I’m with the Band – Pamela Des Barres #recensione

pamela

Ci sono cose che solo chi vive nel mondo del rock può capire. Voglio dire, ti capita il gran gran GRAN culo di essere vicina di casa di Jim Morrison o Frank Zappa negli anni Sessanta e che fai? la timida? non ne approfitti? a sedici anni? Io avrei fatto di peggio.

Pamela Miller era un’adolescente californiana carina e biondissima, cresciuta negli anni 60 in una normalissima casa medio-borghese vicino a Los Angeles, figlia unica di due genitori che le volevano bene e la viziavano il giusto; tutto la dirigeva verso la tipicità della vita a sua volta medio-borghese che attendeva lei e tutte le sue compagne con cofane e reggiseni imbottiti. Invece, complice una mega prima stra- extra-super cotta per i Beatles, qualcosa durante quel percorso si è inceppato, e lei è diventata Pamela Des Barres, una delle più conosciute groupies di sempre, che ha avuto l’accesso diretto al backstage di tutte le band nella più grande epoca della storia del rock’n’roll. I’m with the band (uscito anche in italiano come Sto con la Band, Castelvecchi Editore) è la sua storia, quella di una ragazza con uno spirito libero e mai meschino, che si è trovata al posto giusto nel momento giusto, o ha fatto di tutto per esserlo, e al di là della dolcissima leggerezza delle sue varie avventure (non necessariamente sessuali), fa piacere scoprire che aveva una testa e la usava (anche se non sempre, ma era molto giovane, va ricordato) e che nonostante la superficialità di molte scelte manteneva un’anima profonda e generosa, sempre in cerca di un miglioramento intellettuale e di un reale sviluppo interiore. Non ci sarà sempre riuscita, ma d’altra parte chi siamo noi per giudicarla nel suo percorso? Il libro ripercorre la personale ascesa di Pamela nel mondo del rock a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 a fianco di musicisti diventati poi icone (Jim Morrison, Gram Parsons, Jimmy Page, Mick Jagger, Frank Zappa, Keith Moon, citando solo i più famosi). Di alcuni fu solo amica, di altri invece fu ragazza/amante/donna del momento per qualche giorno al mese, per qualche tempo: non troveremo qui le vuote scorribande di una ninfomane assatanata, Miss Pamela si innamorava davvero dei suoi idoli e ricambiava il dono della musica e della loro attenzione con tutto l’amore e la devozione possibili, soffrendo sempre quando inevitabilmente si allontavano verso i loro sogni di gloria rockenrolla lasciandola con il cuore spezzato.

Il termine “groupie” evoca in genere una serie di reazioni emozionali, che vanno dallo “zoccola” al “musa ispiratrice”, ma in genere si assestano sul dispregiativo diminutivo. Io ho passato la mia vita a stalkerare benignamente Springsteen, e non mi sento di denigrare le scelte di chi ha voluto essere entusiasta e disponibile verso i propri idoli. Anche perchè siamo sempre lì, se Gene Simmons proclama di avere fatto sesso con circa 5.000 donne, lui riceve pacche sulle spalle perchè è troppo uno stallone per essersene approfittato, e le 5.000 sono una massa di zoccole. Al tempo stesso, la Des Barres, che ha vissuto la propria vita al massimo sfruttando tutte le occasioni che le si offrivano, senza rimorsi e scrollandosi di dosso la morale bene dei tempi, racconta in modo assolutamente onesto le proprie intenzioni, che erano a volte dettate da semplice concupiscenza verso questo o quel personaggio della scena rock, ma per lo più da reale desiderio di conoscere quella persona e passarci del tempo insieme, non solo a letto, sentimento in genere ricambiato dalla rock star scelta. D’altronde lo stesso Keith Richards, nel suo Life, definisce con chiarezza i tre tipi di donna che puoi incontrare nella vita di un musicista rock: ci sono le ragazze che usi solo per il soddisfacimento sessuale di qualche ora (il classico “Quanta figa c’è stasera?”), di quelle che usi per un tanto al chilo; poi ci sono le donne di cui ti innamori, che sposerai, con cui farai figli (le due categorie sono esclusive ma non separate: amare tua moglie che è a casa non vuol dire non avere voglia di fare sesso quella sera con una sconosciuta che ti dimenticherai nel preciso momento in cui esce per sempre dalla stanza del tuo albergo o dal tuo camerino). E poi ci sono le groupies, quelle che ti confortano mentre sei in tour lontano da casa da mesi e hai un brutto trip di acido, che ti abbracciano e coccolano dopo che hai dato tutto sul palco, un piccolo porto di calore in mesi di alienazione tra concerti, registrazioni, droghe e vita sfatta. Non erano lì solo per il sesso, e non ci si poteva costruire una vita insieme, ma le si rispettava e si aveva di loro un bel ricordo.

