Il Muto di Gallura – Enrico Costa #EnricoCosta

Disfida 1: uno scrittore del Sud Italia poco conosciuto

Racconto storico sardo

La casa in cui ho abitato per i primi 28 anni della mia vita era vicino a via Enrico Costa, ma non mi ero mai chiesta chi fosse, e immagino che siano in molti a non saperlo. Enrico Costa, sassarese, visse nella seconda metà del 1800 ( 1841-1909 ), lavorava in banca ma il suo pallino era la storia, tanto che è considerato il più alto esponente del romanzo storico sardo. Le sue ricerche erano soprattutto su Sassari, di cui scrisse una monumentale enciclopedia sulla storia, ma era molto interessato anche alle tradizioni del resto della Sardegna. Tra i romanzi ebbe grandissimo successo Il Muto di Gallura, la storia del bandito Bastiano Tansu, sordomuto, soprannominato il Terribile, a cui vennero ascritti molti degli oltre 70 omicidi che insanguinarono le campagne di Aggius, in Gallura, tra il 1849 e il 1856.

È una storia vera, basata sui racconti di chi visse quei fatti, specialmente il Rettore di Aggius che per quanto legato al segreto confessionale, raccontò al Costa molti particolari. Sicuramente è romanzato e la scrittura è quella dell’800, con parole e modi di dire ormai desueti. Ma si legge con piacere, come con piacere si scoprono riferimenti alla tradizione e descrizioni dei luoghi.

Una precisazione. Il libro qui fotografato è una ristampa anastatica Edizioni Muto di Gallura, che comprai quando, circa 15 anni fa, soggiornai nel bellissimo agriturismo Muto di Gallura nelle campagne di Aggius. Esistono diverse edizioni, Illisso, Il Maestrale e Indibooks, e sicuramente sull’onda del meritato successo che sta accogliendo il film, non dovrebbe essere difficile trovarle per chi fosse interessato.

“Bastiano era per tutti un cattivo, tranne per i suoi fratelli e per sua madre la quale aveva una predilezione per il povero disgraziato: forse perché sapeva che i disgraziati hanno, più degli altri, bisogno d’affetto e di premure.”

Rosangela Usai

Il narratore s’insinua negli interstizi della storia e della leggenda, chiarisce fatti e psicologie, ma poi semina il dubbio, e nella instabilità dell’avventura investigativa coinvolge il lettore con un intreccio circolare da romanziere sagace. Sapeva Enrico Costa (come un personaggio di Borges) che «la soluzione del mistero è sempre inferiore al mistero». Nell’indagare sul leggendario criminale detto «il muto di Gallura», fa sì luce sulla figura storica del bandito Sebastiano Tansu (uomo di media statura, biondo, sordomuto dalla nascita, intelligente e dalla vista acutissima) e sulla faida che verso la metà dell’Ottocento sconvolse tre famiglie del paese di Aggius, contando settanta morti ammazzati, ma in fondo s’impegna ad alimentare la leggenda-mistero. Il narratore s’insinua negli interstizi della storia e della leggenda, chiarisce fatti e psicologie, ma poi semina il dubbio, e nella instabilità dell’avventura investigativa coinvolge il lettore con un intreccio circolare da romanziere sagace. Vinta la scommessa paradossale di «far parlare un muto», resta quella landa di silenzi – e su tutti quello che avvolge la scomparsa nel nulla di Sebastiano – dove può spaziare la fantasia dell’autore, concedendo spazio a quella sacrosanta del lettore. Prefazione di Franco Fresi.

Autore: Enrico Costa Editore: Il Maestrale

Collana: Tascabili. Narrativa

Anno edizione: 2019

Canne al vento – Grazia Deledda #GraziaDeledda

Visto che leggo da tanto tempo e passati 10 anni dalla lettura di un libro proprio volendo essere ottimisti non mi ricordo che brevi lampi dei libri letti, ho deciso di rileggere, almeno tutti quei libri di cui sono sicura valga la pena e sono così tanti che non so se avrò vita a campare. Ma ci si prova. E inoltre scopro nelle varie fasi dell’età che effetto mi fanno.

