Il mare dove non si tocca – Fabio Genovesi #fabiogenovesi #recensione

Però lui non aveva ragione, e magari non ce l’avevo nemmeno io, ma chi se ne frega. E’ per avere ragione che cominciano le guerre, poi a forza di bombe e cannoni te lo scordi e sono solo medaglie sul peto e morti sottoterra. E allora sarò strano, sarò pazzo, non lo so e non mi importa. So solo che lascio il modulo com’è, sbagliato e giusto insieme, e corro giù. Una stesa di scale e la strada, e la mia storia vola già da un’altra parte.

Il mare dove non si tocca –Fabio Genovesi

Editore: Mondadori
Anno edizione:2017

Fabio Genovesi è uno di quegli autori che osservo da lontano da un po’ di tempo, da quando diede alle stampe ” Versilia Rock City”. Se come lettrice ho un difetto, è quello di snobbare a volte gli autori italiani, innamorata come sono della cultura anglosassone: ed è così che Genovesi, non certo per colpa sua, è finito nel limbo di quelli che prima o poi sarebbero atterrati sul mio comodino. Questa volta però mi si è presentata l’occasione giusta per leggere il suo ultimo lavoro, e per fortuna, perchè le mie perplessità iniziali sono state spazzate via da un entusiasmo sempre crescente, un misto di tenerezza e simpatia che mi ha letteralmente travolto fin dalle primissime pagine. Quanto ho amato Fabio Mancini, non ve lo so descrivere. Però almeno ci devo provare, perchè questo libro merita di essere letto e consigliato agli amici, di essere regalato e custodito teneramente in un angolo di noi stessi. Il motivo è molto semplice: il protagonista del romanzo è un bambino seienne, Fabio Mancini per l’appunto, che incontriamo poco prima che inizi le elementari e lasciamo oramai alle prese con le scuole medie. L’immedesimazione di noi lettori in Fabio è immediata, semplice, inevitabile e naturale ed è per questo motivo che la tenerezza e la nostalgia ci avvolgono fin da subito così intensamente, come una coperta morbida. Anche l’ambientazione gioca un ruolo importante, perché la vita di Fabio si svolge in quell’epoca magica che per noi quarantenni è rappresentata dagli anni 80. Un periodo che è sconfinato nella leggenda grazie alla vittoria dell’Italia ai Mondiali di Spagna nel 1982, che ha portato nelle nostre case il Personal Computer e che ha visto nascere una nuova classe sociale: quella degli yuppies, i giovani manager di successo diventati in breve tempo simboli di una ricchezza nuova che veniva ostentata ed invidiata. Il mondo di Fabio però sembra essere ancora impermeabile a questa modernità che viene osservata con distacco, guardata come qualcosa di cui avere paura e che non gli apparterrà mai veramente. Perchè lui ha una famiglia sui generis, anacronistica, strampalata, in cui il suo essere figlio unico è ampiamente compensato dall’invadente onnipresenza dei numerosi prozii, fratelli del nonno paterno Arolando, morto qualche anno prima. Aldo, Arno, Athos, Aramis, Adelmo sono un po’ tutti i nonni di Fabio, un po’ padri, un po’ zii… dipende dalle circostanze. Fabio trascorre con loro la maggior parte del suo tempo libero, imparando tutto su come si caccia nei boschi, come si pesca o come si raccolgono funghi, ma non sa nulla di come trascorrono le giornate i suoi coetanei. Non conosce il mondo dei bambini, non sa il nome dei loro giochi, e si stupisce del fatto che i nonni sono al massimo quattro per ogni nipote, mai di più. Tranne che al Villaggio Mancini. Sì, perchè da quella parte del paese i Mancini sono così numerosi che si sono addirittura appropriati di una fetta di strada, intitolandola al loro nome. I Mancini sono tutti maschi, portano tutti nomi che cominciano per “A”, sono tutti scapoli, bevono come spugne, fumano come turchi, parlano male ma, soprattutto, sono tutti un po’ svitati. In paese si dice che un maschio Mancini, se supera i quarant’anni senza essersi mai sposato, diventa matto. E questo Fabio lo sa, l’ha