Attraverso tutte le sue avventure nel mondo del testosterone rockenrollo, Pamela è sempre circondata e supportata dal reciproco affetto del suo gruppetto di amiche groupies, un tema che ho trovato simpaticamente piacevole: anche con quelle ragazze con cui rivaleggiava per l’attenzione di qualche rockstar, non c’erano mai reali sentimenti di odio o rivalità, anzi in genere diventavano sempre amiche. Non ci sono meschinerie o scenate, e se pensiamo che stiamo parlando di ragazzine tutte dai 17 ai 23 anni, la cosa è abbastanza sorprendente. Per comparazione, basti pensare alle scenate isteriche virtuali delle migliaia di fan delle boy band dei nostri tempi quando una di loro per un qualsiasi motivo ottiene un momento di celebrità per un bacio con uno degli idoli: si scatenano insulti, minacce, scene da Gehenna che Dylan Dog ciao proprio. Ma credo che ai tempi di Pamela fosse una realtà riconosciuta da tutte quelle del giro, quella che fosse necessario sostenersi vicendevolmente come gruppo di fan affezionate: perchè sapevano che gli uomini con cui dormivano non sarebbero stati lì per molto, e quel tipo di vicinanza e calore da loro non sarebbe comunque mai arrivato.

La scrittura in sè, è tremenda. La cosa è alquanto sconcertante se si pensa che l’autrice ha scritto pure altri libri, e che si definisce “giornalista”; ma sul serio, è penosa. Le parti peggiori sono poi quelle dei suoi diari, che lei ha tenuto durante tutta la sua vita e che hanno quindi permesso una documentazione accurata degli avvenimenti, insieme con foto e stralci di lettere; ma le frasi che si impegna a mettere insieme sono di una bruttezza imbarazzante. Tuttavia, se è scritto male, è però sempre sincero: è impossibile rimanere indifferenti alla sua sofferenza di ragazza corteggiata da Jimmy Page e che dopo qualche serata fantastica e un biglietto aereo che le permette di andare in tour con i Led Zeppelin per qualche settimana, viene lasciata al telefono con un Mi faccio sentire io seguito dal classico Non sei tu, lo sai, sono io. Anche le rockstar sono uomini e pure super vermi, care le mie Holly Golightlies.

Al di là del fatto che non sarebbe probabilmente all’altezza di certe descrizioni, è un po’ strano che pur essendo un libro sul momento più alto della storia del rock, di musica rock ce ne sia così poca, in effetti: è vano attendere un’esposizione di cosa fosse un concerto degli Stones, di come ci si sentisse a guardare un assolo di Jimmy Page, di un momento in cui la discussione artistica esplodeva tra Gram Parsons e Keith Richards e ci fosse lì qualcuno a testimoniarlo. Non c’è mai una vera e propria impressione della musica che questi uomini effettivamente suonavano, dello stile che ricercavano, del momento creativo inseguito: per quello che ne riferisce Pamela, gli Stones avrebbero potuto essere dei poeti che declamavano Rimbaud nudi a turno dal palco, e a lei non sarebbe importato, finchè fossero rimasti i più idolatrati proclamatori nudi di Rimbaud dal palco del mondo. E per me, da fan del rock, questa è la più grave mancanza del libro, anche se devo riconoscere che dove fallisce nel parlarci dei momenti della musica rock vissuti di fianco agli artisti che l’hanno creata, riesce a trasmetterci piccole istantanee, intime e dettagliate, di alcuni di questi uomini. La cosa ha anche un certo senso: con questi musicisti andava per lo più a letto, non in sala di registrazione; è normale che Keith Moon volesse confidarle il tormento per l’incidente in cui uccise il proprio amico e autista Neil Boland, e non parlarle della propria tecnica poco convenzionale di batterista.

Al tempo stesso, pensando a donne per cui sono state scritte canzoni immortali, è un po’ triste pensare che tutto quello che ha dato Pamela nelle relazioni con questi artisti non sia mai stato in fondo pienamente ricambiato; a lei ora non importa, e va bene. Ma per me, rimane un poco triste lo stesso.

