Zero K – Don DeLillo #DonDelillo #ZeroK

Perchè. No ma seriamente, PERCHE’. Perchè faccio ste cose, sapendomi. WHY.

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L’unico libro che ho letto di Delillo è Great Jones Street, che comprai alla cieca negli anni Novanta solo perchè il protagonista era una rockstar. Se devo essere onesta, non mi ricordo particolari traumi, tant’è vero che qualche tempo dopo acquistai Underworld. Però per un motivo o per l’altro finiva sempre più sotto nella famosa pila del comodino che tutti noi abbiamo e ci impedisce di fare pace con noi stessi (e col partner). Poi con alcuni ammisci cominciai il gioco dei 50 libri sul mio vecchio blog, e un bel giorno se ne uscì una delle ragazze dicendo che a lei non gliene fregava niente di sentirsi membro di una società segreta di intellettuali barricaderi, stava arrancando da mesi -MESI- con Underworld e se avesse avuto tra le mani Delillo lo avrebbe strozzato. Al che cominciò tutta una serie di coming out di gente che Underworld alle buone proprio l’avrebbero segato con l’accetta di  Saw per poi seppellirne i pezzi in terra sconsacrata non prima di averli impalati con dei picchetti di legno proprio per esser sicuri che non ritornassero mai più, e si decretò insomma all’unanimità che le sofferenze inflitte da Delillo a un povero cristo di lettore avrebbero dovute essere denunciate alla convenzione di Ginevra. Una ragazza l’aveva comprato e alle nostre descrizioni si  spaventò così tanto che buttò Underworld dalla finestra, un altro decise di regalarlo alla suocera, una terza l’ha gettato nell’oblio della differenziata ma pesava come una palla medica e il portiere le ha fatto il cazziatone. Insomma, DeLillo per noi rimase sinonimo di potenziale pericolo per le gonadi con effetto collaterale di peperonata serale sulla digestione. Però sono passati un po’ di anni ormai, alcuni autori li ho rivalutati, siamo maturati, mi son detta Dai, magari di Donaldo fino ad ora ho avuto un’impressione fallace. Magari poi mi è un sentimentalone. Magari l’abbiamo travisato. Così preda di evidenti droghe pesanti rilasciate dalla versione online di Amazon America ho comprato Zero K, il suo ultimo libro, uscito in America a maggio 2016, che, notatemi per piacere il Post: i critici ne sono entusiasti, per alcuni è il migliore dopo il suo capolavoro “Underworld”. Capito? mica la pizza vegana con l’insalata moscia. L’unica cosa che posso dire a discolpa della mia intelligenza è che mi sono riavuta abbastanza dalle droghe per controllare prima di acquistarlo che non fosse un tomo di seimila pagine, ma bensì di appena 280 per cui almeno me la sono cavata relativamente in poco tempo. Sempre però considerando che al ritmo di pesantezza di Delillo 280 pagine corrispondono a una velocità di curvatura invertita di 30 milioni di chilometri a riga, per un totale di tre anni di vita persi dietro al Donaldo. Ma che ci volete fare.

COMUNQUE.

L’ho finito (parte il coro dell’Hallelujah di Handel) e non posso neanche dire che non mi sia piaciuto, è ovvio che scrive bene, è logico che i suoi siano buoni libri. DeLillo non è un autore che leggi per la trama, che comunque qui ha una sua certa attrattiva old science-fiction: il narratore è Jeffrey Lockhart, il cui padre Ross è un mega milionario con una giovane seconda moglie, Artis, che ha una malattia terminale degenerativa. Ross è uno dei principali investitori di un segretissimo compund sito in località remota sugli Urali, dove un team di bio ingegneri e medici controlla il processo di criogenia; Artis si sottoporrà al procedimento, per prevenire l’inevitabile declino psicofisico, il suo corpo preservato fino a un futuro sicuro in cui nuove tecnologie la risveglieranno a una vita di immaginose nuove possibilità. I tre si ritrovano nel compund per dirsi un incerto addio.

Tutto il libro è una riflessione di Delillo (che immagino avanzando con l’età ci avrà i suoi penzieri penzierosi) sui concetti di vita, morte, destino, sul passato e sul futuro. Ci sono infiniti spunti interessanti: perchè un ricco deve poter sopravvivere a un povero, perchè un ricco dovrebbe poter trascendere la morte quando non si è nemmeno preoccupato in vita di trascendere i propri limiti spirituali, cosa offrirebbe uno di questi miliardari all’umanità dell’anno 3.000 D.C. nel momento in cui apparisse in quella realtà, se non egoismo e superficialità? Poi ci sono domande su questioni più immanenti: è etico sfidare il corso naturale della vita e della storia? e se tu avessi abbastanza soldi e la tecnologia fosse disponibile, non lo faresti? e non sarebbe questa una scommessa alla cieca anche sulla possibilità di trovare un mondo migliore, una volta risorti? e nel momento in cui decidi di farlo, di acconsentire di morire per un determinato periodo di anni, dicendo addio al tuo mondo e al tuo tempo, sei consapevole del fatto che stai accettando, comunque, di morire prima del tuo momento, per entrare nell’ignoto?

Il problema di tutte queste domande, per me, è che vengono poste durante tutto il corso del libro, senza mai trovare risposte (che forse non sarebbero neanche così importanti, in fondo), con la tecnica di proporre una mega metafora che si dipana in una serie di altre mini metafore, il tutto per girare in un circolo perenne. Sempre si ha l’impressione di vagare in un labirinto senza senso di riflessioni, anche interessanti (ma non sempre) e di frasi a volte del tutto illogiche, che non arrivano mai a una vera conclusione, fini a sè stesse. Per esempio, nel compund ci sono dei mega schermi che trasmettono all’infinito una serie molto vivida di orribili tragedie: atti di terrorismo, catastrofi naturali, conflitti armati, epidemie. Questo dovrebbe istigare, in chi è ancora incerto, la volontà di accettare una dolce morte prematura, facendogli comprendere la bellezza di un futuro migliore. In realtà poi tutta questa bellezza non c’è, non si trova, sfugge, dov’è? non è dato sapere.

