Wild – From lost to found on the Pacific Crest Trail – Cheryl Strayed #CherylStrayed #PCT #Wild

As I spoke, the doubts I had about myself on the trail fell away for whole minutes at a time and I forgot all about being a big fat idiot. Basking in the attention of the people who gathered around me, I didn’t just feel like a backpaking expert. I felt like a hard-ass motherfucking Amazonian queen.

wild

Nel 1991, a soli 24 anni, Cheryl Strayed perde la madre, alla quale è attaccatissima, per un tumore penoso e fulmineo. Il dolore è per lei incolmabile, così immenso da trascinare con sè altre devastazioni: Cheryl perde la famiglia che si sfascia, i fratelli e il patrigno isolati e sempre più lontani l’uno dall’altro. Perde il marito, sposato appena ventenne sulla scia di un innamoramento a prima vista, dietro una schiera di uomini senza volto che le fanno dimenticare per un momento il proprio lutto. Perde sè stessa, in una spirale autodistruttiva di droghe sempre più pesanti. Perde quasi la vita, la ragione, il desiderio di sopravvivere. Eppure, Cheryl è fatta di un’altra pasta.

Dopo quattro lunghi anni di angoscia e disperazione, un giorno, per caso, Cheryl vede su uno scaffale di una stazione di servizio un libro, la guida al Pacific Crest Trail, il Sentiero delle Creste del Pacifico, un percorso escursionistico da percorrere a piedi, lungo più di quattromila chilometri che parte dalla bassa California per risalire tutta la costa degli Stati Uniti Occidentali su su verso Nord passando lo Stato di Washington e l’Oregon per arrivare fino in Canada. Cheryl non sa perchè sia attratta da quel libro, non è appassionata di trekking anche se ha ricordi di campeggi e vita all’aperto di quando era bambina. Ma qualcosa in quel volume, in quell’idea di viaggio, la chiama a sè. Lo compra, e qualche settimana dopo, nel momento più basso della propria devastazione, dopo aver abortito un bambino del quale ha solo una vaga idea di chi potrebbe essere il padre, decide che lei farà quel trail, il mitico, devastante, impossibile PCT. Da sola, a 28 anni, senza nessuna preparazione fisica e con solo una minima nozione di quello che deve essere la preparazione materiale (studio delle mappe, attrezzatura varia, rifornimenti) per un’impresa del genere, la troviamo all’inizio del libro mentre passa la sua ultima notte in un letto di motel lungo il deserto del Mohave prima di cominciare il suo cammino. Fissa l’enorme zaino che si porterà dietro per i tre mesi stimati per compiere la traversata, e si chiede cosa stia facendo, esattamente. Non sa bene dove la porterà questo viaggio, è un lungo cammino pieno di promesse e paura, con una sola certezza: è l’unica strada che ha trovato per tornare a essere la donna che voleva essere da bambina, la donna che sua madre avrebbe voluto fosse, e la percorrerà tutta, fino in fondo, perchè l’alternativa è perdersi per sempre, e questo fa più paura di tutto, della stanchezza, dei pericoli, dell’ignoto.

Scrive bene Cheryl, e ci tiene con sè per tutto il percorso, una strada lunga, dolorosa, infinita. E’ vero, in fondo si tratta solo di camminare. Ma come chiunque abbia fatto un trail di resistenza sa, la vera sfida per superare questa prova è mentale, non fisica. Tuttavia è proprio il fisico, all’inizio, che dolorosamente mette alla prova la resistenza umana di Cheryl: il trail inizia nel deserto del Mohave, chilometri e chilometri di cammino sotto il sole cocente, con lo zaino gravato dalla scorta di acqua che è necessario portarsi dietro perchè la prima sorgente utile è a giorni di distanza. Parte male Cheryl, non si è preparata adeguatamente: non ha provato bene gli stivali e i piedi la tormentano, lo zaino è troppo pesante, ha calcolato male le miglia di percorrenza giornaliere, non ha mai usato il fornelletto da campo e si accorge troppo tardi di non avere il combustibile adatto. Non ha che una vaga idea della direzione, non ha messo da parte abbastanza soldi per le emergenze, non si è preparata materialmente in un’infinità di modi: ma non molla. Passo dopo passo, Cheryl cammina, ripetendosi come un mantra Non ho paura, non ho paura, non ho paura per cacciare quell’altra vocina che a volte è forte come un tuono Non ce la farai, non puoi farcela, non è possibile che tu ce la faccia.

Cammina  e continuerà a camminare perchè non può fare altro, perchè sì, è dura, ma anche vivere senza la madre è dura, anche aver buttato nel cesso il matrimonio con un uomo di cui era sinceramente innamorata è dura, queste sono cose ancora più difficili e bastarde di un percorso trail, pur se faticoso da morire. E riuscire ad andare avanti le dà quel minimo di pace e senso di completezza che alla fine di ogni giorno le mancavano da anni, e Cheryl continua. 

