dentro la riscrittura dell’opera. Salvatore Silvano Nigro

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