Jane Austen, a life – Claire Tomalin #JaneAusten #recensione

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E’ verità universalmente riconosciuta che la lettura dell’opera omnia austeniana non può non essere accompagnata da un approfondimento biografico. E quale migliore resoconto della sua vita se non questo “Jane Austen, a life” di Claire Tomalin?

Ammetto di non averne lette altre e che probabilmente dopo questa, risalente ormai al 1997, ne saranno state pubblicate altre mille; di certo però, non siamo di fronte alla solita carrellata di eventi che ripercorrono le gesta dell’autrice, ma siamo affascinati da pagine che, per quanto scontato possa apparire, ci trasportano dritti dritti nell’Inghilterra di fine ‘700/inizi ‘800, e ancor più ci catapultano in quella società così sfacciatamente attaccata all’etichetta e al bon ton di un’epoca formidabilmente ritratta dalla stessa scrittrice, con estrema vitalità e coinvolgimento.

Dopo i primi capitoli – di un tedio inenarrabile! – sulle varie gravidanze di Mrs Austen, ma soprattutto sulle varie acquaintances & connections dell’intera famiglia (che ce ne fregherà mai a noi di tutti i santi vicini del priorato?? E invece … bisognerà ricredersi), si giunge al vivo della questione quando finalmente riusciamo a immaginare la giovanissima Jane alle prese con i suoi primi gioielli letterari. Succhiamo linfa dalle pagine come se stessimo leggendo uno dei suoi romanzi e lei ne fosse la protagonista incontrastata: quanta soddisfazione saperla concentrata su carta e calamaio, nella solitudine della sua stanza ricoperta di carta da parati azzurra, nei ritagli di tempo concessi all’interno di una casa sempre affollata di gente, ospiti e studenti del padre. O saperla alle prese con la preparazione per un ballo o una rappresentazione teatrale serale nelle stesse, quattro mura domestiche. E che meraviglia viaggiare in sua compagnia tra visite a parentado e conoscenze varie alla scoperta della più nascosta e inesplorata campagna inglese o delle cittadine della costa, tra Hampshire, Devon e Dorset fino alle meno desiderabili gite cittadine a Bath o Londra.

What she did depend on was particular working conditions which allowed her to abstract herself from the daily life going on around her.”

Non sono solo gli avvenimenti quotidiani ad essere narrati, ma è vivida la percezione della sua interiorità: quella della fervente divoratrice di versi e prosa come quella della giovane innamorata pronta ad affrontare i pettegolezzi e gli scandali per un comportamento troppo sfrontato, l’attenzione destinata ai commenti relativi ai suoi scritti in età matura, fino alla realistica considerazione della sua dipendente condizione femminile, così aliena e lontana da quello spirito libero e sagace.

“The world of her imagination was separate and distinct from the world she inhabited.”

Arduo star dietro a tutti i componenti familiari, le doppie cognate-mogli dei fratelli e la carrettata di figli e nipoti, che contribuiscono e non poco a materializzare quel clima di socializzazione, quasi tappa obbligata e necessaria, della piccola borghesia del tempo e soprattutto grazie ai quali, la Tomalin ripercorre con agilità e scioltezza l’intera, seppur breve vicenda.

Merito e plauso ad un immenso lavoro di ricerca, dove anche la più piccola annotazione di diario o riferimento epistolare è stato preso in considerazione per cercare di delineare, per quanto possibile, l’esperienza e tutto ciò che ha reso la Austen uno dei capisaldi della letteratura di tutti i tempi.

“As a child recovering from the school years, she found the power to entertain her family with her writing. At the same time, through her writing, she was developing a world of imagination in which she controlled everything that happened. She went on to create young women somewhat like herself, but whose perceptions and judgements where shown to matter; who were able to influence their own fates significantly, and who could even give their parents good advice. Her delight in this work is obvious. She was pleasing herself at least as much as she was impressing the family circle, and the possibility of reaching a wider audience was a further excitement and spur.”

Owlina

Tim Conigrave – Holding the man #TimConigrave

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Holding the man è un termine tecnico del football australiano e si traduce come trattenere l’uomo, l’uomo che si marca. Indica per esteso una penalità e per questo alla fine mi sono chiesto se non fosse proprio per un senso di pena o di colpa che Tim Conigrave abbia scritto la propria storia, dalla pre adolescenza all’età adulta, incentrata sul rapporto amoroso con il compagno di scuola e capitano della squadra di football, John Caleo.
Da questo libero scritto nel 1994 è stato tratto il film del 2015 Holding the man, che devo dire è abbastanza aderente al libro e che in tono semplice e melanconico racconta in sintesi i fatti narrati nel testo con un’equilibrata leggerezza.
Al centro di questa autobiografia vi sono diversi modi di rappresentare uno spaccato di vita dalla fine anni’70 alla fine degli anni’90: vi è una storia d’amore pervasiva ma non solo questo, vi sono le lotte per il riconoscimento dei diritti civili, il nascere e propagarsi del virus HIV, la ricerca di un’identità propria e il proporsi come voce del sentimento inquieto di una generazione.
Tim Conigrave racconta i fatti in maniera più onesta possibile, senza cercare di abbellirsi agli occhi del lettore ( per quello che ne sappiamo), a volte in maniera rude e con eccessi che non avevo veramente ben capito fino all’epilogo finale. Non è facile osservare l’evolversi della relazione tra Tim e John senza chiedersi molte volte “Ma perché fai così, Tim!??? “, ma credo che le mie domande siano solo frutto di una poca esperienza di mondo, più che di un qualche maldestro giudizio. Quello che conta è il modo in cui il protagonista riscatta il senso delle sue scelte nel finale, il modo in cui guarda alla vita, quello che ci riporta alla fine della sua esplorazione dell’esistenza attraverso il romanzo: non posso spoilerare niente, mi dispiacerebbe solo, ma credo che il libro valga almeno e se non altro per il suo epilogo, perché sono rari finali così. Trattiene il suo uomo, lo trattiene con le pagine che ha scritto, lo trattiene fino alla fine, come un buco nero, scrive, in cui lancia ogni avvenimento e ogni sensazione, ma che come un buco nero non riflette, attrae tutto con la sua forza, una singolarità sotto la quale si cela il senso di questo racconto.
Non è il romanzo del secolo, non credo neanche sia il romanzo australiano per eccellenza, anche se è stato molto molto quotato, ma è un buon libro e regge molto bene il confronto con il film con il quale si contende il primato per le immagini evocative. Unica pecca: se non parlate inglese dovrete aspettare perché sia libro che film sono disponibili solo in lingua originale ( ma non è così terribile lo slang!).

Stefano L.