Into thin air – Jon Krakauer

into

Bello questo libro di Krakauer, anche se devo ammettere che ha alcune parti molto descrittive oserei dire al limite del noioso; d’altronde è un resoconto giornalistico di una tragica vicenda in cui persero la vita diverse persone, non un romanzo. Krakauer nel 1996 era già un discreto alpinista, e giornalista free lance. Una delle maggiori testate sportive americane gli offrì l’incarico di scrivere un reportage su una spedizione sull’Everest, mito per lui assoluto fin dall’infanzia. Krakauer accettò il lavoro, arrivò in Nepal, e per molte settimane familiarizzò con i membri della propria spedizione e alcuni di varie altre presenti (c’erano almeno quattro gruppi al suo arrivo, tutti ovviamente decisi a scalare la vetta più alta). Si sottopose agli indicibili disagi dell’acclimatazione all’altitudine estrema, riuscì ad arrivare al culmine del monte Everest, e a ridiscendere salvo. Ma quel giorno molte cose andarono storte, alcune minori, altre oggettivamente fondamentali, e tutte contribuirono alla morte di otto persone in condizioni terribili: ricostruire quindi l’accaduto era diventato per lui vitale, e questo libro è il suo tentativo per spiegare quello che secondo lui è successo.

Al di là delle responsabilità individuali e del desiderio di vedere tutta la vicenda stesa per bene, che alla fine sono marginali perchè secondo me in queste faccende si arriva sempre a capire quel che si può non essendo noi testimoni diretti, ho trovato alcuni aspetti davvero interessanti in questo libro. Innanzitutto, spiega in ogni singolo esacerbato dettaglio quale sia il costo fisico e mentale di una simile scalata. Anche nelle migliori circostanze, ogni passo su ghiacciai e crepacci è estenuante in una maniera assurda, se non ci sono i venti siberiani c’è il sole a picco altrettanto accecante, se non c’è la fatica dell’ascensione c’è il riposo notturno anche a meno 20 gradi centigradi, per non parlare della Zona Morta, quel livello di altitudine così inospitale, oltre gli 8.000 metri, al quale il corpo umano non può adattarsi, e che provoca reazioni violente e spesso fatali: allucinazioni, difficoltà motorie e di deambulazione, disorientamento e possibile morte per ictus o edema cerebrale.

Per una ascensione vittoriosa sull’Everest, impariamo durante la lettura, le condizioni climatiche, fisiche, ambientali e tecniche devono essere ottimali; quella mattina di maggio del 1996 quasi nessuna di queste condizioni era ideale, neanche semplicemente adatta. Ci furono ritardi enormi nella scalata causati dall’imbottigliamento di tutte le persone delle varie spedizioni che decisero di salire lo stesso giorno, ritardi che causarono il consumo delle riserve di ossigeno e la prolungata esposizione all’altitudine della zona morta. Per qualche motivo i capigruppo non rispettarono le decisione vitale di tornare indietro entro il tempo limite prefissato, stimato per raggiungere il campo base prima della notte; per qualche motivo le corde a cui agganciarsi non erano state tese con anticipo dagli sherpa; e per qualche motivo nessuno degli alpinisti esperti presenti quel giorno seppe determinare che le nuvolette bianche che si vedevano all’orizzonte quel mattino erano le avvisaglie di una terribile tempesta che si abbattè su tutte le persone presenti nel primo pomeriggio, intrappolandole in cima e rendendo impossibile la discesa.

Krakauer dopo la pubblicazione di questo libro ha avuto una serie di beghe con alcuni parenti delle vittime, e anche con qualche sopravvissuto, in particolare con Anatoli Boukreev, un leggendario alpinista russo che nel romanzo viene dipinto come un egoista che lasciò alcuni membri del suo gruppo inermi nella tempesta per arrivare felicemente al riparo al campo base, anche se poi nelle ore successive eroicamente da solo tornò sulla cima e mise in salvo molte persone (per l’altra versione della storia, si suggerisce il libro che Boukreev a sua volta pubblicò sul disastro dell’Everest, The Climb).

Quando si leggono racconti di questo tipo, penso che di base si vorrebbero trovare delle risposte chiare e precise che diano un senso definitivo al tutto: sono morte tot persone perchè hanno sbagliato strada perchè la bussola era rotta perchè chi la doveva leggere era cecato. Purtroppo nelle umane vicende che coinvolgono gruppi numerosi non c’è mai un solo perchè chiaro e risolutivo; e comunque le storie raccontate da un testimone diretto sono spesso falsate dalla sua propria sensibilità, o dal desiderio di non mettersi davvero a nudo.

