La nazione delle piante – Stefano Mancuso #StefanoMancuso #Lanazionedellepiante

*Un libro che ti hanno prestato (poi per favore restituiscilo!)*

“Esiste una disfunzione cognitiva chiamato effetto Dunning-Kruger che induce negli individui poco esperti di un argomento una netta sopravvalutazione delle proprie competenze in quello stesso campo. Per carità non è che prima di Dunning e Kruger nessuno se ne fosse accorto: da Socrate in poi è un susseguirsi di “so di non sapere”, ma evidentemente ricordarlo non è mai superfluo. In ogni caso, meglio sempre affidarsi ai dati oggettivi piuttosto che auto dichiararsi superiori rischiando di cadere anche noi nell’effetto Dunning-Kruger”.

Stefano Mancuso scrive con chiarezza e semplicità divulgativa una breve (otto articoli) carta dei diritti delle piante, ribaltando l’assunto che la Terra ci appartenga per un qualche diritto intrinseco (in quanto vertice della catena alimentare) o per una qualche mal interpretata legge di natura (in virtù di un principio aristocratico per cui saremmo la specie migliore, o in termini darwiniani la più “adatta” a sopravvivere).

“Dei 550 gigatoni (un gigatone è pari ad un miliardo di tonnellate) di biomassa carboniosa sulla Terra, gli animali costituiscono circa 2 gigatoni, con gli insetti che ne formano circa la metà e i pesci che contano per altri 0,7 gigatoni. Tutto il resto, che include mammiferi, uccelli, nematodi e molluschi consiste in 0,3 gigatoni. I funghi, da soli, hanno una biomassa sei volte superiore a quella degli animali (12 gigatoni). Le piante (450 gigatoni) rappresentano oltre l’80% della biomassa della Terra, mentre gli uomini, con i loro 0,06 gigatoni, contano per lo 0,01%. È chiaro che non è in virtù del nostro numero che esercitiamo la sovranità sul pianeta”.

Ogni dichiarazione fatta nel libro è e resta un punto di vista umano, che prova ad empatizzare con un’altra specie vivente incapace di comunicarci direttamente la sua volontà o i suoi interessi. È Mancuso che scrive in vece delle piante e lo fa in parte per tutelare il loro diritto alla sopravvivenza e all’uso delle risorse del pianeta e in parte per tutelare la nostra sopravvivenza in quanto specie messa in pericolo da se stessa.

“L’insana idea che sia possibile crescere indefinitamente in un ambiente che dispone di risorse limitate è soltanto umana. Il resto della vita segue modelli realistici. Il mondo vegetale segue la semplice regola di crescere fin che è possibile farlo, in accordo con la quantità di risorse disponibili. In altre parole, quando i mezzi scarseggiano, la crescita si riduce.”

A volte Mancuso ricorre a forme di proiezione di intenti e scopi tipicamente umani rispetto al mondo vegetale, ma lo fa sempre in modo piacevole, per trovare metafore adeguate a spiegare in termini essenziali le urgenze neglette dei cambiamenti climatici e i non molto rosei modelli di previsione susseguenti.“Essere radicati al suolo, senza possibilità di spostarsi dal luogo in cui si è nati, ha delle conseguenze fondamentali. Le piante non sfuggono di fronte ad un predatore; non vanno alla ricerca di cibo; non si spostano verso ambienti più confortevoli. Gli animali risolvono qualunque problema tramite il movimento, solitamente spostandosi dove il problema non esiste più. Le piante no, le piante sono costrette a risolvere i problemi, non potendo evitarli come gli animali”.

Non è un saggio stricto sensu, nel senso che l’autore enuclea gli articoli della Nazione delle Piante, li spiega molto brevemente e fa qualche esempio storico e biologico per chiarire il punto in questione. Ma a parte una dichiarazione d’intenti iniziale, manca un epilogo che si possa chiamare tale, giusto per fare il punto finale dell’esposizione. È davvero una carta dei diritti e niente di più: chiudere in maniera così netta è una sberla emotiva, anche perché il libro aggancia completamente l’attenzione (nel senso che l’ho iniziato ieri notte e finito stamattina, in mezzo a qualche ora di sonno). Forse questa ricerca di un riepilogo unificatore è frutto della nostra esigenza umana, troppo umana, di schematizzare il pensiero per assimilarlo: in questo Mancuso è stato molto attento a ricalcare la struttura decentralizzata del modello vegetale, sia nella forma che nella logica espositiva. Sembrerebbe quasi che l’autore voglia sfuggire alle conclusioni delle proprie riflessioni, ad esempio un ridimensionamento demografico che possa riportare equilibrio fra le due nazioni (animale e vegetale) e che passa attraverso due mezzi: l’aumento della Nazione delle Piante, che già in passato salvò il pianeta da condizioni peggiori di quelle attuali e la diminuzione della Nazione Umana. Forse è per quest’ultima ragione che il finale rimane un po’ tronco, perché portando alle estreme conclusioni il libro di Mancuso si capisce che l’opzione cooperativa e simbiotica, molto in voga nel mondo vegetale e animale, sia un utopistico traguardo per quanto riguarda il sistema di credenze e comportamenti che caratterizzano la vita umana.

“La forza delle comunità ecologiche è uno dei motori della vita sulla Terra. A qualsiasi livello, dal microscopico al macroscopico, sono le comunità, intese come relazioni fra viventi che permettono la persistenza della vita”.

Stefano Lilliu

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