Revolutionary Road – Richard Yates #RichardYates #RevolutionaryRoad

Traduttore: A. Dell’Orto
Curatore: A. Lombardi Bom
l complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia. Anche di notte, come di proposito, le sue costruzioni non presentavano ombre confuse né sagome spettrali. Era invincibilmente allegro: un paese dei balocchi composto da casette bianche e color pastello, le cui ampie finestre prive di tende occhieggiavano miti in un intrico di foglie verdi e gialle.

Prendete una bella e giovane coppia, entrambi con desideri di essere oltre la mentalità piccolo borghese, leggermente intellettuali, un po’ snob, due bambini piccoli (praticamente bambolotti, educati, puliti, silenziosi) una sonnacchiosa, mite periferia americana, primi anni 50, prendete alcolici, sigarette, colori pastello, case linde, profumi di arrosto in forno, cosa vedete?
Il sogno americano, iconografia classica di un mondo che hanno cercato di farci sognare. Una storia comune. Vite reali, improntate a procedere su luoghi comuni, circondati dalle illusioni che crescono giorno dopo giorno, arrivando al punto fermo dove non si può tornare indietro.
Adesso prendete il tutto e mettete un muro tra quello che leggete e quello che siamo, altrimenti il rischio di restare impantanati nella storia, nei personaggi di Frank ed April, così reali, così attuali, così vicino, così tristemente dolorosi.
Vite che trasudano routine, il desiderio di uscirne, uscirne vivi, quanto può essere pericoloso seguire un sogno, sapendo che è un’illusione?

“Non possiamo continuare a fingere che è la vita che volevamo. Avevamo dei progetti, tu avevi dei progetti. Guarda noi due: siamo cascati nella stessa ridicola illusione. L’idea che devi ritirarti dalla vita, sistemarti nel momento in cui hai dei figli… era una bugia.”

Libro bellissimo.

Elena Fatichi sotto Yates 2

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Easter Parade – Richard Yates #recensione #RichardYates

Ne l’una né l’altra delle sorelle Grimes avrebbero avuto una vita felice, e a ripensarci si aveva sempre l’impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori.

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Così inizia questo romanzo di Yeats, bello, molto bello, ma così distruttivo che non dà respiro e neppure un barlume di speranza.
Pare che Yates in questo libro abbia portato molto della sua vita, il bisogno di affogare tutto nell’alcool, la solitudine, la scarsa determinazione.

The Easter Parade, tradizionale Parata di Pasqua newyorkese, resterà il punto più alto dell’esistenza di Sarah e Tony, giovane coppia che verrà immortalata alla sfilata in una foto del New York Times. L’immagine di perfetta felicità, incorniciata e appesa al muro per anni, somiglierà sempre meno ad una realtà fatta di violenza, umiliazioni e fallimenti – ammesso che abbia mai rappresentato qualcosa di vero.
Il romanzo è una carrellata di personaggi che affondano uno dopo l’altro: il padre, affezionato a suo modo ma sempre assente e primo perdente.
La madre, gretta e volgare, una persona della quale le figlie si vergognano e che abbandonano anche durante la vecchiaia e la malattia.
Sara, cocca di papà da bambina, poi madre e moglie “felice”, la sorella maggiore che investe tutta se stessa nel matrimonio, ma, maltrattata e picchiata dal marito si attaccherà alla bottiglia fino a morire, appena 50enne, alcoolizzata. Nasconderà sempre dietro un sorriso fatuo e cristallizzato l’inferno domestico che finirà per distruggerla: “E’ un matrimonio. Se vuoi restare sposata, impara a sopportare le cose”.
La sorella minore Emily, la sorellina un po’ inadeguata, la “povera” Emily, passa da un amore all’altro senza entusiasmo, nel suo incolmabile bisogno d’amore, ostentando una sicurezza e un’indipendenza che non ha, solo per avere qualcuno accanto, ma già all’inizio di ogni nuova storia si intravede la fine. Il culmine della sua disfatta è la perdita definitiva del lavoro.
Tutti perdenti in questo romanzo, per incapacità di comunicare, incapaci di amare, chiusi nel loro egoismo, nessuna condivisione e mai che si tendano una mano l’un l’altro. Yates va giù duro con frasi che non lasciano nemmeno l’illusione di un minimo di speranza.
Un libro bellissimo, ma cattivo, rabbioso, in cui la sconfitta la fa da padrone, una narrazione sublime che incontra la tristezza, tra fiumi di alcool e cenere di sigarette spente.

Raffaella Giatti