Amistad – Alexs Pate #Amistad #LoSconsiglio

Nel caso degli Stati Uniti d’America contro gli Africani dell’Amistad, è opinione di questa Corte che il nostro trattato del 1795 con la Spagna, sul quale la Pubblica accusa ha principalmente basato le sue argomentazioni, sia inapplicabile … non ci rimane quindi che un’alternativa, che esse non siano schiavi, pertanto non possono essere considerati mercanzia, ma sono piuttosto individui liberi con precisi diritti legali e morali incluso il diritto di ingaggiare un’insurrezione contro chi vorrebbe negare loro la libertà.

Nel 1839 la nave negriera La Amistad vide insorgere gli schiavi che trasportava, che in un delirio disperato di furia e sangue sterminarono l’equipaggio al largo di Cuba, impadronendosi del vascello. Lasciarono in vita solo due ufficiali di rotta, perchè non erano in grado di governare una nave, pensando di tornare in questo modo in Africa. In realtà i due superstiti portarono La Amistad al largo delle coste americane, dove venne catturata da una nave della Marina statunitense, che imprigionò gli africani ammutinati come schiavi fuggitivi, e come tali li portò in tribunale per essere processati per furto, omicidio, ammutinamento e vari altri capi di accusa. La disputa sulla proprietà degli schiavi e sui loro -presunti- crimini si intrecciò poi alle separate rivendicazioni nei loro confronti di Spagna e Inghilterra tramite i trattati internazionali. Alcuni esponenti dei movimenti abolizionisti americani tuttavia si interessarono al caso, che ebbe molta eco nella società e tramite la stampa dell’epoca, ed entrò in varie sedi giudiziarie fino ad arrivare alla Corte Suprema, in cui si decretò -con una sentenza memorabile – che le accuse dovevano cadere, perchè quegli accusati  non erano nati schiavi in una piantagione, ma bensì uomini liberi nella propria terra di origine; erano dunque prigionieri rapiti dalle loro case e portati di forza in un Paese straniero per essere illegalmente venduti, e di conseguenza ogni accusa nei loro confronti doveva cadere.

Mi interessava leggere questo libro per l’argomento, che affronta i primi anni di nascita del movimento abolizionista americano da un punto di vista strettamente giuridico, e di una vicenda che segnò un punto importante a favore del movimento di liberazione degli schiavi in America puntando tutto sull’applicazione del diritto legale, sulle fondamenta di una democrazia fatta di applicazione di regole universali e non prescindibili.

Purtroppo l’ho colpevolmente acquistato in fretta, senza realizzare che non è un romanzo storico a sè stante, ma semplicemente la brutta romanzatura della sceneggiatura (ho fatto pure la rima) del film di Spielberg, che già non è uno dei suoi lavori migliori, ma comunque senz’altro più valido di questo lavoro qua, che ho trovato veramente terribile. Quando non è scritto male è piatto, quando ha un momento di caratterizzazione cade nel banale, quando tenta di descrivere appiccica qualche frase a casaccio su un fotogramma del film, insomma, veramente un libro da buttare in doo cesso. Esiste un libro serio sulla vicenda, Mutiny on the Amistad dello storico Howard Jones, non tradotto in italiano però. Ci sono anche altri due titoli, tradotti, ma non li ho letti e non idea di quanto siano validi:

La rivolta della Amistad Barbara Chase Riboud (Autore), M. Donati (Traduttore) e La ribellione dell’Amistad. Un’odissea atlantica di schiavitù e libertà di Marcus Rediker (Autore), F. Peri (Traduttore)

Questo di Alexs Pate non lo comprate, per una volta piuttosto guardatevi il film.

Lorenza Inquisition

 

The Winslow Boy, David Mamet

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The Winslow Boy  è uno dei miei film preferiti, sceneggiato e diretto da David Mamet, che io amo assai. Ha tutte le caratteristiche di un grande film, e peffozza, è ricalcato su una grande opera teatrale, scritta dallo stesso Mamet: e quindi attori e recitazione superbi, dialoghi eccellenti, personaggi intelligenti e ben delineati. Insomma, una gioia per gli occhi e la mente. Dovendo leggere per la sfida una pièce teatrale, ho optato quindi per questa sceneggiatura (e ovviamente appena finita sono corsa a rivedermi per l’ennesima volta il film).