In ogni caso, è una ragazza che Frank Zappa, Mick Jagger, Gram Parsons, Jimmy Page, Robert Plant, Keith Moon (ma anche Don Johnson e Woody Allen) hanno considerato degna di essere amica e/o amante, e dunque non vedo perché debba io avere riserve sul personaggio. E’ vero, forse molte di queste rock star l’hanno per lo più usata sessualmente, forse non c’è stata profonda e vera intimità. Ma Miss Pamela non se ne è preoccupata mai, perchè era troppo intenta a divertirsi, a sognare, a progettare nuove mises e a spassarsela: e il suo messaggio, ancora dopo quasi cinquant’anni, è proprio questo. Nessuno, nemmeno la più famosa rock star del mondo può farti sentire usato, sporco, inferiore, se sei in pace con te stessa e stai vivendo la tua vita proprio come ti va di farlo.

Delle 400 pagine di quest’opera, almeno le ultime 100 sono comunque di troppo, per me. Perchè all’inizio, mentre Pamela vaga coi suoi occhioni sgranati nel mondo rockenrollo che le si spalanca davanti, senza parole e imbambolata davanti ai suoi idoli, è impossibile non provare entusiasmo con lei. E anche dopo, quando è entrata un poco nella scena ma si arrabatta per mantenersi con lavoretti (perchè le va riconosciuto, onestamente, che pur con tutte le possibilità che ha avuto di approfittarsene un po’, il massimo che chiedeva alle rockstar erano i biglietti dei concerti ed occasionalmente un trasporto per andare a vederli in tour: ma per il resto, si è sempre pagata tutto di tasca sua, al massimo domandando piccoli prestiti ai genitori) cercando di capire come trovare la propria vena artistica, cercando di “fare” qualcosa, circondata da tutti questi giganti della creatività, la si segue volentieri. Però arrivati a quest’ultima parte, Miss Pamela è una signorina ormai ventiseienne, che ha vissuto nel suo modo non convenzionale da quando ne aveva sedici, e improvvisamente comincia a chiedersi se non ci sia qualcosa di più, di diverso, di altro, che non inseguire come una pazza dei musicisti rock per portarseli a letto. E’ comunque una ragazza americana, come tutte allevata nel mito di affermarsi nella propria vita, inseguire una carriera, costruire una famiglia: e il fatto che non si sia uniformata alla corrente di pensiero imperante, non vuol dire che non meditasse sulla sua validità. Soprattutto, la realtà comincia a farsi strada anche nel suo sogno dorato: non ha una casa propria nè una relazione fissa, e pur essendo ormai una persona ormai del giro, ogni volta che si presenta da una nuova rockstar emergente è in competizione con file di ragazzine di dieci anni più giovani di lei, che vogliono spodestarla. E a poco a poco, così giovani, cominciano anche a morire i compagni di avventure di una vita, falciati da malattie e droghe.

Perciò tutta l’ultima parte del libro è incentrata su questi suoi problemi esistenziali e dilemma spirituali, nonchè sulla ricerca dell’uomo con cui mettere su casa: e a sto punto, se la brutta grammatica e le frasi infelici si sopportano finchè ci sono in scena Mick Jagger o Robert Plant, tutta ‘sta sezione diventa un insopportabile trip di scrittura scadente e melodramma da Harmony spiegazzato, che finalmente termina nel momento in cui incontra il Des Barres, e convolano felicemente a nozze.

In questo libro c’è tutto questo, ma per fortuna molto molto di più: fantastiche descrizioni di un mondo hippie in cui andare vestiti in abiti elisabettiani era considerato il massimo della moda, comuni zozze e post concerti orgiastici, sale da pranzo-boudoir e mescalina, Frank Zappa e Jim Morrison che le fanno lezioni sul mantenere sempre il controllo prendendo poche droghe (consiglio che seguirà di cuore, e probabilmente è anche per questo che è ancora qui sana a raccontarcelo), le fruste che Jimmy Page teneva in valigia e le famigerate Plaster Caster (le ingessatrici che collezionavano calchi di sessi maschili da esse stesse, ahem, “preparati”) e un mondo pre-security pre-Chapman, in cui le rockstar erano dei ma non inavvicinabili, e il pensiero di pace e amore dell’epoca dei figli dei fiori era ancora una realtà possibile, non un’utopia.

E’ un libro comunque molto piacevole e interessante per chi bazzica il mondo rockenrollo, se non scritto bene, per lo meno sempre sincero, lieve, e molto onesto. Lorenza Inquisition

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