Chiaro di donna – Romain Gary #recensione #RomainGary

Per amanti delusi (ma ancora fiduciosi).

Singhiozzava. Sapevo che non era una questione di me o di lei. Era una questione di mancanza. Solo un momento di reciproco aiuto. Avevamo bisogno d’oblio, tutti e due, di una sosta prima di rimetterci in marcia con il nostro bagaglio di miseria. Poi ci fu da attraversare il deserto, dove ogni indumento che cade spezza, allontana e brutalizza, dove gli sguardi si fuggono per evitare una nudità non soltanto dei corpi, dove il silenzio accumula le sue pietre. Due esseri allo sbando che si sostengono contro la solitudine, e la vita sta a guardare.
Una disperata tenerezza che è solo un bisogno di tenerezza.

Non avendo mai letto nulla di Romain Gary e ritrovandomi per le mani questo agile volumetto, ho iniziato a leggere “Chiaro di donna” con curiosità e ricordando vagamente un vecchio film con il carismatico Yves Montand e l’incantevole Romy Schneider. Fino a metà della breve lettura il mio umore è oscillato fra il perplesso e l’incavolato: un lui Michel e una lei Lydia si scontrano casualmente complice la portiera di un taxi aperta distrattamente. Qualche imbarazzo, lui deve partire per Caracas fuggendo da una sua compagna che lo ha lasciato inaspettatamente nonostante il legame fortissimo, e anche Lydia è in fuga dal ricordo di un marito e di una figlia persi in un incidente. Entrambi mentono o almeno non dicono tutta la verità, ma non sul fatto di essere in un abisso di solitudine. Si ritroveranno, e l’attrazione fatale di due solitudini diventerà uno sfogo sessuale; poi si lasciano ancora e intanto piovono sul lettore frasi memorabili, battute spiritose e calembour da gente colta ed istruita. Sembra tutto molto fasullo e molto letterario nel senso più deleterio, anche perché poi lui torna ancora e compare pure Sonia, la suocera impossibile di lei immersa in una sfarzosa festa che si potrebbe definire radical chic nella Parigi di esuli russi ed ebrei cui lei appartiene. Lì comincia a disvelarsi meglio la genesi di due solitudini, che non svelo per correttezza verso potenziali nuovi lettori, (se non sarete dissuasi da queste mie confuse note!) e il tentativo di Michel, poco assecondato da Lydia ovviamente, di celebrare la precedente compagna attraverso la nuova venuta per salvarne il testamento d’amore trasmesso e celebrare l’amore come l’unica religione che possa salvare la vita.

Non fare del mio ricordo un gruzzolo da conservare gelosamente. Spendimi. Dammi a un’altra. Allora sarò salva. Rimarrò donna. 

E questo credo, quasi religioso, forse è quello che va salvato del libro che ho, prima faticosamente, e poi con qualche convinzione crescente verso il finale, portato a termine, anche perché non riesco mai a non finire quello che comincio a leggere.

E’ un libriccino breve, triste, intriso di poesia e speranza, comunque mai troppo pessimista, con una certa malinconica dolcezza che alla fine non mi è dispiaciuta.
Vorrei però essere aiutato a capire da chi meglio lo conosce se questo autore viaggia sempre borderline fra melodramma patinato e tormenti esistenziali, fra personaggi letterari e sceneggiature cinematografi. Ma forse, come mi pare di ricordare, anche la sua vita è stata un bel film!

Renato Graziano

America primo amore – Mario Soldati #MarioSoldati

«L’America non è soltanto una parte del mondo. L’America è uno stato d’animo, una passione. E qualunque europeo può, da un momento all’altro, ammalarsi d’America».

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Nel 1929 Mario Soldati, appena laureato in Storia dell’Arte, ottiene una borsa di studio di un anno per insegnare in America alla Columbia University. Afferra al volo l’occasione, si imbarca sul piroscafo da Genova a novembre, e durante la traversata -ricorda- la radio parla di quel “venerdì nero”, quel colossale crollo borsistico che metteva fine alla «prosperity», apriva la crisi e preparava la seconda guerra mondiale.

