Stanotte guardiamo le stelle – Alì Ehsani #Feltrinelli #StanotteGuardiamoLeStelle #AlìEhsani

Afghanistan, anni Novanta. In una Kabul devastata dalla lotta tra fazioni, ma non ancora in mano ai talebani, un ragazzino,  Alì Ehsani, gioca a pallone con il suo amico Ahmed. Suo padre racconta di una Kabul di cinema, teatri e divertimenti, ma Alì non ha mai conosciuto la sua città in pace. Un giorno, tornando da scuola, al posto della sua  casa trova un cumulo di macerie. Pensa di aver sbagliato strada, si siede su un muretto e aspetta il fratello maggiore Mohammed, di 17 anni. Ad un certo punto Mohammed arriva e gli spiega che la loro  casa è distrutta e che i genitori sono morti. E cerca di convincerlo a scappare con lui: “Noi siamo come uccelli e voliamo lontano”. Partono insieme per un viaggio che durerà cinque anni, un viaggio/Odissea attraverso Iran, Turchia, Grecia, e infine l’Italia, alla fine del quale arriverà vivo solo uno di loro due.

Ali ha deciso di raccontare la sua storia in un libro, Stanotte guardiamo le stelle, scritto con Francesco Casolo e pubblicato da Feltrinelli. E’ un monologo indirizzato al fratello Mohammed, morto annegato nel Mediterraneo.

L’Afghanistan è un paese in guerra, ma come tutti i bambini di quell’età, Alì non sa cosa sia la guerra, nonostante tutti i giorni un razzo o una bomba distrugga qualche casa vicino la sua.
Un giorno è la sua casa a essere colpita, e i suoi genitori sono all’interno. Alì si trova solo con il suo fratello di qualche anno più grande, la solidarietà dei vicini, e una certezza: da lì devono andar via prima che possono, se vogliono avere un futuro.Il libro è un racconto attraverso l’emozioni, la paura soprattutto, e le percezioni di un ragazzo che avrebbe preferito rimanere a giocare con il suo amico del cuore in qualche strada polverosa di Kabul, in mezzo ai resti di qualche carro armato russo.
C’è spazio per i trattamenti ricevuti nei posti di controllo, per la generosità delle persone, e per la paura di perdere di nuovo tutto da un momento all’altro.
La scrittura è molto semplice, asciutta, e non mi è sembrato che l’autore si sia lasciato andare in rivendicazioni o particolari denunce.

“Chi parla degli emigrati usa spesso la parola ‘disperati’, ma quello che invece penso oggi, a Roma nella mia vita italiana – si legge nel libro – è che non c’è niente di più simile alla speranza nel decidere di emigrare: speranza di arrivare da qualche parte migliore, speranza di farcela, speranza di sopravvivere, di tenere duro, speranza di un lieto fine come al cinema. Penso che sia normale che ogni essere umano cerchi disperatamente di migliorare la propria condizione e in alcuni casi muoversi è l’unico modo per farlo”.

“È difficile per me spiegarlo – scrive Alì – e forse anche per persone con una vita diversa dalla mia capirlo ma, nonostante le mie condizioni siano fin da subito migliorate nel momento in cui ho messo piede in Italia, durante il viaggio non mi sono mai sentito così male come dopo essere arrivato a destinazione. La speranza di andare oltre, di arrivare da qualche parte, mi dava forza, mi dava la sensazione di poter cambiare il mio destino ogni mattina. Magari erano storie che ci raccontavamo ma noi a queste storie ci credevamo. Mi dicevo che ce l’avrei dovuta mettere tutta ma che poi sarei riuscito a realizzare i sogni che tu, Mohammed, avevi per noi: innamorarsi, trovare una casa in cui vivere, avere dei figli e poter camminare a testa alta senza essere continuamente umiliati”.

Roberto Sensidoni

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Exit West – Mohsin Hamid #ExitWest #MohsinHamid #recensione

Exit West -Mohsin Hamid

Traduttore: N. Gobetti
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2017

“In tutto il mondo la gente fuggiva da dove si trovava, da pianure un tempo fertili e ora screpolate dalla siccità, da villaggi costieri minacciati dagli tsunami, da città sovraffollate e campi di battaglia insanguinati, e fuggiva anche da altre persone, persone che in alcuni casi aveva amato.”

