Complex TV: Teoria e tecnica dello storytelling delle serie tv – JasonMittell #SerieTV #MinimumFax #JasonMittell

È cambiato il modo in cui gli spettatori guardano le serie, così come sono cambiate la critica e la produzione, distribuzione, scrittura e narrazione autoriale, gli aspetti formali ed estetici dello storytelling televisivo, e tutto ciò ha portato a una nuova modalità che io ho definito complex tv: televisione complessa.

Corposo saggio di oltre 500 pagine in cui l’autore studia la serialità televisiva, e il modo in cui si è evoluta negli anni, fino ad arrivare a un particolare sviluppo della recente televisione, che lui definisce appunto la “complex TV”: l’emergere di programmi televisivi che fanno un uso evoluto dei meccanismi narrativi seriali. Per dirla con Sheldon Cooper, viviamo nell’epoca d’oro delle serie TV, dove c’è stato un oggettivo rivoluzionamento dei canoni, dello storytelling, del modo di scrivere le serie ma anche di raccontarle, filmarle,e addirittura fruirle da parte del pubblico: lo spettatore ha raggiunto un livello elevato di competenza formale – non dovendo più sottostare al rito della messa in onda periodica, grazie alle possibilità offerte da internet, dal mercato dei dvd e dalle programmazioni delle tv satellitari e via cavo –, si è emancipato ed è ormai in grado di far propria l’estetica della complessità narrativa. Non sono solamente gli spettatori a essere attivi, ma è l’oggetto culturale a imporlo: le serie sono pensate per stimolare gli spettatori, per confonderli in modo strategico e obbligarli a orientarsi nei vari mondi narrativi.

Le serie tv complesse, ci spiega l’autore, non si guardano come se fossero delle finestre su universi narrativi creati per il nostro divertimento, ma ci chiedono di guardare con attenzione anche la cornice della finestra e di interrogarci sull’eventualità che quello che guardiamo sia distorto dal vetro. F. Guarnaccia

Partendo dalla fine degli anni Novanta ai primi del Duemila, l’autore mette a confronto le storie di alcune serie che delinearono l’inizio di un nuovo scenario della tv americana, nel quale, contrariamente al passato, una narrazione complessa e innovativa poteva ottenere sia il plauso della critica sia il successo commerciale, mentre una serie prudente e convenzionale poteva rivelarsi un flop. Negli ultimi 15 anni poi, a livello stilistico gli orizzonti e le tecniche dello storytelling televisivo hanno subito cambiamenti drastici e specifici: ciò che un tempo era un espediente rischiosamente innovativo, come una voce narrante soggettiva o una cronologia non lineare, è oggi praticamente un clichè.

Se prima il confine tra una serie (a episodi autoconclusivi) e un serial (con una storia continuativa) era netto, oggi questi territori sfumano l’uno nell’altro. L’idea che gli spettatori potessero aver voglia di guardare (e riguardare) una serie tv, di farlo rispettando l’ordine delle puntate, nonché di condividere le proprie riflessioni con un gruppo di sconosciuti, tutto ciò un tempo sarebbe risultato risibile: oggi è il mainstream.

Jason Mittell si aiuta per la sua corposa analisi parte esaminando un diverso campionario di titoli, decidendo di studiare a fondo soltanto alcuni casi rappresentativi, anzichè cercare di spulciare ogni serie che potesse risultare rilevante. Questa scelta è stata dettata, in gran parte, dalle difficoltà insite nello studio di testi seriali di lunga durata, considerato che una serie di successo può contare oltre 100 ore di montato, e questo tipo di analisi può richiedere anche più visioni, nonché l’immersione nei suoi paratesti, che possono essere sconfinati. Ecco perché buona parte della mia analisi si concentra sulle tre serie tv che conosco meglio: The Wire, Breaking Bad e Lost, affrontando in modo più contenuto altri programmi come Veronica Mars, I Soprano, Battlestar Galactica, Arrested Development, Dexter, Six Feet Under, Curb Your Enthusiasm, Mad Men, Homeland.