E’ strano pensare a un giovane italiano, appena ventitreenne, che arriva a vivere gli Stati Uniti proprio all’alba del crollo della Borsa. Il 1929 lo pensiamo sempre, nell’immaginario, come un misto di finanzieri che si buttano dai grattacieli e frangette che cercano i locali jazz di Harlem, l’epoca ruggente del proibizionismo e dei bar clandestini, dei gangster e delle signore con stole di visone sulle spalle, dell’esplosione del cinema sonoro, dell’immigrazione e delle lotte sindacali. Miseria, disoccupazione, mendicanti per le vie. Eppure nelle case elettrodomestici e cibo a volontà, nelle città immensi grattacieli e funzionali linee di metropolitana, il progresso che avanza nonostante tutto, velocissimo, inarrestabile. In tutto questo sbarca un giovanotto torinese, che come tutti gli europei di quegli anni vede nel Nuovo Mondo, molto più che un segno sulla carta geografica, la promessa e l’opportunità di un nuovo inizio. Soldati arriva con gli occhi pieni di una visione dell’America che è quella del mito, e al suo arrivo si scontrerà, per tanti versi, con la realtà americana, che non è necessariamente brutta, solo molto diversa da quella immaginata. Arriva col sogno di poter diventare cittadino statunitense e vivere lì; risiede a New York nel campus della Columbia, vivendo la Grande Mela (con qualche soggiorno a Chicago e Denver); dopo due anni però, tornerà in patria per alcuni dissidi con gli accademici del posto e per un certo disincanto che il sogno americano gli ha lasciato. Dall’avventura statunitense ricavò questo breve, bellissimo testo, che ci regala uno spaccato originale e autentico di quell’America al tempo tanto sognata, ma vissuta solo da pochi.

Nella narrazione risultano evidenti due livelli interpretativi. Inizialmente Soldati, come qualsiasi viaggiatore, vede l’America con gli occhi del sogno, del mito, immagini di grandezza, comodità, libertà, la ama con gli occhi dell’innamorato e tutto gli pare bello, luccicante, superiore alla realtà di casa. Poi il tempo passa, l’esperienza prosegue, lo scrittore si cala nel vissuto americano, ed è così che entrano in gioco l’intelletto, la ragione, la critica che mostra il livello del “capire” il lato oscuro dell’America: il disinganno, l’alienazione nel lavoro e nei sobborghi, la solitudine umana. Il suo racconto statunitense risulta quindi altalenante tra queste due fasi esistenziali, l’aura mitica e allegorica del Nuovo Mondo e il mondo lavorativo e quotidiano, quasi mai sereno, gravato dai continui disinganni e dalla crescente frustrazione di un italiano che suo malgrado, pur amando l’America, si ritrova a pensare all’Italia.

Il libro è diviso in capitoli in genere separati tra loro, ognuno descrive una delle tante realtà della vita americana: la Subway e Times Square, le “Principesse di Manhattan”, le figlie delle ricchissime famiglie dei banchieri della Fifth, una sera in un locale di Harlem in mezzo ai neri, gli italoamericani, la religione protestante, Al Capone e la Trinity Church, i professori americani (ahia) e il Cinematografo (capolavoro), un ricordo di Washington e i Week-end. Le immagini e le impressioni scorrono vivissime, i racconti evocativi, le storie sincere; la prosa è fluida, colta, precisa, è un piacere leggerlo. Non è più tanto citato Soldati come scrittore, rispetto ai grandi suoi contemporanei del novecento, ed è un peccato.

