L’educazione – Tara Westover #Westover #Feltrinelli #Studio #Educazione

«Quanto di noi stessi dovremmo dare a coloro che amiamo? Quanto li dobbiamo tradire per crescere?»Hadley Freeman, Vogue

L’ educazione -Tara Westover

Traduttore: Silvia Rota Sperti

Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Tara, la sorella e il fratello sono nati in una famiglia di mormoni anarco-survivalisti delle montagne dell’Idaho. Non sono stati registrati all’anagrafe, non sono mai andati a scuola, non hanno mai visto un dottore. Sono cresciuti senza libri, senza sapere cosa succede all’esterno o cosa sia successo in passato. Fin da piccolissimi hanno aiutato i genitori nei loro lavori: d’estate, stufare le erbe per la madre ostetrica e guaritrice; d’inverno, lavorare nella discarica del padre, per recuperare metalli. Fino a diciassette anni Tara non ha idea di cosa sia l’Olocausto o l’attacco alle Torri gemelle. Con la sua famiglia, si prepara alla prossima fine del mondo, accumulando lattine di pesche sciroppate e dormendo con il sacco d’emergenza sempre a portata di mano. Il clima in casa è spesso pesante. Il padre è un uomo dostoevskiano, carismatico quanto folle e incosciente, fino a diventare pericoloso. Il fratello è chiaramente disturbato e diventa violento con le sorelle. La madre cerca di aiutarla ma rimane fedele alle sue credenze e alla sottomissione femminile prescritta. Poi Tara fa una scoperta: l’educazione. La possibilità di emanciparsi, di vivere una vita diversa, di diventare una persona diversa. Una rivelazione.

A volte i libri sorprendono. E se sono esordi sorprendono ancora di più. È successo cosi con l’Educazione. Non si parte dal distopico e l’inverosimile nella finzione. La realtà è inverosimile e se questa è la vita vera della scrittrice, lo diventa ancora di più.
Tara vive in una famiglia mormone radicale. La religione non è solo uno stile di vita ma il motivo stesso dell’esistenza. Il padre – fanatico estremista – non crede nello Stato, nelle regole della società, nei ruoli sociali, nella parità di genere, nella tecnologia, nella medicina tradizionale, odia il diverso e ha paura di essere manipolato e perseguitato dalle autorità. Impone le sue convinzioni a una persona facilmente manipolabile, sua moglie, e agli innumerevoli figli, una delle quali è Tara, la scrittrice. Questo vuol dire che i bambini, abitanti di una isolata fattoria in una montagna dell’Idaho, non sono registrati all’anagrafe, non vanno a scuola, devono lavorare duramente col padre che fa lavori umili, faticosi e pericolosi, se si ammalano sono curati dalle erbe della mamma, non hanno vestiti adeguati e soprattutto non hanno libri se non la Bibbia che regolamenta (nella libera interpretazione dei genitori) il loro presente e il loro futuro. Non sanno niente di cosa accade nel mondo e vivono preparandosi alla fine dei tempi, ai giorni dell’abominio (o millennium bug) con scorte e nascondigli. “Dio non ammette infedeltà” e la razza umana, al contrario, si prostituisce ai saperi dell’uomo, labili e inefficaci. E ciò significa non rendersi conto di un fratello disturbato mentalmente, anzi obbligare Tara o sua moglie a sottostare alle sue violenze fisiche e verbali, in nome dell’unità della famiglia e del volere di Dio. Vuol dire curare con unguenti ustioni terribili e tagli paurosi, provocati dalla testardaggine di un padre schizofrenico.
Non si può lottare contro l’oscurantismo, se si è impregnati di false credenze pensando invece che siano verità. Non si può cambiare se non strappandosi di dosso la propria identità, i propri affetti, deleteri, ma affetti.

“Avevo cominciato ad accorgermi di una cosa fondamentale che riguardava mio fratello, mio padre, me stessa. Avevo capito che eravamo stati scolpiti da una tradizione che ci era stata data da altri, una tradizione di cui eravamo volutamente o accidentalmente all’oscuro. Mi ero resa conto che avevamo prestato le nostri voci ad un discorso il cui unico scopo era quello di disumanizzare e abbrutire gli altri – perché era più facile alimentare quel discorso, perché conservare il potere sembra sempre la strada migliore”.

