Richard Yates – Revolutionary Road #RichardYates

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“… non riusciva nemmeno a dire se era irritato o contrito, se era il perdono che voleva o il potere di perdonare.”

Parte come una sordida commedia sull’ipocrisia della middle class USA di metà anni ’50, col motore del sogno americano a pieni giri, ma finisce per scavare in profondità, rivelando la marcia insensatezza – universale – degli equilibri sentimentali e sociali, l’inganno delle prospettive che accettiamo come un sottoprodotto irrinunciabile. Finché l’inganno appunto non ti si rivela in tutta la sua crudezza, accendendo i riflettori sulla penosa recita che stai conducendo (il primo capitolo è emblematico in questo senso) e allora non resta che la nevrotica accettazione o lo scarto della pazzia, del gesto disallineato.
Straordinario il modo in cui un dettaglio fisico o ambientale, una frase, una parola, siano capaci di spostare il tono dallo strambo all’angosciante. Magistrale l’utilizzo delle ellissi ad amplificare la tensione con un senso di ineluttabile, di fattore umano intrappolato nel proprio svilupparsi meccanico.

Stefano S.

DESCRIZIONE

Nominato da Time tra i «100 Best Novels in English», Revolutionary Road è uno dei classici «dimenticati» della narrativa americana del secondo Novecento, che minimum fax ha riportato con successo nelle librerie italiane dopo più di trent’anni. Frank e April Wheeler sono una coppia middle class dei sobborghi benestanti di New York che coltiva il proprio anticonformismo con velleità ingenua, quasi ignara della sua stessa ipocrisia: nella storia della giovane famiglia felice la tensione è nascosta ma crescente, il lieto fine impossibile, ma l’inevitabile esplosione avviene solo dopo quattrocento pagine, fra le più intense e penetranti della narrativa americana degli ultimi cinquant’anni.

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Richard Yates – Undici solitudini #RichardYates

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“Gli americani sono sempre stati inconsciamente convinti che tutte le storie avranno un lieto fine”, frase di Stevenson candidato democratico alla presidenza negli anni ’50 e sempre sconfitto. Yates amava queste parole dette da uno che il lieto fine non lo ebbe.
Così sono questi 11 racconti. Con un tratto leggero che emoziona proprio per la sua scorrevolezza e semplicità, lo scrittore distrugge il conformismo di un’America anni cinquanta senza bisogno di ribellioni o denunce, ma con un realismo splendido che ritrae la desolazione e la ripresenta al lettore senza filtri che ne aumentino l’intensità. Onesto come un amico, Yates racconta. E noi non possiamo fare a meno d’ascoltarlo.
Yates attinge a piene mani nella sua vita burrascosa.
Storie dove l’adeguarsi alle convenzioni, la ricerca della sicurezza e la mediocrità della vita consumano l’esistenza dei protagonisti lasciandoli delusi e insoddisfatti. Come per Cheever, Carver, anche Yeats ti lascia un po’ sconsolato, ma questa è poi la vita. Le piccole illusioni dei protagonisti saranno ridimensionate dalla dura realtà, la solitudine dei loro mondi non comunicanti accentuata. C’è chi vi rinuncia in partenza, chi lascia andare le speranze di cambiamento per tornare a una squallida tranquillità, chi dalla disillusione ha ottenuto e otterrà solo cattiveria. 
Piaciuto tantissimo.

Raffaella G.

DESCRIZIONE

Dopo la pubblicazione di Revolutionary Road, il primo romanzo di Richard Yates, il critico americano Alfred Kazin scrisse: «Questo romanzo riassume la nostra epoca con più spietatezza di ogni altro, ma anche con più pietà». Le undici storie qui raccolte presentano un altro momento della stessa ricerca e contengono forse quanto di più definitivo Yates abbia mai scritto: in ogni racconto non si potrebbe dire di più con meno parole, perché si intuisce sempre che è accaduto molto più di quanto è detto. La lezione di Hemingway – l’essenzialità della scrittura – è qui portata alle sue estreme conseguenze grazie alla capacità di far scaturire il significato di un’esistenza da un semplice fatto illuminante. I personaggi di Yates (impiegati mitomani, ragazzi disadattati, reduci senza gloria, coppie sprofondate nel mutismo postmatrimoniale) possono sembrare tratti da un libro di sociologia; ma un dialogo esatto, un ritmo infallibile, l’attenzione discreta ai particolari li rendono assolutamente unici, inconfondibili e perciò stesso universali.