E’ la storia, basata su un fatto di cronaca realmente accaduto, di una famiglia londinese che negli anni appena precedenti la Prima Guerra Mondiale dovette intraprendere una serie di battaglie legali per difendere l’onore del figlio minore, un ragazzino espulso dal Regio Collegio Navale per furto. Il cadetto si dichiarò innocente, e il padre, con la famiglia a sostenerlo, pretese chiarimenti e ulteriori processi, che dapprima vennero negati, e poi divennero casi sui giornali sensazionalistici, e infine discussioni alla Camera dei Lord. Il più importante avvocato dell’epoca si interessò alla vicenda e si prodigò per portare il caso in Tribunale, per una sentenza che fece poi casistica nel diritto inglese. Il ragazzino era un allievo di un’Accademia Militare, e la causa non poteva quindi essere discussa in un tribunale civile; ma non era effettivamente ancora un soldato, e quindi non si poteva portare il suo caso davanti a una Corte Marziale. Si dovette ricorrere a un rarissimo espediente chiamato Petition of right, un arcaico metodo legale per cui un cittadino inglese, che non può di diritto portare in Tribunale la Corona (che coincideva in questo caso con l’Ammiragliato), può chiedere un risarcimento per un presunto danno subìto, e ottenere una discussione davanti a una giuria.

Questa è la premessa storica. La sceneggiatura in realtà non si basa molto sull’aspetto tecnico-legale, è la storia di come la famiglia affronta la prova: dapprima tutti schierati con l’anziano patriarca, che cerca giustizia per il figlio. Poi il tempo passa, le spese legali si accumulano, sacrifici vengono richiesti: il figlio maggiore, giovane scapestrano edoardiano impegnato ad Oxford non nello studio ma a imparare le mosse di gin rummy e del ragtime con compagni che ci piace immaginare come Bertie Wooster, deve lasciare l’università e andare a lavorare in Banca. La figlia, Catherine, impegnata nella lotta delle suffragette e felicemente fidanzata con un soldato, deve rinunciare alla dote; si discute addirittura di trasferirsi in una casa più piccola e di lasciare andare la vecchia fedele fantesca. I sacrifici non sono solo economici: i giornali scandalistici si impadroniscono della vicenda e della vita privata della famiglia, i vicini e la società parlano, buona parte del pubblico è ostile di principio a una famiglia che osi sfidare la Corona. La salute del vecchio padre comincia a risentirne, la signora madre comincia a chiedere che si riconsideri la questione e si valuti un ritiro. Il ragazzino stesso è ormai a Eton, si trova bene con la nuova scuola e i compagni: si adegua alle decisioni del padre, ma non è realmente più partecipe della cosa.

Gli unici convinti ad andare avanti senza ritirata nè resa, perchè di fronte a un’ingiustizia non è possibile altro atteggiamento, sono l’anziano padre e la figlia Catherine. Sanno di essere nel giusto, e non serve altro. Come accadde nella realtà, viene assunto un Principe del Foro: nobile, snob, apparentemente solo interessato alla pubblicità che il caso gli porta. Agisce con distacco, ma osserva con curiosità Catherine, oramai lasciata dal fidanzato perchè la vicenda legale è invisa alla propria famiglia: è una donna moderna, che legge libri di diritto e di politica e discute appassionatamente del suffragio universale. Il signor eminente avvocato sa comunque il suo mestiere: con abile colpo di coda riesce a ottenere la Petition of Right, e il caso arriva in Assise.

E un bel giorno arriva anche il verdetto, che non vi spoilero, perchè vi invito a leggere assolutamente questo libro, e se non altro a vedere il film: è teatro, quindi non perde nella versione recitata “live”. E’ bello, scritto bene, con intelligenza e ironia, e recitato con amore. Prendetevelolo.

PS. Per chi ama il genere Downton Abbey, HA DA ESSERE UN AUTOBUY, non voglio sentir scuse.

Lorenza Inquisition

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