Lily King – Euforia #LilyKing

euphoria

Come cominciare una recensione nel modo più obiettivo quando si è totalmente sbilanciati verso un libro?
Mi è piaciuto tantissimo e sono ancora entusiasta ma non so spiegare bene il perché. Nel libro la King descrive bene questo stato che dà il titolo al romanzo: è l’euforia che colpisce di punto in bianco l’antropologo che dopo aver brancolato nel buio d’un tratto trova una chiave di volta, un lampo di genio che gli permette di accedere momentaneamente ( fino al prossimo black out intellettuale) a un mondo culturale che prima gli era precluso. Credo che la sua bravura si misuri proprio in questo tipo di “sapore” che riesce a trasmettere: la stessa euforia di essere penetrati nel cuore del romanzo, ma poi la stessa frustrazione di non saperlo spiegare a parole.
La trama romanza in maniera del tutto alternativa le vicende storiche che hanno permesso che le vite di Bateson e di Mead si incrociassero per breve tempo in Papua Nuova Guinea prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. L’autrice osa, ma con tenerezza, inventando nuove strade, concependo finali alternativi alle scelte di vita che portarono al matrimonio dei due antropologi e al loro sodalizio intellettuale. Mi piace, come ha sottolineato Renato nella sua recensione, il modo in cui la King descrive lo scrivere a macchina della Mead: per il primo marito, Fen, è frustrante, è ossessivo ed è l’aspetto che di Nell/Margaret Mead più odia. Per Bankson\ Bateson invece rappresenta l’ordine di cui ha bisogno, che gli dà conforto e che lo aiuta a creare e a ragionare. Quello che da subito traspare dalle parole della King è che “il senso per me sono gli altri”, è infatti lo stesso gesto, la stessa persona sono relativi alle circostanze e agli individui: ciò che per Fen è l’inferno, per Bankson è il paradiso.
Le parole che più mi hanno colpito perché di più mi hanno fatto immedesimare: “… Nel mio lavoro credo di cercare soprattutto la libertà, in questi posti lontanissimi cerco un popolo dove le persone si diano lo spazio per essere come hanno bisogno di essere. Forse non troverò mai tutto questo in una sola cultura, ma in diverse culture, a pezzi, forse sì, e forse li potrò mettere insieme, comporre un mosaico e farlo vedere al mondo. Ma il mondo è sordo.”
Letto tutto d’un fiato: non è mai stato così bello trascurare tutti i miei doveri e ritagliarmi un pezzo di questa libertà che Nell va cercando.

Stefano L.

Risvolto

I protagonisti di questo libro sono, con nomi diversi, tre personaggi fuori scala dell’antropologia novecentesca: Margaret Mead, Reo Fortune e Gregory Bateson. La scenografia sono le misere capanne dei tre sulle sponde del fiume Sepik, a Papua, quel mondo separato di acque rosa e cieli verdi che ancora oggi non compare sui nostri gps, e che negli anni Trenta era, molto semplicemente, l’Ignoto. L’azione coincide col lavoro sul campo del trio, in ciò che aveva di lievemente comico (la corsa ad accaparrarsi la tribù più esotica, o più interessante da studiare) e in ciò che conteneva, invece, di esaltante (la nascita, dal vivo, di molte delle idee che continuiamo a usare, nel tentativo di conoscere ciò che è altro da noi). E la corrente sotterranea che a poco a poco innalza la temperatura di quella prossimità concitata e febbrile è, come in fondo non si poteva prevedere, una grande e lacerante passione amorosa.

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