sentito una volta origliando una conversazione della mamma e della nonna, ma non ce ne sarebbe stato bisogno in effetti perchè la verità stava proprio lì, sotto il naso di tutti. Bastava osservare uno a caso dei suoi zii per sfatare ogni dubbio. E’ così che Fabio avanza passo a passo nella vita, con quella maledizione che gli grava sulla testa e che lo preoccupa non poco, piccolo bambino gettato in quel casino che è la vita degli adulti, investito di amore ma incapace di instaurare un legame con i suoi coetanei, che lo considerano strano e lo evitano volentieri. Gli occhi di Fabio sono fari che illuminano ogni sfumatura buia e riescono a cogliere la magia e l’incanto ovunque, anche quando il dolore travolgerà la sua famiglia. E’ un bambino cresciuto con gli adulti, ma per fortuna non è riuscito ad assimilare i loro pensieri complicati, le mille preoccupazioni, la tristezza dei rimpianti, l’angoscia per il futuro. Anzi: è lui ad insegnare ai suoi genitori ed ai suoi tanti nonni che la vita in fondo non è altro che meraviglia e stupore continuo, se solo riuscissimo ad abbandonarci ciecamente alla fiducia, e se cominciassimo di nuovo a credere che non c’è niente di veramente impossibile, anche quando tutto sembra andare nella direzione contraria. Fabio è il simbolo di una purezza che tutti ormai abbiamo smarrito tra le pieghe dell’ansia e della paura di vivere , è una ventata di aria fresca che fa respirare il cuore, strappa sorrisi a più riprese e allontana l’amarezza con un soffio leggero. Racconta di un mondo che non c’è più ma che ci appartiene più di ogni altra cosa al mondo, è un storia che sa di buono, sa di giornate trascorse a scorazzare in bicicletta su e giù per il paese, sa di sole, di mare, di estati lunghissime e spensierate, fatte per imparare a pescare e a nuotare. Anche laggiù, dove la profondità del mare colora l’acqua di un blu inteso, che a volte fa paura. Eppure bisogna tuffarcisi, perchè è solo dove non si tocca che si impara a nuotare veramente.
Questo romanzo ha il pregio di alleggerirci il cuore ed invitarci a ricordare, riesce a toccare i punti più nascosti della nostra memoria, quella a cui dovremmo attingere quando la vita ci prende a schiaffi, imprevedibile e violenta. Il vero capolavoro sta però nella scrittura di Genovesi, un piccolo prodigio linguistico: affida la narrazione ad un bambino, e come tale si esprime. I suoi pensieri hanno l’ingenuità propria dell’infanzia e al contempo un cuore profondo, una sensibilità speciale in grado di farci sorridere e commuovere allo stesso tempo. Lo stile, la grammatica, la stintassi non perdono di una virgola il loro spessore, anzi se possibile risultano arricchite dal vocabolario infantile di Fabio. E’ difficile da descrivere, perché è un artificio letterario, e come tale va preso. Sarebbe bastato pochissimo a far precipitare Genovesi e tutti i suoi personaggi in una inverosimile parodia familiare, dove un bambino di sei anni è costretto a fare l’adulto da un manipolo di anziani, talmente matti da non sembrare reali. Invece tutta la costruzione narrativa è talmente ben riuscita che spesso mi sono ritrovata a pensare a quanto l’autore abbia messo di sè e della propria vita in questo romanzo: non solo perchè il bimbo protagonista si chiama proprio Fabio, ma perché ogni pagina è intrisa di ricordi che non possono essere trascritti con tale intensità se non si sono vissuti. Traspare tutta l’anima di un ragazzino, un altro Fabio, cresciuto con amore da una famiglia numerosa, con un migliore amico emarginato da tutti perché molto più strano di lui, innamorato di una ragazzina ancora più sola di lui, che un giorno come tanti scopre per caso il potere delle parole e si perde nella magia dei libri. Ma che, soprattutto, ha imparato a nuotare nel mare dove non si tocca grazie ad un papà straordinario, quel mare nero che a volte fa paura, proprio come la vita.

