Libri dell’anno #libri #2020 #Poesia

Post chilometrico, perdonatemi.

I miei libri dell’anno, non tutti quelli letti, che comunque non sono molti di più. E’ solo un catalogo di ringraziamenti, è un elenco di libri per i quali esprimo gratitudine. In questo anno che passa ho letto meno del solito, ma forse mai come quest’anno ho trovato conforto e trovato gioia leggendo, andando in libreria, scorrendo lo sguardo su costole e copertine, ascoltando e parlando di libri, comprandone (ché ci sta pure quello, si chiama smania di possesso).

E quindi: un grazie: a questi libri, a chi li scritti, a chi li ha fatti e venduti, a chi me ne ha parlato, a chi me li ha imposti, prestati, regalati. Insomma, tra i libri del mio 2020, ho sintetizzato la storia di quest’anno scegliendo una quindicina di libri:

1) Una rivista: è la nuova serie di “Poesia”, sempre pubblicata da Crocetti, che però adesso è entrata nel gruppo Feltrinelli; è curata, ha belle copertine, veste grafica, rilegatura, è un piacere tenerla in mano, ed è un grande piacere leggerla.

2) Un libro illustrato: è “Nevicata”, del 2013, una raccolta di poesie di Francesco Scarabicchi e di acqueforti di Nicola Montanari; ho ritrovato il tono delicato e compassionevole di una delle mie raccolte di poesia preferite degli ultimi anni “Il prato bianco”, del 2017, sempre di Scarabicchi.

3) Una raccolta completa di tutte le poesie: è “Il concerto del grillo”, di Daria Menicanti, che avevo solo in fotocopie, lo avevo consumato, e anime gentili me lo hanno appena regalato a stampa; il volume è bellissimo, lei mescolava bene amore per la vita e malinconia, mestiere e sentimento; gli apparati sono spettacolari.

4) Una raccolta completa di poesie e prose: è “Poesie e prose”, di Vittorio Sereni, una delle voci più amate del mio novecento italiano; mi fa piacere averlo messo vicino a Daria Menicanti, erano amici in vita, e Sereni, responsabile della poesia per Mondadori, avrebbe voluto pubblicarla corposamente per la collana “Lo specchio”, ma morì anzitempo, lei finì un po’ dimenticata, peccato! La raccolta di poesie di Sereni è solo meravigliosa, delle prose non ho letto alcunché.

5) La figurina mancante: è “Poesia araba” (grazie a chi mi ha fatto completare la collana di poesia uscita anni fa per Repubblica ❤; era l’unico volume che mi mancava, non si trovava facilmente).

6) La raccolta di poesie uscita nel 2020 – lingua italiana: “Vita meravigliosa”, di Patrizia Cavalli. E che te lo dico a fare!? Eleganza e malinconica ironia, leggerezza e corposità, libro bellissimo.

7) Un libro, un film: è “L’età incerta” di L. P. Hartley, da cui Joseph Losey trasse, con il Nobel Harold Pinter alla sceneggiatura, un capolavoro, il film “Messaggero d’amore”; quel film è centrale, per la mia vita da spettatore, e finalmente ho letto il libro, meritevolmente ripubblicato da Neri Pozza nel 2020. Il dolore della crescita, i rapporti di classe, le attrazioni e i muri invalicabili, gran storia. Incipit indimenticabile: “Il passato è un paese straniero. Lì, tutto si svolge in modo diverso.

8) Altra raccolta di poesie uscita nel 2020 – lingua tedesca: è “Non separare il no dal sì”, con una serie di liriche di Paul Celan scelte e tradotte da gran poeta donna (o poetessa, o poeta e basta) Elisa Biagini. Ho sempre trovato faticoso e estraneo Celan. Stavolta è diverso, resta faticoso, ma è scoppiato l’amore, seppure tardivo, ma alla fine nessun amore è tardivo, e nessun amore è tempestivo, arriva quando arriva.

9) Il titolo più bello (ma è stupendo pure il libro, eh!): è “Economia dell’imperduto”, di Anne Carson; lunga rifessione su Simonide, Celan (e sì, questo libro mi ha fatto prendere quello di sopra), la poesia, la scrittura, e mille altre cose; gran fatica, gran gioia; gratitudine eterna al traduttore!; il titolo originale era “Economy of unlost”, perchè Anne Carson aveva tradotto “unlost” l’aggettivo tedesco “unverloren”, usato da Celan per una discorso pubblico; Patrizio Ceccagnoli si è inventato un nelogismo bello fino alla commozione: “imperduto”; adesso so come definire un po’ di cose che mai andranno del tutte perse, resteranno, per me, “imperdute”.