La vita passa e noi la lasciamo passare come l’acqua del fiume, e solo quando manca ci accorgiamo che manca.

Canne al vento è un romanzo appartenente alla fase matura della produzione letteraria di Grazia Deledda. Pubblicato originariamente a puntate nel 1913 sulla rivista L’illustrazione italiana, esce nello stesso anno anche per Treves, che all’epoca era in uno dei suoi periodi di più intensa attività editoriale.

La storia è ambientata a Galte (Galtellì nella realtà), dove le tre sorelle Pintor – Ruth, Ester e Noemi – vivono nel palazzo della loro nobile famiglia ormai in declino. Il servo Efix, fedelissimo alla casata, lavora per le sorelle con accanimento e fedeltà morbose, il suo unico obiettivo è proteggerle. Quando al paese arriva Giacomo, il loro nipote, porterà le zie sull’orlo della rovina finanziaria. Il servo lotterà strenuamente per evitare il tracollo e solo in punto di morte vedrà realizzati i propri sforzi attraverso la capacità di accettare il castigo come unica via di purificazione. I temi principali del romanzo, che poi sono anche i temi dell’intera opera di Deledda, sono quelli della colpa e del peccato, che è tutto concentrato sul personaggio di Efix. Il titolo dell’opera allude al tema profondo della fragilità umana e del dolore dell’esistenza; in questa direzione mobilita le riflessioni e le fantasie di un eroe protagonista, come un primitivo, un semplice, assai simile al pastore errante dell’Asia leopardiano o a uno degli umili manzoniani. Il rapporto di similitudine tra la condizione delle canne e la vita degli uomini, celebrato nel titolo del romanzo, proviene da un’opera (Elias Portolu) del 1903: Uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne, pensaci bene. Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere.

Deledda non distingue i personaggi in buoni e cattivi: appartengono tutti a un unico insieme umano, in cui non ci sono eroi o eroine, ma solo uomini e donne in balia del vento. Grande topos deleddiano, il vento è forse l’unico vero protagonista del romanzo, che inizia proprio con la metafora degli uomini sbattuti come canne al vento. Deledda non ha parti da cui stare, neppure coloriture politiche. Descrive, ora con osservazioni ora con dettagli la vita, la morte, il delitto e il castigo. Lei c’era lì, a registare i fatti. E noi con lei.
La scrittura della Deledda è a tratti molto lirica, forse anche atipica per il suo tempo: anzichè assomigliare ai siciliani veristi celebri durante i suoi stessi anni, ricorda i poeti di un’altra isola e di altri tempi: W.B. Yeats e Seamus Heaney, e l’Irlanda mistica del primo e fangosa del secondo.

Molto potenti e poetiche anche le descrizioni dell’ambiente e delle situazioni.

“La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano l’uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, il zirlio dei grilli precoci, qualche gemito d’uccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sě, la giornata dell’uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. I fantasmi degli antichi Baroni scendevano dalle rovine del castello sopra il paese di Galte, su, all’orizzonte a sinistra di Efix, e percorrevano le sponde del fiume alla caccia dei cinghiali e delle volpi: le loro armi scintillavano in mezzo ai bassi ontani della riva, e l’abbaiar fioco dei cani in lontananza indicava il loro passaggio.”

Tutto il romanzo è intriso di forte pathos, il peso del destino appare ineluttabile e un qualcosa contro cui è impossibile lottare. Canne al Vento è stato scritto nel 1913: un secolo fa. Un mondo di problemi che poco o nulla somigliano ai nostri. Eppure, citando Dacia Maraini «è un libro che si legge di un fiato e di un gusto che non appassisce». L’attualità è nella regia dei drammi psicologici, in un territorio senza tempo. Dove si svolgono le tragedie umane.

“Ma perché questo Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo, è da per tutto così? Perché la sorte ci stronca così come le canne?
Sì, egli disse allora, siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia, siamo canne e la nostra sorte è il vento.”

Raffaella Giatti