L’Illusione Della Memoria – Julia Shaw #JuliaShaw

L’ illusione della memoria –Julia Shaw

Traduttore: M. Bottini
Collana: Saggi
Anno edizione:2017

Se volete vedere tutte le vostre convinzioni sulla memoria ridiscusse, questo è il libro giusto. Julia Shaw, una psicologa/neuroscienziata di ricerca, è una vera “hacker” dei ricordi, che con chiarezza mostra come la nostra memoria possa essere fallibile in decine di modi differenti. Per esempio, ci racconta di come esiste un’eccessiva sicurezza di ciò che pensiamo di ricordare e ciò che invece ricordiamo; di come l’eccessiva memoria (sottolineo eccessiva, non solamente “buona”) non sia da considerare un dono, quanto una dannazione; di come il multitasking non esista, ma si parla di task-switching: si passa da una cosa all’altra, invece che tutte contemporaneamente. Se ci proviamo, il cervello reagisce di conseguenza – male; di come i social network modifichino la nostra memoria, nel bene e nel male; e come, con qualche accorgimento, è possibile perfino impiantare falsi ricordi senza chissà quale “magia”. Sia in maniera intenzionale, che in modo involontario (caso molto più comune di quanto non si immagini); caso quest’ultimo, che diventa drammatico quando, per esempio, si sconfina nel campo della giustizia e del penale, come gli abusi sessuali. Non fraintendete: la Shaw non intende dire che siano tutti innocenti, ma che bisogna sempre tenere da conto che i problemi della memoria esistono e che per questo bisogna sempre fare attenzione durante le indagini (a lei è capitato di essere chiamata per questi scopi).
Una lettura interessante ed illuminante.

Alex Grigio

Ennio Flaiano – Autobiografia del blu di Prussia #EnnioFlaiano

 
«Se in un quadro i cattivi umori del pittore, le sue torbide malinconie, i suoi errori, le sue sfrenate ambizioni condensano e s’esprimono, state certi che là, in quel punto, troverete la mia ombra, l’ombra del Blu».
Ennio Flaiano Autobiografia del Blu di Prussia
A cura di Anna Longoni
Piccola Biblioteca Adelphi

Ho bisogno di pensieri dissacranti, di curve pericolose, del mondo guardato come fosse una biglia e *all’incontrario*, è la verità. Ho bisogno di una lucidità che spezzi le vene, anche quelle delle mani (quelle della canzone tanto amata). Ho bisogno d’aria e dell’aria quando manca: quella sensazione dei polmoni che si increspano e poi esplodono. Ho bisogno di parole dette bene, dette sul serio, come non restasse altro, quasi si potesse, con le parole, raddrizzare questo mondo storto. Ecco, quando ho quei bisogni qui leggo Flaiano. No, non è il mio scrittore preferito, è il mio scrutatore preferito: dei meandri, del nero, della luce perché origina ombre, delle favole amare dolcissime omicide.
Autobiografia del blu di Prussia è come una tonica quando non hai nemmeno sete, non te la ricordi più, la sete, ma senti l’urgenza di riappropriarti della tua gola e ingoi, ingoi senza nemmeno prendere fiato.
Così, tanto per parlare del niente, ‘ché delle volte è tantissimo.

“Ma alla fin dei conti, essere pessimisti circa le cose del mondo è un pleonasmo, non è che anticipare quel che accadrà.” 

Rob Pulce Molteni

DESCRIZIONE

Flaiano scrive i testi – racconti, apologhi, stralci di cronaca, epigrammi – che formano questa composita raccolta con la stessa livida cromia, e li tramuta in autobiografia indiretta. Descrive luoghi dell’Abruzzo natio in cui la desolazione è profondamente radicata e figure che, su quei fondali, paiono inesorabilmente votate all’autodistruzione: come l’intellettuale romantico e decadente che sospende un’assunzione fatale di veronal solo per la momentanea fioritura di una rosa, o il giovane, ultimo di sei fratelli, cui la famiglia non perde occasione di rinfacciare il suo status di indesiderato, di nato «a tavola sparecchiata». E quando, nel più lungo di questi racconti, Flaiano rievoca la vicenda di uno zio prete, don Oreste, la narrazione affonda ancor più tra quelle rocce scarne, dove «i cattivi umori della terra cristallizzano» e generano quel blu di Prussia «velenoso, sordido, intelligente e pieno di rancori sociali». Ma sarebbe strano se questo brulichio di volti ignoti e misconosciuti non celasse fisionomie storiche: le troviamo nella luce autunnale di una Roma così toccata dalla grazia da far dire a Vincenzo Cardarelli, appena uscito dal cinema, che «con un cielo simile si può rinviare un suicidio».