Don Delillo – Body Art #DonDelillo #BodyArt #recensione

Un DeLillo diciamo minore per lo meno nella stazza del libro, che si prende una  pausa dopo il tour de force di Underworld con questo Body Art, del 2001.

Sto cercando di mettere insieme i ricordi e raccogliere qualcosa tra le centinaia di input evocati da questo romanzo (romanzo?) algido e cerebrale. È un lavoraccio, non è mai facile avere qualcosa da dire concretamente sulla roba di Delillo, dovrei parlare il suo stesso linguaggio ma non sono capace. Sono fortemente convinto che il buon Don abbia, in linea generale, voluto dirci: “Ecco, ora vi espongo un po’ di riflessioni sul tempo, sullo spazio, sul linguaggio e sul vissuto di un abbandono e poi fatene quello che vi pare!”

Per fare questo ha usato le riflessioni metapsicologiche di una body artist, Lei e lui, due artisti inseriti in un contesto di solitudine e pace in una casa fronte mare. Lui si uccide e lei passa i mesi successivi in compagnia di un fantasma o un’allucinazione o è una persona con problemi psichici o dello sdoppiamento della sua personalità. Non lo sapremo mai, ma in fondo non ha molta importanza. Sembra che all’autore interessi soprattutto descrivere l’incomunicabilità. Nel farlo costruisce appunto una storia che di incomunicabilità (anche con il lettore) è permeata. Delillo è sempre un’esperienza che trascende i confini del romanzo tradizionale ed amplia le sfumature oltre la logica comprensione dell’umana coscienza. Le pagine in body art sono granelli di acume in nuce disposti ad essere rielaborati in funzione del nostro vissuto esperienziale.
O almeno credo.
Delillo si fa i spinelloni però, e alla sua età non è tanto bello.

Daniele Bartolucci

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Don DeLillo – Underworld

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Parla la tua lingua, l’americano, e c’è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza. È un giorno di scuola, naturalmente, ma lui non c’è proprio, in classe. Preferisce star qui, invece, all’ombra di questa specie di vecchia carcassa arrugginita, e non si può dargli torto – questa metropoli di acciaio, cemento e vernice scrostata, di erba tosata ed enormi pacchetti di Chesterfield di sghimbescio sui tabelloni segnapunti, con un paio di sigarette che sbucano da ciascuno. Sono i desideri su vasta scala a fare la storia. Lui è solo un ragazzo con una passione precisa, ma fa parte di una folla che si sta radunando, anonime migliaia scese da autobus e treni, gente che in strette colonne attraversa marciando il ponte girevole sul fiume, e sebbene non siano una migrazione o una rivoluzione, un vasto scossone dell’anima, si portano dietro il calore pulsante della grande città e i loro piccoli sogni e delusioni, quell’invisibile nonsoché che incombe sul giorno – uomini in cappello di feltro e marinai in franchigia, il ruzzolio distratto dei loro pensieri, mentre vanno alla partita.
[Don DeLillo, Underworld, traduzione di Delfina Vezzoli, Einaudi, Torino, 1999]

Le Twin Towers in costruzione, la guerra fredda e la sua fine, l’omicidio di JFK, Edgar J. Hoover, gli esperimenti nucleari americani e sovietici, la crisi dei missili a cuba letta attraverso i racconti degli spettacoli di Lenny Bruce, i rifuiti accumulati dalla società dei consumi per eccellenza, e l’apparente redenzione della stessa società, pacificata e rasserenata nelle attività di riciclaggio. Il tutto riflesso nelle mille schegge in cui viene frantumato mezzo secolo di storia americana, rimesse assieme in modo apparentemente casuale. Storie che si intrecciano e si accavallano, avanti e indietro negli ultimi 50 anni del secolo scorso, seguendo i passaggi di mano di una pallina da baseball.
Due considerazioni mie:
1. Leggere questo libro è un po’ come guardare le immagini dipinte sulla vetrata di una cattedrale medievale, ma guardarli a terra, in frantumi, dopo un terremoto. Ogni frammento coloratissimo, brillante e lucente di una bellezza ipnotica che non ti permette di staccare gli occhi da quella confusione acuminata, alla ricerca di due bordi che possano coincidere.

2. Leggere questo libro e pensare che è stato scritto quattro o cinque anni prima dell’Undici Settembre fa un po’ impressione. Non perché venga fatto alcun accenno a quello che sarebbe diventato il mondo dopo, anzi (il libro finisce con la parola “Pace”, pensate un po’) ma perché, a leggerlo con gli occhi che abbiamo adesso, viene da pensare che, se quelle era il nostro passato, probabilmente quello che c’è adesso era poi l’unico futuro possible.

Luca Bacchetti