No non è l’incipit de La Torre Nera, ma Exit West di Hamid.
C’è chi ha scritto che il ventunesimo secolo sarà ricordato come il secolo delle migrazioni: Hamid usa la migrazione come pretesto per parlare della vita, di come si aggrovigli intorno alle scelte che prendiamo, svuotandole delle intenzioni originarie e trascinandoci per miliardi di altre direzioni. È un romanzo sul crescere e sull’abbandonare, laddove come ha scritto Ester Armanino “crescere è abbandonare”: abbandonare i tuoi genitori, il tuo paese e i tuoi amici; ma anche abbandonare la tua identità, perché quando comincerai a migrare non sarai più Saed o Nadia, sarai un migrante, abbandonare il tuo stile di vita, abbandonare il tuo stile di vita, la doccia, abbandonare la protezione dello stato di diritto. E parallelamente alla migrazione come presa di congedo dalla propria vita quotidiana, Hamid descrive anche il secolo delle migrazioni come l’epoca della solitudine di Eros: si prende congedo dal proprio mondo come si prende congedo dalle relazioni e dall’amore. Saed e Nadia incarnano l’ideale dell’amore ai tempi del nichilismo. Cominciano a capire questa nuova forma di vivere le relazioni all’inizio del romanzo quando abbandonano il padre di Saed: “quando emigriamo assassiniamo coloro che ci lasciamo alle spalle” involontariamente forse, ma ciò non toglie il raffreddarsi e l’indurirsi dei propri sentimenti che altrimenti risulterebbero intollerabili. Fra di loro poi Saed e Nadia vivono questo raffreddamento gradualmente, lasciandosi andare un pezzo alla volta, finché non resta che separarsi e imparare a vivere senza l’altro che fino a poco prima rappresentava l’unico sostengo durante l’esilio.
Forse però non tutte le relazioni sono fatte per raffreddarsi e destinarci alla solitudine: ho trovato poetica e molto ottimista la parte in cui descrive i due vecchietti, di Amsterdam e di Rio de Janeiro, che per caso si incontrano attraverso uno dei portali magici che collega i continenti, e che si innamorano alla fine della loro vita.
Forse questo libro ha molto di più dentro di sè di quanto ho saputo descrivere, per questo l’autore usa la metafora delle porte, credo, nel libro: ognuno può, leggendolo, sbucare fuori a un’uscita inaspettata e che apre su una nuova prospettiva ancora da scoprire.

Stefano Lillium

DESCRIZIONE

«In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace, o almeno non del tutto in guerra, un giovane uomo incontrò una giovane donna in un’aula scolastica e non le parlò». Saeed è timido e un po’ goffo con le ragazze: cosí, per quanto sia attratto dalla sensuale e indipendente Nadia, ci metterà qualche giorno per trovare il coraggio di rivolgerle la parola. Ma la guerra che sta distruggendo la loro città, strada dopo strada, vita dopo vita, accelera il loro cauto avvicinarsi e, all’infiammarsi degli scontri, Nadia e Saeed si scopriranno innamorati. Quando tra posti di blocco, rastrellamenti, lanci di mortai, sparatorie, la morte appare l’unico orizzonte possibile, inizia a girare una strana voce: esistono delle porte misteriose che se attraversate, pagando e a rischio della vita, trasportano istantaneamente da un’altra parte. Inizia così il viaggio di Nadia e Saeed, il loro tentativo di sopravvivere in un mondo che li vuole morti, di restare umani in un tempo che li vuole ridurre a problema da risolvere, di restare uniti quando ogni cosa viene strappata via. Con la stessa naturalezza dello zoom di una mappa computerizzata, Mohsin Hamid sa farci vedere il quadro globale dei cambiamenti planetari che stiamo vivendo e allo stesso tempo stringere sul dettaglio sfuggente e delicato delle vite degli uomini per raccontare la fragile tenerezza di un amore giovane

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