Va anche detto che Krakauer con onestà ammette di aver ricevuto accuse dai parenti dei morti per non aver dato subito il suo contributo alle ricerche dei dispersi: essendo uno degli alpinisti più esperti presenti, arrivò in cima tra i primi del suo gruppo, e ridiscese in tempo per evitare la tempesta. Tuttavia arrivò al campo base senza riserve di ossigeno, esausto e senza forze, completamente estenuato dalla scalata. Ammette onestamente di aver passato qualche ora in stato di dormiveglia cercando di riprendersi, certamente non in grado di avventurarsi di nuovo fuori durante una tormenta per cercare di dare una mano. L’unica cosa di cui ammette responsabilità è un grave errore da lui commesso, comunque in buona fede, causato dalle allucinazioni di cui fu preda nell’ultima parte della discesa in cui aveva finito l’ossigeno supplementare: nel suo delirio, era convinto di aver incrociato scendendo una delle guide più giovani, e di averlo visto quasi in salvo a poche centinaia di metri dal campo base. Allertati da questo presunto avvistamento i soccorritori concentrarono quindi le ricerche in quella zona, e anche quando del disperso continuarono a non apparire tracce non si spostarono dall’area indicata da Krakauer. Solo qualche mese dopo lo stesso giornalista si rese conto del terribile errore commesso, quando parlando con un altro sopravvissuto questi gli ricordò la conversazione avuta mentre quest’ultimo era a poche centinaia di metri dal campo base sulla via del ritorno, e Krakauer realizzò quindi di aver confuso nel delirio i due amici, depistando completamente le ricerche dei soccorritori. Il corpo del disperso non fu mai ritrovato, e il rimorso per questo errore, se pure involontario, non smette di perseguitarlo tutt’oggi.

In ogni caso, dalla lettura non emerge secondo me uno stato di accusa verso qualche persona in particolare, piuttosto verso un tipo di sistema di fare alpinismo sull’Everest. A causa delle difficoltà di scalata di questa montagna, impervie ma  tutto sommato praticabili se assistiti da qualche esperto, ai tempi erano nate società di guida alpinistiche che promettevano di poter portare in cima chiunque avesse abbastanza soldi per permettersi il viaggio, la sua organizzazione e le salatissime tasse di iscrizione (i membri della spedizione di Krakauer pagarono a testa 65.000 dollari) e fosse in uno stato di ragionevole buona forma fisica. Questo, denuncia Krakauer, da un lato ha consentito che molte persone inesperte al limite del ridicolo fossero presenti tutte insieme quel giorno in cima, causando ritardi e limitando gravemente l’operato degli scalatori più esperti. E dall’altro, ha scatenato una serie di considerazioni venali che in una spedizione amatoriale o comunque non commerciale non sarebbero state presenti: per esempio, che se ho un cliente che ha pagato 65.000 dollari per arrivare in cima, farò di tutto affinchè il mio gruppo arrivi, perchè mi serve la pubblicità che quel gruppo mi farà, per avere l’anno prossimo molti altri iscritti. E anche, se ho un cliente che per il secondo anno mi ha pagato perchè lo porti in cima e non ci sto riuscendo, forse spingerò un pò più in là il tempo di rientro, per scrupolo.

Queste sono tutte considerazioni legittime, che Krakauer offre premettendo con onestà che ogni decisione dei presenti in quel giorno di maggio del 1996 arrivò dopo ore di di sonno arretrato e cervello privato di ossigeno, e dopo giorni di esaurimento fisico in condizioni climatiche impossibili, e tutto sommato per me la verità sta in questa riflessione. Chi è salito quel giorno, sia per lavoro sia per pura passione sia per diletto, è in parte responsabile di quello che gli è accaduto, e di quello che è successo a tutti, proprio per aver deciso un giorno di vari mesi prima che avrebbe scalato la montagna più alta del mondo. Non sono scelte che puoi prendere alla leggera, o pensando che non ci saranno conseguenze: potrà andare tutto bene, ma in ogni caso non dipenderà tutto da te, e di questo devi essere cosciente. C’è un fattore rischio altissimo, e ignorarlo è da irresponsabili. Poi che lo si ignori perchè la passione è più forte di tutto, lo capisco benissimo: il desiderio in certe persone è sempre più forte della razionalità, e non si può giudicarli per questo.

Quindi per me questo è un libro emozionante, che va letto come uno scritto che non contiene verità assolute, ma solo qualche risposta.

E sulla domanda che sia al cinema sia dopo questa lettura ho sentito fare, Eh ma non spiega perchè lo hanno fatto, cioè PERCHE’ sono saliti, perchè, anche se avevano famiglie a casa, bambini in arrivo, lavori sicuri e agiatezza e salute? perchè?

e perchè, perchè. Son passioni. Le passioni umane non si possono spiegare. Devi solo capire che son passioni. Se ne hai una che ti tiene vivo dentro, è lì, la spiegazione.

Lorenza Inquisition

 

Annunci

Un pensiero su “Into thin air – Jon Krakauer

  1. Pingback: Miracle in the Andes: 72 Days on the Mountain and My Long Trek Home – Nando Parrado | 50 libri in un anno

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...