La zona morta – Stephen King #recensione #StephenKing

Cosa farebbe, se avesse l’opportunità di tornare indietro nel tempo e uccidere Hitler?

La zona morta è il quinto romanzo pubblicato da Stephen King, il primo arrivato in vetta alla classifica dei best-seller. E’ il 1979.

Siccome nel 1979 la mia vita da lettrice non era ancora cominciata (avevo quattro anni), non posso far altro oggi che andare a ritroso cercando di ripescare i primi lavori di questo scrittore amatissimo, perché non c’è niente come un suo romanzo in grado di compiere, su di me, autentici prodigi. Immedesimazione, senso di appartenza alla storia, empatia con i personaggi ma soprattutto una grande, totale, invincibile nostalgia.

Per me la nostalgia kingiana è l’ottava meraviglia del mondo, uno di quei sentimenti che quando ti prende è finita: lo stomaco ti si aggroviglia, gli occhi si inumidiscono, le labbra si increspano in leggeri sorrsi. Nostalgia canaglia.
Johnny Smith è insegnante di letteratura in un liceo di Castle Rock, nel New England, anticonformista e divertente, molto amato dai suoi alunni. Siamo nel 1970 e Johnny, poco più che ventenne, da qualche tempo frequenta Sarah, una sua collega: dopo alcune peripezie amorose piuttosto insoddisfacenti Sarah incontra ad una festa Johnny e rimane incantata dalla sua dolcezza e dalla sua simpatia. Giovani e innamorati, non sanno che il destino sta per abbattersi sulle loro vite come una mannaia, affilata e maledetta. Dopo aver riaccompagnato Sarah al termine di una serata di festa trascorsa alla fiera del paese (è la notte di Holloween), Johnny resta vittima di un incidente stradale a bordo del taxi che lo stava riportando a casa. A causa del terribile schianto rimarrà in coma per più di quattro anni.
Quando si risveglia, con sgomento apprende che il suo mondo è completamente ed irrimediabilmente cambiato: Sarah si è sposata con un altro uomo ed ha un bambino di pochi mesi, sua madre – che già presentava segni di squilibrio prima dell’incidente – ha aderito ad una setta religiosa che predica l’imminente fine del mondo ed è totalmente preda di un fanatismo che la sta portando alla pazzia; inoltre, si scopre invalido. Le sue gambe si sono atrofizzate, muscoli e tendini sono rattrappiti e non riescono più a sostenerlo e per tornare alla normalità dovrà affrontare una lunga riabilitazione e un’operazione avanguardistica. Ma non è questo l’aspetto peggiore del suo risveglio. John in seguito all’incidente, o forse durante lo stato vegetativo, ha acquisito un dono al tempo stesso straordinario e terribile: col solo contatto delle mani è in grado di visualizzare nella sua mente la storia delle persone con il loro passato, il loro presente ed il loro futuro. Durante la permanenza in ospedale per la riabilitazione comincia a diffondersi la voce che Johnny è una specie di veggente, al punto che una volta tornato a casa non troverà più pace. La cassetta della posta è inondata di lettere, di messaggi e di oggetti provenienti da ovunque, persone che cercano disperatamente di avere notizie di cari scomparsi, mariti fedigrafi, figli dispersi. E’ l’inizio di un incubo, perché l’ignoranza di massa di cui è vittima comincerà a vedere in lui un essere sovrannaturale, un cialtrone che vuole solo arricchirsi, un veggente da mettere sotto contratto. Ognuno ha un’etichetta da affibbiargli, pronto ad osannarlo o a saltargli addosso. Johnny è un ragazzo schivo di natura e mal sopporta tutta questa pressione da parte dei media che lo additano senza pietà e si sente soffocare dalle continue richieste di aiuto nella ricerca di persone scomparse. Decide così di isolarsi dalla comunità e cerca di riappropriarsi della sua vita, ricominciando per prima cosa dall’insegnamento: nulla però andrà come previsto. King è molto abile nel farci entrare in punta di piedi nel mondo interiore di Johnny, un mondo che un giorno come tanti subisce una trasformazione dolorosa ed inaspettata, definitiva e terribile. Il suo tormento muove sentimenti di tenerezza e di comprensione e induce inevitabilmente il lettore a porsi una domanda, la stessa che l’uomo si pone da sempre: conoscere il futuro sarebbe un dono o una maledizione? Che impatto avrebbe sulle nostre vite, sarebbe uno strumento che aiuterebbe l’umanità o la distruggerebbe definitivamente? Certo la questione è complessa e la risposta non può esaurirsi in poche righe all’interno di un romanzo di intrattenimento, ma sicuramente è un pensiero che non lascia indifferenti e su cui vale la pena soffermarsi a riflettere. La natura umana difficilmente accetta i propri limiti, mentre è pervasa di speranza e di sogni: conoscere in anticipo la nostra sorte ci priverebbe della nostra stessa essenza lasciandoci fermi al palo del progresso, schiacciati dalla paura e certi dei nostri fallimenti.
Johnny comincia a capire che ci sarà un prezzo molto alto da pagare, perché tutto quello che travalica i confini delle cose terrene porta con sè un contrappeso devastante. Comincia a farsi strada la convinzione di possedere uno strumento potente e prezioso, che fa di lui una specie di predestinato, e ne ha la conferma quando sente l’impulso irrefrenabile di avvicinarsi ad un uomo politico dalla dubbia moralità che sta tenendo comizi in tutto il Maine in vista delle prossime elezioni. Quando stringe la mano del candidato alla presidenza Greg Stillson un flusso di immagini terrificanti gli arrivano davanti agli occhi, come un fiume in piena: non sono nitide, sono come segnali interrotti, ma la percezione è forte e non lascia dubbi riguardo la catastrofe imminente. Deve agire, e subito. Il futuro presidente degli Stati Uniti è un pazzo psicopatico e solo lui può vedere quell’uomo ignorante e abietto – che sta mietendo un successo dietro l’altro accaparrandosi una grossa fetta di elettorato locale – già insediato sullo scranno della Casa Bianca.
Come sempre nelle storie che Stephen King racconta l’elemento sovrannaturale è perfettamente stemperato dalla quotidianità dei suoi personaggi, così che mentre proseguiamo con la lettura non facciamo più caso alla differenza tra realtà e finzione romanzesca. L’aspetto psicologico è sempre molto ben sviluppato, e si presta per accogliere al meglio quello che di straordinario accade, mentre la vita scorre con il suo flusso regolare. Credo che Johnny sia il protagonista kinghiano più nostalgico che abbia mai incontrato: si porta addosso come una pesante cappa il rimpianto per gli anni che il coma gli ha rubato, per il suo giovane amore appena nato e subito perduto, per quel figlio che doveva essere suo, per sua madre vittima di un fanatismo religioso che forse avrebbe avuto bisogno di più comprensione, per una riabilitazione fisica e psichica dolorosa di cui porta ancora i segni, per l’emarginazione sociale che subisce a causa della sua diversità. Ma soprattutto, lui non vorrebbe essere costretto a vedere. Non vorrebbe essere in grado di conoscere le terribili verità che si annidano dietro una semplice stretta di mano, perché il prezzo da pagare è troppo alto. La vita è un lancio di monetina, ma se sapessimo già il risultato come potremmo goderci l’istante perfetto in cui essa volteggia in aria, prima di ricadere al suolo? L’attesa e la speranza, non sono forse queste le cose che più di tutto ci fanno restare aggrappati alla vita?
ll dramma umano di Johnny è la vera forza di questo romanzo, e pazienza se siamo di fronte ad un autore ancora acerbo, che ha lasciato diverse lacune nella storia e che si è perso in almeno un centinaio di pagine. Io, a Stephen King, perdono tutto.

