The bookseller of Kabul – Asne Seriestad #AsneSeriestad #Kabul

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Dopo l’11 Settembre 2001, l’esercito islamico dell’Alleanza del Nord, insieme agli Stati Uniti, riuscì a liberare in poche settimane gran parte dell’Afghanistan dal regime talebano, per arrivare a Kabul a novembre. A seguito di queste truppe alleate c’erano numerosi reporter stranieri, tutti insieme a condividere le sorti dei militari: dormivano in capanne di terra o pavimenti di pietra, viaggiavano nei cassoni dei camion o a piedi, per settimane in mezzo a polvere da sparo, fango e macerie. Una di questi reporter era Asne Seriestad, una biondissima norvegese che entrando finalmente a Kabul liberata dai talebani, vide per prima cosa una libreria e -come sono certa tutti noi capiamo- ci si precipitò dentro. Dopo mesi di guerra al fronte, poter prendere in mano dei libri e pensare a poesia e letteratura era quasi meglio di una doccia calda. Il libraio, Sultan Khan,  era un signore brizzolato che parlava inglese, che aveva scaffali ricolmi di volumi in diverse lingue, raccolte di poesia, leggende afgane, letteratura e storia. Con le truppe stanziali a Kabul, la giornalista prese l’abitudine di passare intere giornate alla libreria. Il proprietario criticava il regime talebano, le raccontava di come la sua rivendita avesse attirato le ire di ogni governo che si era succeduto nella città: prima i comunisti, poi i mujahidin, poi i talebani, i più ignoranti, che avevano bruciato tutti i libri di arte e quelli che avevano immagini, ma lasciando sugli scaffali opere eretiche perchè erano analfabeti e non erano in grado di intendere altro dei libri se non distinguere quelli con le figure da quelli solo scritti. Sultan Khan era un uomo che era stato imprigionato tre volte durante la sua vita, la sua libreria chiusa, il suo contenuto dato alle fiamme; eppure era noto in città per la sua inesauribile raccolta di libri proibiti che teneva in vari nascondigli, per la sua incessante fornitura di letteratura occidentale all’intellighenzia di Kabul, per essere un uomo colto e liberale con idee progressive.

Trovandolo un soggetto molto interessante, la reporter decise di scrivere un reportage sulla vita del libraio e della sua famiglia, e molto gentilmente Sultan Khan le diede il permesso di vivere a casa sua indisturbata per quattro mesi, affiancandole la sorella minore come interprete, lasciandole carta bianca sulle domande e sull’argomento di cui voleva scrivere. Questo è il tuo libro, lo scriverai come vuoi tu, benvenuta.

Il libro che Asne scrisse non fu quello che pensava avrebbe scritto: non c’erano mai autori, poeti, letterati a visitare la libreria. Al di là delle belle parole liberali, Sultan Khan era generalmente più interessato ad accumulare soldi che cultura: aveva tre figli adolescenti, e nonostante lo chiedessero ripetutamente, a nessuno di loro era stato permesso di andare a scuola oltre le elementari. Dovevano tutti lavorare, 12 ore al giorno, o alla libreria o in uno degli altri negozio del padre, che non si fidava di nessuno se non dei propri eredi con i propri soldi. Questi erano ragazzini ricchi, non avevano mai sofferto la fame o il freddo, con un padre che ardeva di passione per i libri e la cultura, per le parole e i racconti, un padre che sognava di aprire altre librerie in città e soprattutto un grande centro culturale a suo nome, costretti da quello stesso padre padrone a rinunciare ai propri sogni in nome della legge spietata del patriarcato.