Queste serie vengono analizzate sotto diversi aspetti: dalle vicende nell’episodio pilota che ha il compito fondamentale di anticipare il percorso narrativo di una serie, spiegare agli spettatori come devono guardarla e convincerli a seguirla, al particolare lato dell’autorialità in cui determinati showrunner (per esempio Joss Whedon) sono amati dai fan che si affidano al suo nome per un prodotto che pensano sarà di qualità perchè si “fidano” di lui. Si analizzano i personaggi moderni che sono scritti in modo convincente e complesso, e a come funzionano in relazione ai vincoli del mezzo televisivo e alla necessità di un’evoluzione scandita sul lungo termine (molte serie complesse hanno scelto di avere per protagonisti degli antieroi (Breaking Bad, i Soprano) sfruttando la struttura a lungo termine per approfondirne i tratti psicologici e per svelare elementi chiave dei loro vissuti).

Si studia poi la comprensione della narrazione, dove la sfida per gli autori è di assicurarsi che lo spettatore capisca sempre ciò che sta succedendo, a prescindere dalla modalità di visione, che sia settimanale o stagionale, che segua la programmazione televisiva o la scansione più flessibile concessa da dvd, registratori digitali e streaming. Si arriva poi al Finale, dove le serie hanno proposto nel tempo alcuni precedenti che oscillavano tra il finale ambiguo, quello circolare, quello autoreferenziale e quello definitivo, e studia le stagioni e gli episodi conclusivi di Lost, The Wire e I Soprano, in quanto rappresentativi sia delle strategie narrative, sia delle reazioni contrastanti di spettatori e critici innescate dai diversi finali.

In complesso, un libro interessante ed esaustivo, forse un poco prolisso in alcuni punti, con un approccio realmente complesso (ah ah) alla materia trattata. L’unico difetto reale che mi sento di citare è il linguaggio, veramente poco fruibile a tratti; è comunque una pubblicazione accademica americana, e questo ha il suo peso.

Lorenza Inquisition

Descrizione

Come fanno le serie tv di nuova generazione a tenerci incollati allo schermo, spingendoci a guardare dieci puntate di fila e a parlare dei protagonisti come se fossero i nostri amici più cari? Quasi mai per caso, né per l’idea geniale di un solo showrunner, bensì grazie allo sforzo creativo e collaborativo che avviene nella «stanza degli autori». In “Complex Tv” lo studioso di televisione e media Jason Mittell ci accompagna lungo la filiera delle serie, dall’ideazione alla produzione, dalla ricezione del pubblico alla gemmazione dei paratesti. In questo percorso l’autore ci spiega cosa distingue la «televisione complessa» da quella del passato, con particolare attenzione allo storytelling e alle tecniche peculiari del mezzo. Emancipandosi dalla narratologia tramite un linguaggio nuovo e dedicato, esamina tutti i capisaldi di questo formato e i fenomeni a essi associati: dalla rivoluzione apportata dai “Soprano” al successo irripetibile di “Lost”, dalla struttura comica complessa di “Arrested Development” e “How I Met Your Mother” fino alla radicale trasformazione di Walter White in “Breaking Bad”. “Complex Tv” non si rivolge soltanto agli appassionati: oltre a essere lo strumento che mancava per analizzare questa nuova arte, può rivelarsi prezioso per chiunque voglia scoprire (e magari imparare) i segreti dello storytelling.

Una collana, SuperTele, di minimum fax, aperta agli studi di accademici anglosassoni dedicati alla televisione e ai media audiovisivi.

Traduttore: Mauro Maraschi Curatore: Fabio Guarnaccia, Luca Barra

Editore: Minimum Fax Collana: SuperTele Anno edizione: 2017

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La nazione delle piante – Stefano Mancuso #StefanoMancuso #Lanazionedellepiante

*Un libro che ti hanno prestato (poi per favore restituiscilo!)*

“Esiste una disfunzione cognitiva chiamato effetto Dunning-Kruger che induce negli individui poco esperti di un argomento una netta sopravvalutazione delle proprie competenze in quello stesso campo. Per carità non è che prima di Dunning e Kruger nessuno se ne fosse accorto: da Socrate in poi è un susseguirsi di “so di non sapere”, ma evidentemente ricordarlo non è mai superfluo. In ogni caso, meglio sempre affidarsi ai dati oggettivi piuttosto che auto dichiararsi superiori rischiando di cadere anche noi nell’effetto Dunning-Kruger”.

Stefano Mancuso scrive con chiarezza e semplicità divulgativa una breve (otto articoli) carta dei diritti delle piante, ribaltando l’assunto che la Terra ci appartenga per un qualche diritto intrinseco (in quanto vertice della catena alimentare) o per una qualche mal interpretata legge di natura (in virtù di un principio aristocratico per cui saremmo la specie migliore, o in termini darwiniani la più “adatta” a sopravvivere).

