Marco Polo, Il Milione

Quache giorno fa ho visitato la bella mostra del fotografo Michael Yamashita intitolata La via della seta. Fotografo del National Geographic, Yamashita ha ripercorso i luoghi visitati da Marco Polo nel corso dei suoi 24 anni di viaggi ricavandone magnifiche e suggestive immagini. Ora, ditemi voi se al mondo esiste un mestiere più bello del fare il fotografo per il National Geographic???

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Fatto sta che mentre ero di fronte alla gigantografia della mappa con tratteggiato il percorso compiuto dai Polo, riflettevo sul fatto che il nostro Marco aveva parecchia strada nei suoi sandali (ehm..) e che i suoi piedi ne avevano compiuti di passi: tanti, ma proprio tanti. Uno dopo l’altro, in viaggi che duravano anni. Che pensiero originale!
Riflettevo anche sul fatto di non aver mai letto Il Milione e sul momento mi è sembrata una mancanza gravissima alla quale ho sentito il bisogno di rimediare in tempi molto brevi.

Sul perché non abbia mai letto Il Milione non saprei dirvi, credo di averlo sempre immaginato come un libro pesante, noioso. Vai a sapere perché, poi. I miei pochi rapporti con Marco Polo si erano limitati fino all’altro giorno ad un cartone animato risalente ad una lontana infanzia (“Marco Polo è ritornato, è tornato dal suo viaggio, ma ritroverà il coraggio di partire ancora…Troveràààààààà terre misteriose, che non haaaaaaa, non ha visto mai) e ad un racconto su un vecchio numero di Topolino dove lo zio di Marco era interpretato dal commissario Basettoni. Una falla non da poco.

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Ed eccolo qui, Il Milione. Un libro di una semplicità estrema (se tradotto, ovvio), una favola con tanto di regni incantati, di ricchi sovrani, di donne bellissime, di animali sconosciuti, di guerre, di santi e di eroi. Uno stile semplice che ha momenti di involontaria comicità (“La popolazione è armena e sono gente soggetta al Tartaro”).

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Mi sono immaginata un padre che alla sera, seduto vicino al letto del figlio, legge alcune pagine di questo libro, portando la mente del bimbo lontano, molto lontano.

La magia di questo libro è questa: non puoi precipitarti su Google per cercare immagini dei posti narrati, non le troveresti. Nessuno ha mai potuto fotografarli, se non a distanza di secoli. Non esistono più come sono stati descritti e se cerchi il nome di un villaggio ti troverai di fronte la foto di una città con grattacieli sullo sfondo (lo so perché ho provato, naturalmente).

Per questo libro bisogna usare un bene molto più prezioso di internet : bisogna usare la fantasia. Lasciarla andare a briglia sciolte e “vedere” nella mente i posti descritti, vedere lo sfolgorio dell’oro e delle pietre preziose, dei ricchi tessuti ricamati, dei palazzi da mille e una notte con la corte di migliaia di giovani fanciulle bellissime e di infinite stirpi regali, i palazzi con i pavimenti ricoperti d’oro e le stanze colme di tesori di incomparabile bellezza. E poi ancora bisogna immaginare fino a sentirlo sulla pelle il caldo soffocante del deserto quando, per spostarsi da una città all’altra, sono necessari giorni settimane mesi di marcia con carovane di centinaia di persone e di animali, l’arsura dell’aria e le scorte d’acqua che si fanno sempre più scarse. I colori della pelle di popoli sconosciuti, le loro usanze, il profumo delle spezie, tante spezie di ogni colore con profumi così intensi che stordiscono e gli animali mai visti prima. Le battaglie, gli eserciti con gli elefanti, i Gran Khan e gli onori tributati, le perle e i rubini, i cibi e i cannibali. Mille e mille cose che, se ci si lascia andare a un po’ di infantile entusiasmo, possono ancora regalare l’ incantesimo di un mondo mai visto.

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“Quando una donna ha partorito, lavano e avvolgono in tessuti il neonato, ed il marito si mette a letto al posto della moglie tenendo il bambino con sé e per avere cura di lui rimane a letto per quaranta giorni alzandosi solo se è necessario. Tutti gli amici e i parenti vengono a trovarlo, restano con lui e gli fanno festa. I mariti fanno così perché dicono che la donna ha molto faticato a portare il bambino nel ventre e non deve più faticare per quaranta giorni. Sicché la donna che ha partorito si alza da letto fa tutte le faccende e serve il suo signore a letto. ”
Non fa una piega.