Capisco che questo sia il genere di libro che vince mega premi e sul quale i critici letterari hanno giornate campali, parla di temi rimarchevoli come il senso della morte e dell’esistenza, è scritto in un preciso linguaggio di bellezza strutturale da un autore che si annida nei contorti meandri della decodificazione di interi paragrafi, ma semplicemente devo accettare che tutta sta fatica non fa per me. E’ l’esatto contrario di un libro piacevole, è tutto ciò che va contro l’essere coinvolgente, è la precisa antitesi di tutto quello ci possa essere di appassionante in una sessione di buona lettura, e inoltre mi fa venire la depressione perchè per tre quarti del libro vago senza capire cosa sto leggendo e mi sento stupida, e ciò non fa bene alla mia autostima. Rispetto il ruolo di questo autore nella letteratura americana moderna, e ammetto di aver apprezzato alcune cose di questo libro (per cui chi già si ritrova in DeLillo apprezzerà grandemente questo nuovo lavoro, immagino) ma signoreiddio che fatica. Donaldo, grazie ma basta. Forse tra un’altra quindicina di anni ne riparliamo, se non ci siamo criogenizzati entrambi.

Lorenza Inquisition

 

Chimamanda Ngozi Adichie – Americanah

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Grazie a tutti quelli che l’hanno letto e hanno postato una recensione, perchè mi hanno incuriosito e così ho deciso di non rifiutare il prestito: questo libro l’ha scelto per me una collega che conosco appena, la quale non conosce nè questo blog nè i miei gusti lettari; per puro caso non ho detto: “no grazie, non ti conosco così bene per prendere in mano un tuo libro che potrei senza intenzione vandalizzare stropicciando pagine e copertina” e per puro caso lei ci ha trovato il libro giusto per me.
L’argomento di attualità che Chiamanda tratta con Americanah è la migrazione su scala globale: Ifemelu emigra negli Stati Uniti, poco convinta e senza aiuti economici di mamma e papà ( se non si conta una busta con qualche dollaro che il padre ha preso in prestito per lei) parte per riuscire a frequentare l’università, che nel suo paese per uno sciopero prolungato ha chiuso le porte ai suoi studenti. In America trova un conforto tiepido nella zia troppo presa dalla sua vita americana con ritmi frenetici, trova un’amica di scuola parzialmente americanizzata e un nipotino, Dike, che resterà uno degli uomini principali della sua vita. Ma quello che più significativamente trova in America è il razzismo: in America la vestono con una seconda pelle, che è la razza, qualcosa che in Nigeria non sapeva neanche di avere (a parte qualche riferimento tribale a Igbo e Yoruba). Alla razza dedicherà un blog che la renderà celebre in America, osservando, più che giudicando, i bianchi, i neri americani e gli ispanici con gli occhi di una nera non americana: una Evans Pritchard nigeriana. Quando tornerà in Nigeria cambierà pelle e non esisterà più il problema razza: anche per questo chiuderà il blog e comincerà da capo una nuova vita.

Però credo che il fulcro non sia nè la razza nè l’emigrazione: c’è un sottosuolo magmatico sotto le storie di emigrazione e razzismo e riguarda le relazioni amorose. Nel frontespizio Chimamanda dedica questo libro alla “nostra generazione futura”, ma è anche a quella attuale che si rivolge: a quella generazione che non ha un vocabolario per definire quegli eventi che invadono la nostra vita e a cui non sappiamo dare fino in fondo un significato.
Tre storie d’amore su tre diversi livelli di coinvolgimento: Obinze, l’amore adolescenziale che resta sospeso come un accordo per tutta la narrazione e la vita di Ifemelu. É una storia mai veramente conclusa ma trasposta come un motivo musicale in diversi momenti e con diverse prospettive. Poi c’è la storia con Chris, il wasp che rende completa la transizione di Ifemelu in Americanah; infine Blaine, il ragazzo afroamericano, ovvero l’amore idealizzato per l’America, l’americanità, Barack Obama è vattelappesca…Sentimenti confusi si alternano alla consapevolezza di un se’ che cambia in Ifemelu, sempre insoddisfatta e alla ricerca di qualcosa che non sa veramente neanche lei. La sua identità è in continua fluttuazione: è la ragazza semplice di ceto medio basso venuta dal villaggio a Lagos, poi è la ragazza ammessa alla scuola privata per figli dell’elite, poi è l’incredula vincitrice di una borsa di studio americana, poi assegnista di ricerca a Princeton, blogger e opinionista, redattrice, scrittrice, prostituta, fidanzata e amante. Ifemelu sembra non rimanere mai abbastanza in una maschera che subito se ne disfa. L’unico momento in cui si ferma e sosta in un’identità è nel finale, quando confusa e attonita fissa Obinze davanti alla porta: lo fissa e non capisco cosa voglia dire. Non voglio spoilerare niente ma davvero, quando alla fine trova una sua identità ( che il lettore la condivida o no) lei ancora si sottrae lasciando intendere che anche quando si raggiunge quello che si desidera forse non siamo più le stesse persone che l’hanno desiderato. Ha ragione Lorenza Inquisizia Maggi, non è un libro perfetto ma è un gran bel libro.

Stefano Lilliu