“Dei 550 gigatoni (un gigatone è pari ad un miliardo di tonnellate) di biomassa carboniosa sulla Terra, gli animali costituiscono circa 2 gigatoni, con gli insetti che ne formano circa la metà e i pesci che contano per altri 0,7 gigatoni. Tutto il resto, che include mammiferi, uccelli, nematodi e molluschi consiste in 0,3 gigatoni. I funghi, da soli, hanno una biomassa sei volte superiore a quella degli animali (12 gigatoni). Le piante (450 gigatoni) rappresentano oltre l’80% della biomassa della Terra, mentre gli uomini, con i loro 0,06 gigatoni, contano per lo 0,01%. È chiaro che non è in virtù del nostro numero che esercitiamo la sovranità sul pianeta”.

Ogni dichiarazione fatta nel libro è e resta un punto di vista umano, che prova ad empatizzare con un’altra specie vivente incapace di comunicarci direttamente la sua volontà o i suoi interessi. È Mancuso che scrive in vece delle piante e lo fa in parte per tutelare il loro diritto alla sopravvivenza e all’uso delle risorse del pianeta e in parte per tutelare la nostra sopravvivenza in quanto specie messa in pericolo da se stessa.

“L’insana idea che sia possibile crescere indefinitamente in un ambiente che dispone di risorse limitate è soltanto umana. Il resto della vita segue modelli realistici. Il mondo vegetale segue la semplice regola di crescere fin che è possibile farlo, in accordo con la quantità di risorse disponibili. In altre parole, quando i mezzi scarseggiano, la crescita si riduce.”

A volte Mancuso ricorre a forme di proiezione di intenti e scopi tipicamente umani rispetto al mondo vegetale, ma lo fa sempre in modo piacevole, per trovare metafore adeguate a spiegare in termini essenziali le urgenze neglette dei cambiamenti climatici e i non molto rosei modelli di previsione susseguenti.“Essere radicati al suolo, senza possibilità di spostarsi dal luogo in cui si è nati, ha delle conseguenze fondamentali. Le piante non sfuggono di fronte ad un predatore; non vanno alla ricerca di cibo; non si spostano verso ambienti più confortevoli. Gli animali risolvono qualunque problema tramite il movimento, solitamente spostandosi dove il problema non esiste più. Le piante no, le piante sono costrette a risolvere i problemi, non potendo evitarli come gli animali”.

Non è un saggio stricto sensu, nel senso che l’autore enuclea gli articoli della Nazione delle Piante, li spiega molto brevemente e fa qualche esempio storico e biologico per chiarire il punto in questione. Ma a parte una dichiarazione d’intenti iniziale, manca un epilogo che si possa chiamare tale, giusto per fare il punto finale dell’esposizione. È davvero una carta dei diritti e niente di più: chiudere in maniera così netta è una sberla emotiva, anche perché il libro aggancia completamente l’attenzione (nel senso che l’ho iniziato ieri notte e finito stamattina, in mezzo a qualche ora di sonno). Forse questa ricerca di un riepilogo unificatore è frutto della nostra esigenza umana, troppo umana, di schematizzare il pensiero per assimilarlo: in questo Mancuso è stato molto attento a ricalcare la struttura decentralizzata del modello vegetale, sia nella forma che nella logica espositiva. Sembrerebbe quasi che l’autore voglia sfuggire alle conclusioni delle proprie riflessioni, ad esempio un ridimensionamento demografico che possa riportare equilibrio fra le due nazioni (animale e vegetale) e che passa attraverso due mezzi: l’aumento della Nazione delle Piante, che già in passato salvò il pianeta da condizioni peggiori di quelle attuali e la diminuzione della Nazione Umana. Forse è per quest’ultima ragione che il finale rimane un po’ tronco, perché portando alle estreme conclusioni il libro di Mancuso si capisce che l’opzione cooperativa e simbiotica, molto in voga nel mondo vegetale e animale, sia un utopistico traguardo per quanto riguarda il sistema di credenze e comportamenti che caratterizzano la vita umana.

“La forza delle comunità ecologiche è uno dei motori della vita sulla Terra. A qualsiasi livello, dal microscopico al macroscopico, sono le comunità, intese come relazioni fra viventi che permettono la persistenza della vita”.

Stefano Lilliu