E’ un libro molto sincero, che parla di un viaggio senza dubbio arricchente ma allo stesso tempo deludente. E’ impossibile rimanere indifferenti al dolore di Soldati quando parla della miseria di certe povere persone incontrate; alla sua rabbia di fronte all’ignoranza di alcuni esponenti della classe accademica americana, che esercitano ruoli importanti in alcune università solo in virtù di clientelismo e nepotismo; al suo sgomento nel descrivere le vite amare e i sogni rubati di tristi umanità che arrivano dalla campagna americana cercando fortuna nella Grande Mela. Ma ci sono anche pagine di lucido rispetto per una certa etica lavorativa tutta protestante, di ammirazione per un incrollabile ottimismo nel futuro che si sta costruendo semplicemente avendo fede nel proprio costante lavoro. Sente, tuttavia, di non esserci del tutto portato. Ama l’America, ma capisce quanto sia un’amante difficile, quanto pretenda per dare poco in cambio: bisogna lavorare, darsi da fare, avere progetti, carriere, successo, sempre, mai fermarsi. E tutto senza avere alle spalle quella robusta struttura che è la famiglia, il nucleo indissolubile e solidale, ovviamente patriarcale (siamo ancora nel 1929, in fondo, l’Italia fascista è lontana ancora da qualsiasi rivoluzione sociale e progressista), il caldo rassicurante desco intorno al quale egli ancora identifica il vero amore, nella sua esistenza. L’Italia è la casa, la vita, il vino buono, il culto della cucina, la convivialità, le discussioni politiche e sportive ai pranzi domenicali, il quartiere raccolto intorno a un’osteria, i vecchietti seduti nelle vie sotto i balconi fioriti, gli amici di una vita che ti accolgono la sera come se fossi appena uscito anche se sei stato via per due anni. L’America è la solitaria corsa al successo e alla realizzazione dei propri sogni di carriera, il chiasso, la folla, la volata perenne in qualsiasi situazione, per spostarsi si deve andare in velocità, sempre e comunque; il vino spesso scadente, il cibo preconfezionato, l’infinita distesa buia di un sobborgo in cui nessuno ti conosce, l’assenza di un reale legame di vicinato e comunità, l’impossibilità di andare una domenica a pranzo dai parenti (per quanto questa usanza gli risultasse tediosa, in patria) perchè i parenti, anche quelli stretti, sono sparsi ai quattro angoli del Continente, tutti a seguire le proprie carriere universitarie o lavorative. In Italia, insomma, Soldati ama. In America ha avventure e frequentazioni, ma non ha amori, nè veri amici, nè famiglia: è solo, ed è questo, credo, il senso finale del suo smarrimento.

D’altronde, al ritorno in Italia, Soldati si accorgerà che laddove in America il mito gli aveva offuscato la realtà, qui nel Paese dove il Vaticano aveva appena firmato i patti lateranensi con Mussolini, la nostaglia di casa gli aveva filtrato il senso di rabbia e frustrazione al pensiero che il fascismo sarebbe durato per sempre, pareva. Questo libro, America primo amore, era già pronto nel 1934: ma non trovava un editore, perchè in alcune pagine egli esprimeva ammirazione per l’etica del mondo ebreo. Le leggi razziali non sarebbero state votate che nel 1938, tre anni dopo. Ma Soldati capiva bene che aria si respirava; Carlo Levi, un suo carissimo amico, che gli aveva promesso di disegnargli la copertina per il libro, fu arrestato dalla polizia segreta di Mussolini per sospetta attività antifascista, e inviato al confino (dove scriverà, sappiamo, Cristo si è fermato a Eboli). Riesce appena a consegnargli il disegno della copertina prima di entrare in macchina con i poliziotti vestiti di nero e con i manganelli, e Soldati rimane là in mezzo alla via, con in mano il suo foglio, a guardare impotente mentre lo portano via.

Quindi, per me America primo amore rimane un bellissimo libro, coinvolgente e molto vero; un diario di viaggio affascinante, il resoconto di un primo vero viaggio all’estero che, come scrive Soldati stesso, E’ come il primo amore: non lo scorderai mai, rimarrà sempre con te.

Lorenza Inquisition