“La mia cattiveria… mi ha insegnato come si smette di essere soli e diversi, come si fa a essere uguali agli altri, quanto è facile fare schifo come tutti quanti.”

Paola Castelli

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Fuga dal campo 14 – Blaine Harden #Recensione

Leggere il mondo: Corea del Nord

burke

Nel 2012 il giornalista americano Blaine Harden pubblica questo libro, in cui racconta la storia di Shin Dong-hyuk, un giovanotto ai tempi non ancora trentenne, che è attualmente l’unico profugo riuscito a fuggire da un campo di concentramento di massima sicurezza della Corea del Nord. Il libro, tradotto in 28 Paesi (tra cui l’Italia in cui è stato pubblicato grazie alla casa editrice «Codice Edizioni») espose una realtà incredibile per il mondo: in Corea del Nord esistono campi di concentramento, ancora oggi; ed esistono da un periodo di tempo doppio rispetto ai gulag e dodici volte superiore rispetto ai campi di concentramento nazisti. Sulla loro collocazione geografica non ci sono dubbi: le immagini satellitari ad alta risoluzione, disponibili su Google Earth a chiunque abbia accesso a internet, mostrano ampi perimetri recintati disseminati lungo le impervie montagne del Paese. Secondo i gruppi per i diritti umani e i servizi segreti sudcoreani i campi sarebbero sei; di questi, due solamente prevedono aree di “rieducazione”, tutti gli altri sono campi a regime duro, concepiti per sfruttare fino alla morte la manodopera dei prigionieri considerati irrecuperabili. Il che significa che nessuno di quelli che vive nel lager ne uscirà mai. La maggior parte dei prigionieri non arriva a compiere i 45 anni di età.

In questi campi, di cui la Corea del Nord ha sempre negato l’esistenza, secondo il governo sudcoreano sono rinchiuse 150 mila persone; ma la cifra sale a 200 mila per il Dipartimento di Stato americano. Chi è rinchiuso spesso non ha commesso nessun reato, la fetta più grande della popolazione carceraria è composta dai figli o dai nipoti di detenuti: perché in Corea del Nord – unico Paese al mondo – è legale incriminare i cittadini in base ai legami di sangue e di parentela, una legge che prevede la «Punizione per tre generazioni», istituita nel 1972 dal Grande leader e Presidente Eterno Kim Il Sung, speculare alle tre generazioni dei tre governanti che si sono tramandati la carica. Perciò vengono incarcerate intere famiglie, comprese di zii, nipoti, cugini; e i loro figli, e i figli dei loro figli, nati nei campi di concentramento stessi, perchè vengono a volte concessi rapporti sessuali a qualche prigioniero meritorio, ma se nascono bambini da tali rapporti, o vengono uccisi subito, o rimangono incarcerati, in quanto figli di persone non libere. La maggior parte dei prigionieri viene comunque internata senza alcun processo, e molti muoiono senza conoscere le accuse rivolte loro dal governo.