Paola Castelli

Apocalypse Z: The Beginning of the End – Manel Loureiro

apoca

Questo è un libro che non avrei neanche recensito perchè è parecchiamente brutto, però la Owlina me l’ha chiesto e allora ve lo beccate. L’ho preso per depennare la Disfida alla voce: Libro scritto da un autore con le tue stesse iniziali, e ho scelto questo invece di altri perchè tratta una tematica socio esistenziale a me molto cara, l’Apocalisse zombie. Poi su Amazon una media di 2348 lettori me lo assegnavano su 4 stelle, ma dico, potrebbero mai sbagliare duemila e rotti americani? Esatto.

Allora, cominciamo col dire che è stupido. Cioè è stupido pure per essere un libro che tratta della Terra invasa dagli zombie, capite che già si piazza in una categoria di superiore sciapezza. Il protagonista è un povero bastardo che vive in Spagna, recentemente vedovato per cui gli consigliano come terapia di tenere un diario e mettere per iscritto tutte le sue sensazzioni ed emozzioni e casualmente questo va a coincidere con l’inizio della diffusione del virus, te varda che combinazione.

Il motivo per cui si leggono questi libri (e si guardano questi filmi) a parte le orde di zombie schifose e il pericolo e l’adrenalina di scappare e/o combattere, è il capire come l’autore descriverà il cedimento improvviso e catastrofico della moderna civilizzazione che crolla su sè stessa travolgendo tutto, e le storie dei pochi superstiti che devono ricominciare, raggrupparsi, reagire o soccombere. Non vogliamo solo le budella e gli agguati nel buio e l’ultima macchina disponibile e mentre stai per entrarci ti cadono le chiavi per terra e dietro sta arrivando la massa pronta a cannibalizzarti, vogliamo vedere il meglio e il peggio dell’essere umano posto di fronte all’abisso. E se l’autore non ci riesce, accettiamo anche solo romanzi d’azione in cui invece che avere contro i cannibali o i gorilla assassini o gli squali volanti ci sono cadaveri mangiauomini, ma quello che alla fine si vuole è che siano buoni libri d’azione, con gente che sa scrivere.