10) L’autotraduzione: è la raccolta bifronte “Fiore che ssembe” di Giovanni Laera ; magari aveva ragione Robert Frost quando sentenziava: “la poesia è quello che si perde nella traduzione”, ma magari non aveva pensato al poeta che si autotraduce; ‘sto libro son due raccolte, bellissime, in una: una in dialetto della città di Noci, e una nelle riproduzione, reinvenzione, in italiano; grande mestiere (metrica, lessico, costruzione della frase, figure retoriche, musicalità, etc.) e calore umano assieme.

11) Altra, ulteriore, raccolta di poesie – lingua inglese (ma è americana, per essere precisini): è “Cartografie del silenzio”, di Adrienne Rich, è una selezione, splendida, delle sue raccolte, è potente, evocativa, ipnoticamente simbolica, a tratti finanche solenne; lettura felicemente impegnativa; ecco cinque versi che valgono intere sillogi: “Sono venuta a esplorare il relitto. /Le parole sono intenzioni./ Le parole sono mappe./ Sono venuto a vedere il danno compiuto/ e i tesori che trionfano.” La poesia di pagina 23, che dà inizio alla giostra, infatti si chiama “Dediche”, se letta ad alta voce, fa un certo effetto.

12) Un classicone: è “La signora Dalloway”, di Virginia Woolf, è la più bella lettura dell’anno, naturalmente, ché con Virginia c’è poca storia; elaborazione stilistica e narrativa (dalla costruzione della frase alle lunghe introspezioni interiori) ma pure empatia e partecipazione emotiva; libro toccante per le storie che si incrociano e entusiasmante per lo stile, con tutti quegli incisi che si susseguono, come onde che si infrangono sulla spiaggia.

13) La rilettura – più o meno un altro classicone: è “Il lungo addio”, di Raymond Chandler; riletto decenni dopo, piaciuto ancora di più (molto di più), del resto sono invecchiato, come era invecchiato il protagonista, Philip Marlowe; la storia mica l’ho capita benissimo, mai capita bene la storia, con Chandler, ma resta il resto, ed è tanto, e resta uno dei più bei finali mai letti, una roba meravigliosamente “triste, solitaria y final” (e così salutiamo pure quel bellissimo libro di Osvaldo Soriano, con di nuovo Marlowe e Los Angeles protagonisti, che trovò il titolo nelle pagine finali di questo Chandler: “Triste, solitario y final”).

14) Un libro non classificabile, in rilettura: è “Trilogia” di Truman Capote, e Eleanor e Frank Perry; sono tre racconti di Capote, i tre trattamenti per farne episodi di un film tv, le foto dai film, le note di Capote e dei coniugi Perry, la sceneggiatrice e il regista, qualche commento; i racconti sono bellissimi, il resto pure.

15) A boy meets a girl: è “Quando finisce l’inverno”, di Guadalupe Nettel, gran bella variazione sul tema più difficile e consunto: “un ragazzo incontra una ragazza”; in realtà è una affascinante partita a quattro con quattro bellissimi personaggi principali; la materia è ribollente, ma la scrittura la stempera e governa in narrazione e stile controllati ma non algidi.

Bonus track) sono i due volumi dei Sillabari di Parise, li leggo e rileggo dai tempi dell’università, e di solito è il libro con cui chiudo l’anno, è il mio libro (son due, ma come se fossero due) del cuore.

