Salvatore Niffoi – Cristolu #ilMaestrale

Prima di diventare relativamente famoso come vincitore del Premio Campiello 2006, Salvatore Niffoi, scrittore di Barbagia, ha scritto alcuni romanzi per una piccola casa editrice di Nuoro, “Il Maestrale“. Cristolu è la storia di un frate-bandito, narrata da Niffoi con la consueta incisività nel descrivere i paesaggi dell’interno della Sardegna ed i personaggi a volte grotteschi ma sempre pieni di umanità, la breve e intensa parabola di Barore Suvergiu, figlio di poveri pastori, predestinato ad un’esistenza miracolosa: grande nell’amore verso i più deboli e spietato nella vendetta contro chi li minaccia.

Con l’intenzione di farvi venire voglia di leggere questo libro, che a me è piaciuto molto, vi riporto l’inizio del manoscritto che dà origine al romanzo:

“Mi chiamo Barore Suvergiu, noto Cristolu. Nato a Orotho il giorno diciannove Febbraio del 1850. Stato civile nubile e professione nessuna. Un po’ frate e un po’ bandito, questo lo decida chi leggerà un giorno la mia storia. Altezza un metro e sessantacinque senza i cosinzos, capelli pochi, occhi verdi e sempre tristi da quando il destino mi ha dato un calcio nel basso ventre e il Signore non è riuscito a trattenere la mia collera. Segni particolari: una cicatrice da forcipe sulla tempia sinistra e una da coltello sul fianco destro.”

Paolo Messina

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Maria di Ísili – Cristian Mannu #recensione

cristianmannu-mariadiisili

Vincitore del Premio Calvino 2015, questo libro mi è servito per colmare un poco due questioni sulle quali la mia ignoranza regna quasi sovrana, le storie della Sardegna e la giovane letteratura italiana contemporanea.

E’ un’opera costruita, idealmente ma anche effettivamente, come Spoon River: ogni capitolo narra in prima persona la storia di una persona, e la vita di ogni narratore che parla ruota intorno a uno stesso avvenimento comune a tutti i personaggi, accaduto molti anni prima. Ognuno racconta quindi la propria storia ma anche la propria versione della vicenda, dal proprio punto di vista, lasciando capire a chi legge che la verità non è mai una, e che ogni prospettiva, nelle umane vicende, ha una sua importanza. Tutti i personaggi parlano di amore e odio, di tradimenti e di vergogna, di ribellioni pagate a caro prezzo in tempi dove il perdono non trova strada; e il tema, per tutti, è il ritorno, inteso come recupero delle radici, come riappropriazione della terra e delle tradizioni, come riconoscimento di un’origine.

E’ un libro pieno di poesia, di lingua molto musicale, che si destreggia nel susseguirsi dei flussi di coscienza. Mi è piaciuto, con qualche riserva: la trama è quasi inesistente, e con la struttura scelta, che come ho detto consiste in una serie di personaggi che raccontano ognuno la propria visione di uno stesso fatto, dopo dieci versioni risulta inevitabilmente ripetitiva, e un poco stanca. C’è anche un altro difetto, per così dire di ambientazione: dalle prime storie si pensa di intuire che la vicenda accada a fine Ottocento, primi del Novecento; più avanti però si parla di Dopoguerra, poi ancora più avanti di droga e scudetto del Cagliari, insomma accetto che sia un tempo sospeso, che i sardi nell’entroterra vivano (forse) ancora in un mondo a parte tra accabadore e matrimoni riparatori, però il pensiero che ci sia un problema di pesi atavici in personaggi che interagiscono nella nostra contemporaneità mi è apparso troppo forzato. E’ il genere di tragicità che trovi e accetti in Verga, un tipo di dolore atavico dell’entroterra isolano che non può realmente proiettarsi oltre il dopoguerra, per me. E, per citare una lettrice su Anobii, sul dramma sardo ha già detto tutto la Deledda, non puoi creare altri personaggi deleddiani credibili.

Il mio problema principale con la narrazione, comunque, è il tentativo di far parlare dieci personaggi diversi, con dieci diverse voci, mentalità, emotività: non mi pare che l’autore ci sia riuscito, alcune figure si confondono con quelle dei capitoli precedenti, alcune voci non si distinguono: se non fosse indicato il nome di chi racconta all’inizio del capitolo, non si coglierebbero le differenze, nè si saprebbe chi sta parlando. Anche il personaggio principale, che dà il titolo al libro e principale poi in fondo non è, racconta la sua storia già nel secondo capitolo, poi scompare, dimenticata, sopraffatta dalle altre narrazioni.

Leggo in rete lodi in certo modo sperticate per il nuovo talento, il giovane genio, la penna felice; io non mi spertico, ma nemmeno mi sono annoiata, nè l’ho trovato poi brutto. Se volete leggere un libro di un giovane autore italiano, facendovi trasportare dall’immaginazione tra l’antica arte di intrecciare rame e lana sul telaio e il vento che profuma di rosmarino, io un giro a Ísili ve lo consiglio; però se avete già letto molto di letteratura sarda, non credo vi sia proprio necessario anche questo libro.

 

Lorenza Inquisition