Qui il lloreno è un’ameba su tutti i fronti, la trama è solo all’inizio credibile, misteriosa base per lo sviluppo di virus batteriologici in Russia attaccata da terroristi, ops mi è caduta una fialetta, ops GNAM GROWL ROOAAR BURP.

Da lì il nostro povero bastardo protagonista monoespressivo continua a descriverci in toni triti e metafore stantìe le cose che succedono usando questo suo fantomatico diario, finchè la minaccia ovviamente arriva anche sotto casa sua e da lì deve decidere di spostarsi. La trama è sciapa perchè anche se succedono cose, lui è sempre immotivatamente fortunato, ma già dall’inizio: è un ricco avvocato che decide di installare i pannelli solari proprio un paio di settimane prima che succeda il peggio, e casa sua è l’unica del quartiere (penzampo’) con un muro altissimo di cemento in giardino. Sua madre è un medico in pensione e gli rifornisce di medicinali l’armadietto, il suo provider è l’unico a funzionare ad oltranza e quindi può continuare ad editare sta ceppa di diario, vive solo e per evitare il fastidio di fare la spesa ha non uno ma due freezer zeppi di roba da mangiare. Insomma ha talmente culo che vorresti che gli zombie lo ammazzero dopo dieci capitoli ma neanche, così, perchè sì. E invece no, tra i pochi zombie che assediano casa sua ce n’è uno che è un soldato in pieno assetto da combattimento, quindi lui deve solo fortunosamente sbarazzarsene per rimanere poi in possesso di tutte le armi e dello zaino ricco di ogni ben di Dio gentilmente fornito dal fu esercito. Insomma una palla. E il povero bastardo non muore mica mai, corre per un paio di chilometri in mezzo alle vie della città senza neanche necessariamente essere inseguito, poi corre da macchina a barca a rifugio a macchina a base segreta quasi senza spettinarsi. Adesso che ci penso a dirla così sembra una partita di SuperMario.

Per non perdere quell’allure di scemitudine che permea per bene tutto sto mappazzone, c’è poi la faccenda del gatto del protagonista. Come i più attenti di voi avranno intuito, il protagonista ha un gatto. E invece di sopprimerlo con un sonnifero prima di buttarsi nel mondo apocalittico, o decidere di lasciarlo libero per giocarsi le sue carte di gatto (cfrt. cane Kojak in the Stand o gatto di The Cell di King) (ma lasciamo stare il Maestro) il povero bastardo decide di portarselo dietro in un portantino, e se a volte il portantino non si trova lo ficca in una federa, in uno zaino, o improvvisa un collarino con la stringa di una scarpa, senza che il gatto muova baffo. Il tutto per chiunque abbia mai accudito un felino è così assurdo da diventare sublime, e si ripete per una mezza dozzina di volte impegnando lunghe parti del romanzo, in una maniera così coinvolgente e credibile che quando si arriva alla fine ti senti genuinamente scandalizzata del fatto che nessuno intorno a te sia morto di vecchiaia nel frattempo.

L’ultima cosa da dire è che passano gli anni, passano i film sugli zombie, passa la palla che il gioco è bello in tanti, ma quello che non passa è la volontà di copiare dai classici, infatti il libro si chiude con un soldato che diventa il best friend foreva del povero bastardo che però non è mica un riservista qualunque, è guarda un po’ che culo un PILOTA DI ELICOTTERO. Allora loureiro il pilota di elicotteri nell’Apocalisse zombie lo lasciamo introdurre da quel fanciullo imberbe di Romero e nessun altro, capito? non ce la puoi fare, dai. Concentrati su altro.

Massì comunque vabbè: ormai questo libro me lo sono puppato, però quando butti tempo così ne esci anche piuttosto scocciata: pochissimo sangue, forzature di trama plateali, dialoghi inesistenti, spessore dei personaggi veramente fatto a cazzo di cane, scrittura inutile, occasioni di grandezza sprecate (alla fine sembra che potrebbe morire insieme ai suoi compagni di avventura in un glorioso rogo biblico ma anche quest’unica gioia ci viene negata) e quel generale disinteresse che solo i libri veramente di merda possono suscitare. Comunque mi informano che trattasi di trilogia. Spero che alla fine si salvi solo il gatto.

Commento di un americano:
Someone dared to compare this guy to Stephen King? This guy isn’t fit to clean King’s toilet.

Nella foto, l’autore in una posa emo atta ad attrarre lettrici imberbi.

Lorenza Inquisition

loureiro