Non sempre gli Stati repressivi riescono a sigillare  in maniera davvero efficace i loro confini: esistono reportage della Serbia di Milosevic, o del Congo di Mobutu, dove giornalisti coraggiosi riuscirono a infiltrarsi e a documentare. Ma la Corea del Nord è sempre stata molto rigorosa nei controlli, raramente concede visti per i giornalisti stranieri, che comunque non possono mai girare liberamente. Tra le bombe nucleari, gli attacchi alla Corea del Sud accusata di essere succube del padrone americano e una nota indole bellicosa, la Corea del Nord ha creato uno stato di allerta semipermanente per tutti i governi delle diplomazie internazionali, e le rare volte in cui accetta un incontro, viene sempre richiesto di togliere dai colloqui al tavolo il tema dei diritti umani. La gestione della crisi, che coinvolge in genere Corea del Sud, America e Cina come mediatore, è sempre incentrata sul controllare la gestione di missili e armi nucleari. La questione dei campi di concentramento non trova mai spazio. E nel resto del mondo, d’altronde, persiste un’ignoranza diffusa su questo argomento, nè si trovano attivisti, giornalisti o scrittori che dedicano più di qualche riga di blog o giornale a questa causa. Questo libro costituisce un apripista fondamentale nella storia di questa eclatante violazione dei diritti umani, e la stessa vita di Shin oggi è fatta di viaggi e conferenze fatti per testimoniare l’orrore di questa inenarrabile sequenza di violazioni. Come quella dei pochi sopravvissuti ancora viventi dei campi di concentramento nazisti, che instancabili, ancora oggi, con voci fioche e gambe instabili, vanno in giro a raccontare, perché la gente deve sapere cosa è successo, perché non accada più. Invece, accade ancora, a meno di una giornata di volo da Roma.

E’ doveroso segnalare un intoppo. Nel 2015, Shin chiese un incontro formale con il reporter, dove spiegò in presenza di testimoni che parti della sua precedente narrazione, ormai pubblicate nel libro, erano falsi. In particolare, ha mentito sul proprio ruolo di spia, che ha portato alla fucilazione della madre e del fratello, e sul fatto di aver sempre vissuto in un campo di massima sicurezza; inoltre, non sarebbe evaso dal Campo 14, il più terribile e il più inaccessibile – e viceversa, il più impenetrabile dall’esterno – dei campi di detenzione e di lavoro, ma da uno dei lager dove vige un regime meno costrittivo. Mr. Harden ammette che è stato, ed è tuttora, impossibile una verifica per quanto riguarda un reportage sulla Corea del Nord, le fonti primarie essendo dei rifugiati, i cui fini e credibilità non sono sempre senza macchia. Si parla inoltre di individui che vengono da anni di internamento e di torture, in condizioni di estrema paranoia. L’ammissione da parte di Shin di aver mentito su alcune parti del suo racconto ha d’altronde  scatenato violenti attacchi di risposta da parte della Corea del Nord, che accusa ovviamente tutta l’operazione editoriale come un falso vergognoso.

E’ necessario quindi leggere questo libro sapendo che non è una biografia accurata, e che riporta fatti non completamente veri; ma anche sapendo che alcune parti sono state sconfessate, non si può rimanere indifferenti a questa lettura. Anche perchè le storie di Shin sono state nel tempo confermate da altri coreani del Nord passati per i campi e riusciti a fuggire, da ex militari che disertano appena possibile, da organizzazioni umanitarie, da osservatori stranieri che hanno passato brevi periodi nel Paese, da ex politici, insomma da centinaia di voci di persone che denunciano in modo irremovibile la follia criminale della dittatura dei tre Kim, l’Eterno Presidente Kim II- Sung, passando dal figlio Kim jong- Il Caro Presidente, e poi al figlio Kim jong attualmente al comando.

Nelle storie dei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti si può individuare uno stesso arco narrativo: la polizia politica strappa i protagonisti alle proprie vite, all’amore della propria famiglia e dei propri cari. Per sopravvivere nelle nuove condizioni, essi abbandonano ogni principio morale, reprimono la pietà nei confronti del prossimo e la propria natura di esseri umani con coscienza e moralità, per diventare animali, tesi soltanto alla sopravvivenza nelle più orribili condizioni. E la parte più dura del ricordo, per chi è tornato, è spesso l’abisso di brutalità in cui si è scesi, l’inumana follia che si è abbracciata in cambio della mera sopravvivenza.

