Mi sa che fuori è primavera – Concita De Gregorio

“Lei ha figli?, ti chiedono. E taci. Sì, due. Vorresti dire. Perchè è così, ne hai due. Sono lì ogni istante. Dell’assenza non ti puoi mai liberare. Della presenza sì, a volte ti dimentichi. Sono lì, tu sei nell’altra stanza, dimentichi. Ma dell’assenza non ti dimentichi mai. Non ti permette distrazione, mai”.

concita

Irina è la protagonista, l’unica sopravvissuta per poterne parlare, di un orribile fatto di cronaca: ha perso le tracce delle sue due gemelle di sei anni – Alessia e Livia – il 31 gennaio 2011. L’ex marito Mathias Schepp le rapisce e dopo 5 giorni di viaggio, attraverso la Francia e la Corsica, arriva a Cerignola in Puglia, posteggia l’auto, va in stazione e si fa travolgere dal treno. Nessuna notizia delle due bimbe, la cui sorte rimane a tutt’oggi sconosciuta. Mathias lascia però un ultimo biglietto, che toglie ogni speranza: «Le bambine non hanno sofferto, non le vedrai mai più». Una vicenda che ha scosso l’opinione pubblica con grande impatto emotivo, rivelando l’approssimazione delle indagini svolte dalla polizia svizzera, incapace di ammettere la possibilità che un cittadino svizzero, con un lavoro e ben inserito nella comunità, potesse macchiarsi di un delitto così efferato per rivalersi sulla moglie che voleva lasciarlo, tanto che alla fine proprio Irina, la vittima, è stata isolata e silenziosamente condannata, in quanto donna, e italiana. Ricorda nel libro che mentre lei supplicava i poliziotti di iniziare le ricerche del marito e delle figlie scomparse ormai da due giorni, uno le rispose quasi divertito: Ma stia calma signora, è un uomo svizzero, mica un brasiliano o un italiano!, sottintendendo che certe cose, certi femminicidi, certe violenze non le fanno i cittadini svizzeri, uomini perbene.

A quattro anni dai fatti, questa madre sente il bisogno di comunicare, usando come intermediaria la De Gregorio che, con grande delicatezza, sparisce quasi in queste pagine e si presta a restituirci tramite le sue parole l’immagine di una piccola donna tenace, che vive, ama, e non dimentica.

Questo è un libro triste e delicato, non tragico come la vicenda che racconta potrebbe suggerire. Ognuno, nel dolore, esiste come può: Irina Lucidi riesce a viverci senza essere consumata dall’odio, e lasciando anzi un messaggio di tenace, caparbia speranza di vita.

Al di là del fatto di cronaca, che viene riassunto in poche pagine e lettere scritte dalla protagonista, in questo libro si parla di due cose, di come si possa vivere con un dolore così infinito e continuo senza diventare pazzi (La perdita di un figlio è la pietra di paragone, la misura aurea del dolore, il metro. Ogni altra difficoltà della vita è contenuta in quel perimetro), e di come sia possibile, e in fondo legittimo, continuare a voler vivere. Credo che sia una domanda che tutti ci poniamo, in fondo, quando leggiamo di certi eventi: come è possibile sopravvivere a questi dolori? E come si può non venire inghiottiti dall’odio? Viviamo in un’epoca in cui l’odio è presente anche in situazioni che non sono violente, in partenza: discussioni politiche, argomenti su social network, commenti in pagine pubbliche. Basta una dichiarazione, e si scatena il dare contro, il distorcere con rabbia qualsiasi punto di vista che non sia il proprio, il morboso voler avere ragione contro ogni diversità. Questo libro mi ha restituito una certa lucidità scevra da pregiudizi nel leggere una storia vera, la voglia di capire di una vittima che si tiene lontano da giustizialismo e amplificazioni mediatiche.

Non l’ho trovato del tutto memorabile, e onestamente ci sono dei passaggi tediosi; ma ha un valore che va al di là dello stile, comunque molto curato, un’amplificazione di ricerca del bene sempre e comunque, di conforto per chi ha vissuto simili situazioni, un elogio alla vita e all’importanza di ricordare, sempre.

“Non sento la necessità di avere nuovi figli. Non mi mancano i figli: mi mancano loro. La nostalgia è una cosa fisica. È proprio impossibile colmare la mancanza di un corpo vivo, non c’è niente, nessuno che possa sostituire l’assenza di qualcuno. Solo il sogno… Sono felice quando le sogno. Mi sveglio felice”.

Lorenza Inquisition

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