I veri colori del libraio escono comunque nella vita famigliare nei riguardi delle donne. In casa di Khan vivono due mogli, tre figli maschi, due femmine, due fratelli, tre sorelle e l’anziana madre. Tutti obbediscono al volere del patriarca, e le donne subiscono il trattamento più degradante. La prima moglie, dopo venticinque anni di matrimonio, viene informata dal marito che sta comprando una nuova moglie, una ragazzina di 16 anni, perchè un uomo ha le sue necessità, e perchè, in fondo, può farlo, e lo fa. La sorella minore del libraio, Leila, diciannove anni, è la schiava di casa: prima di lei vengono tutti i maschi, perfino i suoi nipoti, i ragazzini che vorrebbero studiare e invece devono lavorare, e sfogano su di lei le proprie ire tirandole i capelli o insultandola quando il padre non c’è. Lavora per tutta la famiglia, alzandosi alle cinque e andando a dormire a mezzanotte dopo aver rigovernato, occupandosi di tutto, cucina, pulizie, cura dell’anziana madre e dei bisogni dei maschi. La sua libertà non è prevista: quando le sorelle maggiori saranno date in sposa toccherà a lei, maritata a un uomo che sceglieranno suo fratello e sua madre, senza che lei abbia voce in capitolo. La società in cui vive,  d’altronde, è un contesto culturale dove «il termine per sposa e bambola è lo stesso: arus». E una bambola non può che dipendere da chi la possiede.

Questo libro ha messo a dura prova la mia pazienza, i protagonisti maschi sono, non esiste altro modo di dirlo, dei porci maschi sciovinisti. L’ho letto perchè per il mio biblioviaggio intorno al mondo volevo una descrizione di uno spaccato di autentica vita in Afghanistan, e l’ho avuta. Il problema è che ne sono uscita con la voglia di insensati atti di violenza nei confronti degli uomini afgani, e il desiderio di scuotere il Kindle così forte da far uscire quelle storie dallo schermo per calpestarle e poi bruciarle.

Non è neanche il discorso del matrimonio combinato, o dell’essere passabile di condanna a morte se si commette adulterio (solo la donna, l’uomo va in carcere) o del non poter andare a scuola perchè a una femmina tanto non serve, o del dover lavorare come una schiava a casa per i maschi o del non poter parlare con nessuno se non una donna della propria famiglia. E’ che è tutto insieme, e soprattutto perchè anche dopo che i talebani se ne sono andati, la loro schiavitù mentale rimane: le donne adesso possono truccarsi e darsi lo smalto, ballare e ascoltare musica. Ma lo fanno a casa propria, senza che le veda nessuno, e si truccano sotto il burka: sono così indottrinate dall’idea che è sbagliato essere viste in pubblico, che non sono a loro agio a farlo neanche se legalmente adesso potrebbero. Sono figlie del terrore, dopo anni di proibizioni di mullah e talebani, peraltro incoraggiate dai maschi di casa, sono loro stesse a negarsi il permesso di essere libere. Il governo adesso esorta le famiglie a mandare a scuola tutti i bambini, di entrambi i sessi. Ma quando Leila decide di iscriversi per recuperare gli anni perduti, scopre che le classi sono miste, ed è tale la vergogna di dover sedere in mezzo ai maschi a volto scoperto che corre a casa, piangendo perchè il suo misero tentativo di essere autonoma è fallito, e perchè non è in grado di imporsi di combattere.

E’ un libro che ho trovato veramente disturbante, e non penso che sia per un senso esasperato di femminismo (che pure senz’altro possiedo): questa è la lettura di basilari diritti umani e civili che vengono costantemente negati, strappati, repressi, e penso che chiunque abbia difficoltà a uscirne senza sentirsi rabbiosamente coinvolto. E’ vero che in un certo senso giudicare per noi è sia semplice sia forse sbagliato, e che ogni cultura ha la sua storia che deve seguire il suo corso. Al tempo stesso la disperazione e l’umiliazione di queste vite sono impossibili da ignorare.

E’ una lettura interessante, certo necessaria per la comprensione di una certa cultura. Come stile la narrazione va a tratti, le storie della famiglia si intersecano con quelle delle varie dominazioni politiche del Paese, ma è comunque scritto in forma di romanzo quindi la lettura scorre. L’ho letto in inglese ma c’è anche in italiano: Il libraio di Kabul – Åsne Seierstad Editore: Sonzogno

Lorenza Inquisition

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