Se ci sono casi di prigionieri internati con parenti stretti, però, ecco che scatta l’istinto tribale di far sopravvivere i propri cari, specialmente i bambini: madri che si strappano di bocca il cibo, che si privano di vestiti e coperte, che si concedono ai carcerieri in cambio di qualche privilegio per i figli. Questo processo è del tutto sconosciuto nei campi di concentramento coreani. I bambini nati in questi lager non hanno mai conosciuto il concetto di famiglia, avendo sempre vissuto in prigionia. I loro stessi genitori sono persone, spesso estranee tra loro, cui è stato concesso di avere rapporti sessuali come premio, e nessuno di loro arriva mai a uno stato emotivo superiore a quello di animale che vuole mangiare e stare al caldo. Tra Shin e la madre, o tra Shin e il padre, non ci sono rapporti di vicinanza, nemmeno di intimità o comunione: ognuno di loro nasconde per la sera la propria razione di cibo all’altro sapendo che se non farà così gli verrà rubata senza rimorso. Sono rivali nella mera sopravvivenza, mai amici, o complici.

Nei campi di concentramento la vita è segnata dal tradimento reciproco e dal bisogno imposto di espiare i propri peccati contro il proprio Paese. Tutti i bambini nati nel campo vengono allevati con la chiara nozione che, essendo figli di prigionieri, loro stessi ne portano i peccati e il sangue impuro e che l’unico modo per sperare di migliorare è obbedire sempre alle violentissime guardie del campo (da considerare maestri), alle quali non si può mai disobbedire, pena la morte immediata o la tortura. Shin accetta questa vita come l’unica possibile; non si chiede cosa ci sia fuori dal campo; non sente il desiderio di fuggire ed è sinceramente convinto del proprio stato di essere inferiore e dei doveri ai quali deve sottostare, al punto che nel campo tradisce la sua stessa madre e il fratello quando lo avvisano di un tentativo programmato di fuga, senza sentire alcun rimorso al riguardo. Questa è la parte della sua storia che ha sentito di dover omettere, vergognoso di ammettere che era stato più fedele alle guardie che alla propria famiglia, sicuro che nessuno che non avesse vissuto dentro quelle dinamiche avrebbe potuto capire.

Questo libro scorre su due binari di narrazione: il racconto autobiografico, orribile al di là di ogni possibile descrizione, della vita di Shin nel lager, da quando era bambino a quando riesce a fuggire; e le considerazioni e riflessioni del giornalista Harden sulla storia e la politica della Corea del Nord dal passato a oggi. Non trovo sia strutturato benissimo, e nemmeno la scrittura è particolarmente evocativa o empatica. Ma, ovviamente, non è un libro che si legge per il suo valore letterario.

Le associazioni internazionali e la sezione dell’Onu che si occupa di violazioni dei diritti umani lavorano per incriminare il leader Kim Jong-un e i suoi ufficiali per crimini contro l’umanità. E’ una lotta difficile, e pare, per ora, vana. Al di là del fatto che nessuno degli incriminati esce mai dalla Corea del Nord, uno dei timori degli attivisti è che se anche riuscissero a portarli su un banco degli imputati, potrebbe partire un ordine interno in Corea di distruggere tutti i campi e i loro prigionieri per evitare di far rinvenire prove.

Anche solo scrivere queste parole mi causa incredulità; mi scorrono davanti agli occhi le immagini dei campi di Auschwitz e Dachau e del regime di Pol-Pot, di tutti i libri che abbiamo letto sulla memoria, di tutti i film che abbiamo visto che incitano a ricordare; il pensiero che tutto questo orrore non si sia mai fermato in Corea mi è semplicemente inaccettabile, di testa. Eppure, eppure. Eppure siamo qui, e un libro del genere suscita le solite, straniate domande: perchè? e soprattutto, come fermarlo? Non lo so, non ho risposte, e direi che neanche la Storia ne ha. Però fingere di non vedere è ancora peggio, credo. Come diceva Burke, L’unica cosa che serve a far trionfare il male, è che gli uomini virtuosi non facciano niente.

Lorenza Inquisition

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