La maestra dei colori – Aimee Bender @minimumfax #aimeebender

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Pochi orpelli, scrittura essenziale, racconti in serie, un quasi romanzo. Alcuni racconti hanno il dono di lasciarti a bocca aperta, altri hai solo voglia di sfogliarli più in fretta leggendo le parole a due a due per fare prima.
Nel complesso la Bender ci sa fare, ha qualcosa a che fare con il Murakami dei primi romanzi: la consiglio.

Stefano L.

DESCRIZIONE

La scrittura di Aimee Bender non è mai stata roba per ragazzine pazzerelle e sognatrici. Le sue fiabe hanno un che di oscuro e perverso, non sono leziosaggini finto-demodé da hipster. La sua magia evita la zuccherosità, e i brividi che offre questa raccolta, fra sensualità e orrore, sono del tutto adulti. In un’epoca in cui il realismo regna sovrano nel panorama letterario, è assolutamente necessario riconoscere Aimee Bender per ciò che è: una vitale fuoriclasse della letteratura moderna, punto e basta.
Los Angeles Times
segnalato fra i «NotableBooks of the Year» dal New York Times

La scrittura di Aimee Bender è da sempre un inconfondibile mix di realismo e fantasia; in questa nuova raccolta di racconti la sua voce, carica di sensualità e magia, continua a ridisegnare il mondo in maniera originale, senza concessioni al sentimentalismo e ai cliché della narrativa «femminile». Alcune storie sono ambientate al giorno d’oggi, fra teenager al centro commerciale o studentesse in un campus universitario; in altre fa capolino l’elemento surreale (un ragazzino che soffre di «analfabetismo facciale», cioè non riesce a distinguere il viso delle persone e la loro espressione; un vecchietto inoffensivo che è convinto di essere un criminale nazista); altre ancora sono incantevoli esempi di «realismo magico» (una sarta viene rapita e condotta in un paese dell’Asia dove dovrà rammendare le tigri a cui si stanno strappando via le strisce) o rivisitazioni di fiabe classiche. Fin dal 1999 il New Yorker aveva segnalato Aimee Bender come uno dei «venti scrittori per il 21° secolo»; La maestra dei colori, accolta da elogi unanimi da parte della critica statunitense e inserita dal New York Times nella lista dei libri più importanti dell’anno, non fa che riconfermarne il talento.

Il commesso, Bernard Malamud

Il commesso – Bernard Malamud – 1957, pagine 327 (ediz. 2007)

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Da una scrittura, cosa vogliamo, cosa pretendiamo, per restarne presi, affascinati, coinvolti? Essere aggrediti o essere colpiti da uno stile discreto? Se preferiamo la seconda, Malamud è ciò che fa per noi.
Ho voluto provare a leggere Malamud, in attesa di provare ad affrontare Roth, che elegge Malamud a maestro…l’ho presa larga, diciamo…
C’è una prefazione di Marco Missiroli, ed è fantastica, da leggersi preferibilmente dopo aver letto il libro..ma che dice tutto, credo che l’unica recensione possibile sia proprio quella.
Morris Bober è un commerciante ebreo di Brooklyn, la cui drogheria va sempre peggio − e il colpo di grazia è l’apertura di un negozio concorrente, a qualche isolato di distanza.
Lui è l’assoluto protagonista, più del commesso a cui si richiama il titolo del romanzo.
Un uomo debole, rassegnato, triste, addolorato. Ma indomabile. La forza gli viene dalla Dignità personale, una qualità capace di renderlo non-addomesticabile, nè dalla vita, nè dalla disonestà, nè dalle tentazioni che la disonestà stessa gli presenta.
Un uomo che fa della fatica di vivere il suo mantra. La fatica di riuscire a tirare avanti, per una concorrenza commerciale spietata e più moderna di lui, e per una sorte avversa che su di lui sembra accanirsi, ma che lui accetta senza grandi lamenti, senza grandi ribellioni, e oppresso anche dal senso di colpa per aver costretto moglie e figlia ad una vita senza sbocchi ed ambizioni, una maledizione, per ogni capofamiglia e soprattutto per un uomo come lui, che alla famiglia dedica la vita.
Sua figlia, e le sue visite in biblioteca, che fungono da palliativo alla sua ambizione frustrata di frequentare l’Università e laurearsi:
“Lei si recava in biblioteca in media due volte alla settimana, prendendo solo un libro o due per volta, perché ritornare per un altro libero era una delle sue poche gioie. Anche quando era più sola le piaceva trovarsi in mezzo ai libri, sebbene qualche volta fosse deprimente vedere il numero dei libri che non aveva letto”.
In mezzo a questa completa rassegnazione arriva il Commesso, questo giovane scapestrato italiano, che forse lotterà al loro posto, lotterà per loro, per un riscatto che loro sembrano non poter arrivare a conquistare. Un personaggio dalle mille facce, molte delle quali non gradevoli, un personaggio da odiare e amare nello stesso tempo, ma anche di cui aver compassione. Anche lui alla fine intrappolato tra ambizioni e dura realtà. Tutta gente umile, povera, su cui la sorte si accanisce, ci sono momenti di speranza ma che sembrano sempre subito castigati.
Qui il sogno americano non è la prosperità, ma il raggiungimento di un sufficiente decoro, una dignità sufficiente. Leggermente superiore al semplice sbarcare il lunario.
La storia è semplice, ma i personaggi sono tratteggiati stupendamente, a livello psicologico. Ci sono non molti dialoghi vocali, il confronto tra loro è spesso mentale, appunto psicologico. Malamud descrive benissimo il loro mondo interiore, i loro sogni spesso confusi, i desideri infranti, la difficoltà nel confronto col mondo esterno, un mondo sempre dominato dai furbi, dagli arrivisti, dai disonesti. Tanto che anche questa gente così onesta prima o poi vacillerà. Ma Morris non mollerà. Sembra un omino minuscolo, di fronte al mondo, insignificante, ma assurge ad assoluta grandezza proprio per la sua onestà e dignità. Nonostante le critiche al suo essere ebreo all’acqua di rose, uno che mangia prosciutto, uno che non va in Sinagoga. Perché “per essere un buon ebreo tutto quello che occorre è un cuore buono“.”Significa comportarsi bene, essere onesti, essere buoni. Buoni con gli altri. La vita è già abbastanza difficile. Perché dovremmo fare del male a qualcuno? A tutti dovrebbe andare nel migliore dei modi, non solo a te o a me. Non siamo mica bestie. Ecco perché ci vuole la Legge. È in questo che credono gli ebrei”.
Ecco, alla fine tocca all’uomo, da solo, tracciarsi la strada, perchè Dio può anche esserci, può anche guardarci, ma Dio sembra lontano, e tocca solo a noi e alla nostra forza di volontà, se si vuol cambiare strada, migliorarsi o redimersi. A prescindere dalla propria religione, o al non credere in un Dio, è l’uomo, che conta. Mi pare un bel messaggio, visto tanti decenni dopo. Malamud sosteneva:”nella mia vita c’è molto di più del mio essere ebreo;scrivo per tutti coloro che vogliono leggere.”
Un romanzo profondamente umano, una scrittura, profondamente umana. Tanta sofferenza, rassegnazione, desolazione, ma anche un messaggio di speranza finale.

(Non me ne intendo di case editrici, non sono in grado di fare classifiche o di far discorsi da esperto del settore, ho letto troppo poco, nella vita, ma, da vero profano e dilettante, confermo il mio piccolo grande amore per Minimum Fax e Marcos y Marcos)

Carlo Mars