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Anna LittleMax Massimino

A viso aperto, Renato Curcio

https://cinquantalibri.wordpress.com/2015/04/06/sebben-che-siamo-donne-paola-staccioli/

Sebben che siamo donne – Paola Staccioli
A viso aperto – Renato Curcio

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L’insoddisfacente lettura del libro Gli anni al contrario si è lasciata dietro una sensazione di incompiuto, di necessità di approfondimento. Nel marasma di testi dedicati agli anni di piombo e alla lotta armata non è facile scegliere. Il caso e il consiglio di un amico mi hanno portata a questi due titoli, uno appena uscito, l’altro vecchio di una ventina d’anni.

Premettendo che è quasi impossibile commentare il contenuto perché si tratta di due libri profondamente di parte (Paola Staccioli è una scrittrice romana che si definisce “scrittrice militante” mentre Renato Curcio…beh, è Curcio) vediamo cosa posso dire rispetto alla forma.

Il libro della Staccioli nasce, come spiega la stessa autrice, “per dare un volto e un perché a una congiunzione.” Negli articoli degli anni 70/80 che parlavano di terrorismo e di lotta armata veniva spesso usata la formula “nel commando c’era anche una donna”.
Anche, dunque. Come se la donna fosse lì quasi per obbligo, una forzatura. Succube e condizionata da uomo che decide per lei. Non per scelta. L’obiettivo della Staccioli è dimostrare la completa indipendenza delle donne che hanno scelto la lotta armata, la lucidità e la profonda convinzione nelle proprie ideologie.
Racconta la vita di dieci donne che hanno scelto la contestazione, la clandestinità, la lotta armata. Tutte e dieci per libera scelta, per convinzione e pronte alle estreme conseguenze delle proprie decisioni. La morte in “battaglia” accomuna le dieci biografie. Da Elena Angeloni (zia di Carlo Giuliani) a Margherita Cagol fino Maria Soledad Rosas (Sole), da Annamaria Ludmann a Barbara Azzaloni. Figure che sono diventate simbolo ancora attualissimo di un certo modo di fare contestazione.

Il libro contiene anche un breve scritto di Silvia Baraldini e della sua vicenda e una serie di schede storiche che ripercorrono alcuni decenni, dalla nascita delle Br ai più recenti movimenti squatter e anarchici.

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Il libro di Curcio, invece, è un’autobiografia in forma di intervista curata dal giornalista Mario Scialoja. Dall’infanzia al carcere nei primi anni ’90. E’ datata, come dicevo. Gli studi a Trento, gli incontri importanti, la nascita delle Brigate Rosse, i primi atti clandestini, la morte della Cagol, l’arresto. E il continuo, inarrestabile, flusso di pensieri pubblicati in varie forme nel corso degli anni.

Due libri interessanti nel loro essere poco obiettivi.
La differenza sostanziale che ho notato è una sola. La Staccioli non mette mai in discussione le ragioni, le scelte, i comportamenti. C’è una latente tentazione alla “beatificazione” di queste figure femminili, un procedere a testa bassa nella difesa, la colpa è sempre altrove. Cercando di essere lettori obiettivi, questa sensazione provoca una sorta di fastidio. Manca il mettersi in discussione.
Aspetto che invece è presente nel libro di Curcio, personaggio indubbiamente discusso e discutibile, ma al quale va dato atto di possedere un’intelligenza acuta e brillante. Sull’uso di questa intelligenza potremmo discutere per mesi. In ogni caso, senza mai rinnegare le proprie convinzioni, Curcio mette in discussione strategie, comportamenti, pensieri suoi e del Br. C’è in questo libro un’autocritica del tutto assente nel libro della Staccioli.
Una curiosità: cercando notizie più recenti di Curcio ho scoperto che dopo la scarcerazione è andato a vivere in quel buco in fondo al mondo che è il mio paese di origine. Una scelta insolita.

Anna LittleMax Massimino