Ora bisogna aggrapparsi ad altro per salvarsi. Magari provando ad avere una vita normale per una volta. Altro è cultura, educazione, studio, conoscenza, apertura mentale. Ma per Tara vuole anche dire superare lo scoglio di sentirsi sbagliata, come il suo passato vuole farle credere. Significa dare ai genitori le colpe che meritano, considerarli per quelli che sono: poveri esseri chiusi a se stessi e al mondo e che non l’hanno protetta da nessun pericolo, anzi l’hanno deliberatamente scaraventata in situazioni di pericolo per provare l’azione di Dio nel soccorso.

Si può rischiare di tornare a vivere recidendo le proprie radici? Forse è l’unico modo per credere finalmente in se stessa come persona nuova.

“Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi. Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento. Io la chiamo un’educazione.”

Paola Filice

Questo bacio vada al mondo intero – Colum McCann #ColumMcCann

New York, agosto 1974. La città si ferma, come incantata, e guarda in alto: un funambolo sta attraversando il vuoto tra le Torri Gemelle, in equilibrio su un cavo d’acciaio, a centodieci piani d’altezza. Intorno all’enigmatica figura di Philippe Petit, eroica e insieme così fragile, McCann costruisce un romanzo fatto di storie e voci intrecciate, un’epopea corale di straordinaria universalità: il ritratto autentico e coinvolgente di un’America in bilico tra potenza e rovina, fatta di immigrati e prostitute, preti e artisti, madri ricche e disperate dell’Upper East Side e figli che muoiono in Vietnam. Le loro storie s’intersecano, casualmente e inesorabilmente, a partire da quel giorno di agosto, all’ombra di quelle torri che sono ancora un simbolo di potere, ma già un presagio della caduta che verrà.

“La sola cosa per cui valeva la pena intristirsi era sapere che a volte in questa vita c’è più bellezza di quanta il mondo possa reggerne”.

L’ho finito. Gustato e centellinato. Stavo lì, con gli occhi sulle frasi, il cuore inchiodato, a carpire e capire. Me lo portavo appresso sull’applicazione dello smartofono, ma ogni tanto resistevo alla tentazione di aprirlo. Non è il momento giusto, mi dicevo, non ora, non qui.
Ché questa è una storia che richiede coraggio per leggerla. Ruvida e docile, facile e ostica come la vita.
Il vorticare dei punti di vista.
La semplicità delle coincidenze.
I colpi di scena e quelli di testa.
La complicità che quelle voci sanno instaurare col lettore.
E quella foto. Che tiene insieme tutto, come un cavo teso su due grattacieli destinati a crollare. E un paio di piedi che percorrono il cavo.
I passi dei protagonisti nella vita. La camminata di Gloria. La corsa di Corrigan. Il viaggio di Lara. Gli stivali di Jazzlyn e i tacchi a spillo di Jaslyn. L’andirvieni di Claire. I percorsi in taxi di Salomon. Il metro di Fernando. E naturalmente, i piedi dell’acrobata, meno coraggioso degli altri, inchiodati all’asfalto e al cemento, ma quanto indomiti, nell’affrontare vita e morte, vita in morte, morte in vita, spezzettandole in minutissimi dettagli densi di bellezza.
E quanto altro mi porterò dentro di questo libro. Comprese le domande di mio figlio, finalmente tornato, che studia sul divano vicino al mio, e che mi sente sospirare, esclamare piccoli ah!, e oh!, durante la lettura, e incuriosito dice “ma dev’essere proprio bello sto libro!”.
Lui, immerso nel mistero di analisi due.
Io, in quello della vita.

“C’è chi pensa che l’amore sia la fine della strada, e che se si è abbastanza fortunati da trovarlo, ci si ferma lì. Altri dicono che è come un burrone nel quale si precipita. Ma chiunque abbia vissuto almeno un po’ sa che muta con il passare dei giorni, e secondo l’energia che gli si dedica, lo si conserva o ci si aggrappa, oppure lo si perde, ma a volte capita che non sia nemmeno mai stato lì, fin dall’inizio”.

Lalab Bianchi