Giuseppe Bruno

La settima funzione del linguaggio – Laurent Binet #LaurentBinet

«Binet costruisce un documentato, complesso divertissement, strizzando l’occhio agli amanti di Eco e del suo Nome della rosa»Lara Crinò, il Venerdì – la Repubblica
la settima funzione
Può un romanzo essere al contempo di una leggerezza disarmante, fluido e densissimo? Può, ve lo garantisco. Questo libro è capace di gratificare l’urgenza di evasione, di far venire voglia di reiscriversi a letteratura contemporanea e magari laurearcisi pure, di mandare al diavolo qualche elettore nostrano, di sorridere, di approfondire millemila argomenti, di bersi una birra gelata, di rileggere rotocalchi, di riascoltare proprio quella canzone lì, che te la ricordi eccome, l’avevi sul nastro, possibile? Possibile!
Per essere un giallo è un giallo, eccome se lo è. Non manca di suspense e intrigo e improbabili (o probabilissime) relazione fra i personaggi che stuzzicano curiosità, ipotesi e fantasia.
Per essere un esperimento è un ottimo esperimento (metaromanzo, si dice).
Dentro cova la storia, anche la nostra (vi ritroverete a contare i minuti prima dell’esplosione della stazione di Bologna e a visitare una Venezia erosa e bellissima).
Il novanta per cento dei protagonisti e delle comparse sono intellettuali (filosofi, critici, scrittori, psicologi) e/o politici viventi all’epoca dell’uscita del romanzo.
La vicenda da cui parte tutto è un incidente realmente accaduto a Roland Barthes il 25 febbraio 1980 (a causa del quale lo scrittore perse la vita – morì un mese dopo, il 26 marzo). Aveva appena pranzato con François Mitterrand e un furgoncino, per la strada, lo investì. È un sasso nell’acqua il corpo di Barthes riverso sull’asfalto: i dettagli iniziano ad ammucchiarsi e a diramare senso e non smettono di farlo per 454 pagine. Sarà un’indagine particolarissima quella sull’incidente, incidente che non convince troppe persone e che nasconde trame ed interessi inimmaginabili. A condurla Simon Herzog, (sfigatissimo ed ipnotico) dottorando in semiotica a Paris-Vincennes, e Jacques Bayard, (irritante, leale e davvero riuscito) commissario.
Potete trovare esaustive recensioni ovunque, non aggiungo la mia. Mi limito a dire che l’ho divorato e che gli stimoli che ne ho avuto mi occorrevano: come buttare la diavolina sulla brace che latita, ecco. Mi farete sapere, se del caso.
Abbracci e baci.
P.S. Umberto Eco saluta tutti caramente, alla sua maniera. A bientot, direbbe.

Rob Pulce Molteni

Il grande studioso Roland Barthes giace riverso per la strada, investito da un furgone della lavanderia, il 25 febbraio 1980, appena dopo un pranzo con François Mitterrand. L’ipotesi è che si tratti di un omicidio: negli ambienti intellettuali e politici, nessuno è al di sopra di ogni sospetto. È così che ha inizio la spericolata e avvincente ricerca della verità da parte del commissario Bayard, incaricato del caso, e di Simon, un giovane studente “reclutato” da Bayard per sfruttare le sue conoscenze nel mondo universitario. Insieme, incontreranno il presidente Giscard all’Eliseo, Foucault tra lezioni in aula e saune per omosessuali, Bernard-Henri Lévy alle prese con donne da sedurre e anziani colleghi da onorare, e si imbatteranno nei nuovi membri di una società segreta in cui, alla fine di ogni sfida, al perdente viene tagliato un dito. Seguendo la pista di un intrigo internazionale che vede affrontarsi spie bulgare, russe e giapponesi, Bayard e Simon arriveranno a Bologna, dove incroceranno Umberto Eco, Michelangelo Antonioni e Monica Vitti. Sfioreranno persino la bomba alla stazione, prima di partire di nuovo e attraversare l’Atlantico alla ricerca di un documento misterioso che potrebbe risolvere il caso. In pochi mesi, Simon viene trascinato in più avventure di quelle che avrebbe mai immaginato di affrontare in tutta la vita: come in un romanzo, più che in un romanzo.

I due protagonisti sono una coppia apparentemente mal assortita: da un lato abbiamo Jacques Bayard, l’investigatore esperto e disincantato, abbastanza tipico, che ben presto, però, si rende conto di muoversi su un terreno a lui sconosciuto e che non fa mistero di detestare.

Dall’altro, abbiamo Simon Herzog, l’intellettuale brillante e un po’ sfigato (secondo gli standard dell’investigatore) che si trova suo malgrado ad affiancarlo e a guidarlo su quel terreno, dopo aver dato prova di grande acume (alla Sherlock Holmes, per intenderci) al Presidente Valéry Giscard d’Estaing in persona.

A questi si affiancano altri personaggi di fantasia minori e personaggi reali: politici e intellettuali che dominavano le rispettive scene, continentali e d’oltreoceano, negli anni ’80, che Binet si diverte a caratterizzare in modo alquanto improbabile.

Così, guidati da un narratore che non cerca in alcun modo di rendersi discreto, seguiamo Simon e il Commissario Bayard da Parigi a Bologna, fino a Ithaca (New York), passando per Venezia e Napoli, sulla pista di una fantomatica settima funzione del linguaggio e di tutti i personaggi che vorrebbero metterci le mani, impedendo al contempo agli altri di fare altrettanto.

Non certo una lettura da ombrellone, per così dire: in alcuni passaggi le citazioni colte sono veramente pesanti. Tuttavia la storia, vista nel suo insieme e senza la pretesa di essere presa sul serio, funziona, e funzionano i personaggi, se tali li consideriamo, anche quando si chiamano Umberto Eco.

Michela Alfano, ThrillerNord 

La settima funzione del linguaggio – Laurent Binet

Traduttore: Anna Maria Lorusso

Editore: La nave di Teseo  Collana: Oceani

Anno edizione: 2018