La letteratura sulla redenzione personale raggiunta attraverso imprese sportive o fisiche di vario tipo è infinita, e ognuno può identificarsi con le varie storie per i più disparati motivi. A me questo libro è piaciuto perchè il personaggio è una donna che dopo aver preso una serie di bastonate dalla vita, tira fuori due palle così e si fa a piedi 4000 chilometri alla faccia della sua inadeguatezza morale, pratica e fisica. A me le storie di donne così fanno sognare, sono i miei idoli assoluti. Sono quelle che hanno vissuto l’inferno come tutti, peggio di tutti a volte, eppure zitte e mute (e zaino in spalla) con anche una certa grazia e alla faccia del sesso debole prendono l’inferno per gli attributi e se lo attraversano, e andrà come andrà, ma per lo meno non sto qua a piangere che sono bionda e carina e qualcuno mi aiuterà. No.

Tu, ti devi aiutare.

Non tutti si identificheranno con lei, che è a volte antipatica, ma mai arrogante, e che si vergogna sinceramente degli sbagli che fa. Però penso che molti possano leggere la sua storia capendo come fosse presa tra la nostaglia della vecchia vita che non tornerà più, e la nostalgia di quello che la vita avrebbe potuto essere, che non sarà mai. E finirà, come tutti noi, a fare il meglio che può, senza necessariamente essere orgogliosa o umiliata da quello che è diventata alla fine del cammino.

Questo, per il libro. E’ uscito l’anno scorso un film con Reese Witherspoon, che ho visto dopo il libro. Il libro è meglio (ma va? ma dai), molto meglio. Non è un brutto film, anzi, ma il libro è molto molto meglio. Soprattutto il film, che è sceneggiato da Nick Hornby quindi mi spiace dirlo, non riesce a veicolare due fondamentali aspetti: il primo, la comunione con la natura, un tema che necessariamente in un percorso così lungo a piedi per parchi nazionali deve essere presente. Nel romanzo, il co-protagonista di Cheryl è il PCT, la strada, le sue valli, le montagne e i laghi, mentre nel film è al massimo un comprimario, ma non è possibile che i paesaggi non siano neanche contemplati una volta, che i tramonti e le albe non siano presenti, che manchi l’ampio respiro del vasto mondo di foreste pluviali e boschi incontaminati nel quale Cheryl vive per quasi 100 giorni. In questo un film come Into the wild, invece, è perfetto.

L’altro aspetto diludendo del film è il lavorìo mentale di Cheryl, i suoi dubbi, le paure e le incertezze, tutto passa fumè in una serie di flashback che rispetto al libro trovo veramente poveri.

quindi, se avete voglia di leggervi un libro un po’ lungo, non perfetto, ma con un bel messaggio e una grande storia, uscite e buttatevi sul PCT. Prima però imparate a usare il fornelletto neh.

Io, per me gli do’ un treemmezzo su 5 stelle.

E inoltre, non ve lo dico ma ve lo dico, a me sto libro m’ha messo idee. Sapetevevelo.

Lorenza Inquisition

 

 

 

 

 

 

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3 pensieri su “Wild – From lost to found on the Pacific Crest Trail – Cheryl Strayed #CherylStrayed #PCT #Wild

  1. Pingback: AWOL on the Appalachian Trail – David Miller | 50 libri in un anno

  2. Stefano

    Ti ha messo idee ? Della serie che stai pensando a un tuo Trail? O che stai pensando di scriverne uno? Concordo sulle 3 e 1/2, perché c’ha messo tanto cuore. Peccato che ancora non ne ho trovato uno così dal punto di vista maschile 😔 ( into the wild non vale perché è un reportage, non un diario di viaggio…the beach è molto diverso…Le mappe dei miei sogni è scritto dal punto di vista di un bambino 😞)

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    1. Sì mi ha messo idee sul volerlo fare! con tempi e dovuti modi eh! 🙂 quando ero in trip dopo questo libro ho letto un po’ di altra roba sui trail americani, però non ne ho trovato ancora uno che sia all’alltezza di questo, che sia uomo o donna (di base chiunque faccia il trail tiene un diario, che poi se ha velleità scrittorie arriva a pubblicare, alcuni sono anche decenti ma insomma non è quello che cerchiamo). Quelli che ho letto e recensito sono questi qua: https://cinquantalibri.com/2015/08/25/pacific-crest-trail-appalachian-trail/ e https://cinquantalibri.com/2015/08/22/awol-on-the-appalachian-trail-david-miller/

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