Disturbo della quiete pubblica – Richard Yates #recensione #RichardYates

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Sullo sfondo dell’ottimismo e della prosperità dell’era Kennedy si disegna la storia dell’ambizione frustrata – e della discesa nella follia – di John Wilder, impiegato che sogna il successo come produttore cinematografico e invece conoscerà soltanto l’angoscia dell’ospedale psichiatrico e le manipolazioni di Hollywood.
« Per Janice Wilder le cose cominciarono ad andare storte nella tarda estate del 1960. E il peggio, come non fece che ripetere in seguito, il lato più orribile della faccenda è che tutto parve capitare senza il minimo segno premonitore »

Comincia così, con una telefonata del marito, John Wilder, che si rifiuta di rientrare a casa dopo due settimane trascorse fuori per lavoro.
Le vicende che coprono un arco di 10 anni, familiari, extra coniugali, lavorative e sociali di un pubblicitario di successo newyorkese nell’America degli anni ’60, col sottofondo ombroso e opprimente di un’eventuale malattia mentale.
Yates è un narratore eccezionale, e picchia forte in questo romanzo, picchia contro l’ipocrisia dell’America di quegli anni, dove tutte le famiglie sembrano uscire da una qualche pubblicità del Mulino Bianco ma che nascondono neanche troppo in profondità dei limiti esistenziali irrisolvibili. John Wilder te lo immagini come in un quadro di Edward Hopper, seduto al tavolino di un bar alla periferia di una metropoli americana, il bicchiere in mano, lo sguardo perso nel vuoto: forse pensa al passato, ai genitori milionari, alla sua giovane amante, alla moglie, al lavoro, ai suoi sogni di diventare produttore cinematografico, al troppo alcool, alla paura di tornare delirante nel reparto psichiatrico di un ospedale dove è già stato ricoverato e dove probabilmente finirà i suoi giorni.
Le ultime 40 pagine sono un capolavoro assoluto, ancora non riesco a togliermi di dosso l’angoscia profonda e il dolore che mi hanno provocato. Yates è un gigante, ma questo si sapeva già.
« Una volta individuata la causa di una rabbia irrazionale, questa non sarebbe dovuta cessare? Lo sapevano tutti, no? E allora perché non funzionava? »

Daniele Bartolucci

Richard Yates – Easter Parade #RichardYates

«Nè l’una nè l’altra delle sorelle Grimes avrebbe avuto una vita felice, e a ripensarci si aveva sempre l’impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori».

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Un incipit fulminante, che gioca un po’ con quello più famoso di Tolstoj, in cui c’è già tutto il romanzo.
Nessuna felicità, nessuna felicità nella vita, nessuna felicità nella famiglia, da cui parte appunto tutta l’infelicità delle nostre esistenze.

Un libro in un certo senso chirurgico. Mette sul tavolo operatorio, sotto una luce potente, tutti gli ingranaggi e i difetti del famoso sogno americano, fino a farlo a pezzi, completamente.

Due sorelle segnate dalla nascita, il divorzio dei loro genitori, due persone entrambe piene di difetti, soprattutto la madre, dalla quale inevitabilmente, per Yates, erediteranno il difetto peggiore, la mancanza di coraggio, che segnerà appunto la loro esistenza, per intero. Una, piena di prospettive, di bellezza, sceglierà un matrimonio che la porterà all’asfissia e al subire violenza, l’altra una vita piena di uomini, ma condannata alla solitudine totale. E tra loro due, così in simbiosi da piccole, si scaverà un solco di incomunicabilità totale. Non basta la famiglia, non basta un lavoro soddisfacente, per costruire serenità. Anzi, proprio famiglia e lavoro sono gli inneschi per il baratro.

Quindi, per Yates, nulla si salva. Il suo non è un racconto cinico, comunque. E’ durissimo, severo, brutale, ma pieno di compassione per le protagoniste. Il destino è qualcosa che non si può combattere, è scritto, non puoi farci niente se non affrontarlo a testa alta. Oppure a testa bassa, mentendo, nascondendo, facendo buon viso a cattivissimo gioco.

Un romanzo angosciante, disperato, in cui avverti la chiusura di ogni porta e finestra, dalla prima all’ultima riga. Ti manca il fiato.
Ed è un romanzo in cui c’è tutta la sua vita. Pookie è la madre di Sarah ed Emily, ma Dookie era il soprannome della madre di Yates. E’ contro Pookie, infatti, e non contro il marito, che Yates si scaglia, non è un caso. E’ lei, quella che immagina un presente e un futuro inesistenti, che si costruisce una vita basata su illusorie apparenze, una vita fatta di traslochi continui, una continua ricerca dell’impossibile, negando le evidenze, ed è tutto questo che le sue figlie assimileranno, loro malgrado. E alla fine il bere diventa il loro vero compagno di strada, l’unico che non fa domande, l’unico che ti fa sentire un’altra persona, con i repentini cambi d’umore e di personalità annessi. Meglio essere centomila altri, piuttosto che se stessi di fronte alla realtà.

Ed il matrimonio è sempre e comunque istituzione fallimentare. Non c’è scampo. Qui dentro c’è il compendio della vita dell’autore, il suo determinatissimo pessimismo causato dalle sue esperienze reali, e questo incide parecchio, non ci sono dubbi.

Certi scrittori, come Yates, come Steinbeck, sono stati micidiali nel distruggere l’ipocrisia dell’America, a squarciare il velo dell’ipotetico benessere che nasconde un’infelicità tremenda.
La vita è questa qui, una parata, in cui si cammina, si sorride, si mente, e si beve, si beve fino a perdere coscienza, perché è meglio non aver coscienza della propria mediocrità.

Questo libro è un Peana alla Sconfitta e alla Solitudine.
Ma è un libro assolutamente meraviglioso.
Yates un maestro nel delineare le persone, un maestro nei dialoghi. Fragili, passivi, incapaci, mentitori. Questo, insegna. Questo, siamo, per Yates. Magari leggiamolo affinché si possa capire quel che non deve diventare la nostra vita.

«Sì, sono stanca», fece lei. «E la sai una cosa buffa? Ho quasi cinquant’anni e non ho mai capito niente in tutta la mia vita».

Musica: Desperado, Eagles
https://youtu.be/kCdjvTTnzDU

Carlo Mars