Le vite di Dubin – Bernard Malamud #BernardMalamud #MinimumFax

“Il passato trasuda leggenda: non si ricava argilla pura dal fango del tempo. Non esiste vita che possa essere ricreata integralmente, così come è stata. E ciò equivale a dire che ogni biografia è, in ultima analisi, narrativa.”

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Trovo Malamud uno scrittore straordinario, grande attenzione ai dettagli, dialoghi perfetti, personaggi sempre speciali.
Detto questo, “Le vite di Dubin”, che da più parti ho letto sia la sua opera più riuscita, e che Malamud stesso considerava il suo romanzo migliore, non ha trovato in me una grande estimatrice.
Forse per via di una trama poco convincente, e molto complessa.
William Dubin è uno scrittore di mezz’età che sta lavorando a una biografia di D.H. Lawrence. In qualche modo influenzato dalle sue letture, benché sposato si lascia coinvolgere e comincia una relazione con una ragazza molto più giovane. Più che la trama qui contano soprattutto i personaggi: William Dubin, rifugiatosi in campagna; la moglie Kitty, meraviglioso ritratto di persona fragile che però resta salda attraverso ogni dolore; e la giovane e spensierata Fanny, amante di William. Per tutto il romanzo Dubin rapporta la sua vita alla biografia di D.H. Lawrence, la propria infedeltà coniugale gli fa nascere una tormentata riflessione sul tradimento e sulla fragilità dei rapporti, escono tutte le problematiche dell’uomo alle soglie della vecchiaia ma che non ne vuole sapere di invecchiare. Dubin poi non è un personaggio a cui ci si affezioni facilmente, non ha quelle debolezze che lo rendono più umano, è piuttosto consapevole della propria superiorità intellettuale su tutti grazie alla quale si sente in diritto di portare avanti la propria doppia vita, proprio sotto gli occhi della moglie.

Un gran tormento insomma, ma che offre tantissimi spunti di riflessione.
Il libro mi è risultato a tratti leggermente ripetitivo, però Malamud scrive così bene che ci si passa un po’ sopra.

Raffaella G.

DESCRIZIONE

Riproposto finalmente oggi, a trent’anni dalla sua prima pubblicazione nel 1979, questo romanzo è considerato uno dei migliori usciti dalla penna fabulista e visionaria di Bernard Malamud.
È la storia di William Dubin, biografo di mezza età, che vive una vita tranquilla insieme alla moglie in un piccolo centro di campagna dello stato di New York, studiando e raccontando le vite altrui nel tentativo, forse, di capire meglio la propria. Durante una stesura della monografia sullo scandaloso D.H. Lawrence, però, il suo mondo viene scosso dall’incontro con Fanny, una sua ammiratrice di trent’anni più giovane, vivace e disinibita. I due cominciano un’improbabile relazione adulterina che si snoderà, fra alti e bassi e in maniera spesso surreale, quasi sotto gli occhi della legittima moglie di Dubin, una donna al tempo stesso fragile e incrollabile. Dal corto circuito fra queste tre personalità, Malamud, maestro dell’ironia e dell’affabulazione, crea una gustosissima commedia psicologica sulla natura enigmatica e contraddittoria delle nostre esistenze.

Il commesso, Bernard Malamud

Il commesso – Bernard Malamud – 1957, pagine 327 (ediz. 2007)

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Da una scrittura, cosa vogliamo, cosa pretendiamo, per restarne presi, affascinati, coinvolti? Essere aggrediti o essere colpiti da uno stile discreto? Se preferiamo la seconda, Malamud è ciò che fa per noi.
Ho voluto provare a leggere Malamud, in attesa di provare ad affrontare Roth, che elegge Malamud a maestro…l’ho presa larga, diciamo…
C’è una prefazione di Marco Missiroli, ed è fantastica, da leggersi preferibilmente dopo aver letto il libro..ma che dice tutto, credo che l’unica recensione possibile sia proprio quella.
Morris Bober è un commerciante ebreo di Brooklyn, la cui drogheria va sempre peggio − e il colpo di grazia è l’apertura di un negozio concorrente, a qualche isolato di distanza.
Lui è l’assoluto protagonista, più del commesso a cui si richiama il titolo del romanzo.
Un uomo debole, rassegnato, triste, addolorato. Ma indomabile. La forza gli viene dalla Dignità personale, una qualità capace di renderlo non-addomesticabile, nè dalla vita, nè dalla disonestà, nè dalle tentazioni che la disonestà stessa gli presenta.
Un uomo che fa della fatica di vivere il suo mantra. La fatica di riuscire a tirare avanti, per una concorrenza commerciale spietata e più moderna di lui, e per una sorte avversa che su di lui sembra accanirsi, ma che lui accetta senza grandi lamenti, senza grandi ribellioni, e oppresso anche dal senso di colpa per aver costretto moglie e figlia ad una vita senza sbocchi ed ambizioni, una maledizione, per ogni capofamiglia e soprattutto per un uomo come lui, che alla famiglia dedica la vita.
Sua figlia, e le sue visite in biblioteca, che fungono da palliativo alla sua ambizione frustrata di frequentare l’Università e laurearsi:
“Lei si recava in biblioteca in media due volte alla settimana, prendendo solo un libro o due per volta, perché ritornare per un altro libero era una delle sue poche gioie. Anche quando era più sola le piaceva trovarsi in mezzo ai libri, sebbene qualche volta fosse deprimente vedere il numero dei libri che non aveva letto”.
In mezzo a questa completa rassegnazione arriva il Commesso, questo giovane scapestrato italiano, che forse lotterà al loro posto, lotterà per loro, per un riscatto che loro sembrano non poter arrivare a conquistare. Un personaggio dalle mille facce, molte delle quali non gradevoli, un personaggio da odiare e amare nello stesso tempo, ma anche di cui aver compassione. Anche lui alla fine intrappolato tra ambizioni e dura realtà. Tutta gente umile, povera, su cui la sorte si accanisce, ci sono momenti di speranza ma che sembrano sempre subito castigati.
Qui il sogno americano non è la prosperità, ma il raggiungimento di un sufficiente decoro, una dignità sufficiente. Leggermente superiore al semplice sbarcare il lunario.
La storia è semplice, ma i personaggi sono tratteggiati stupendamente, a livello psicologico. Ci sono non molti dialoghi vocali, il confronto tra loro è spesso mentale, appunto psicologico. Malamud descrive benissimo il loro mondo interiore, i loro sogni spesso confusi, i desideri infranti, la difficoltà nel confronto col mondo esterno, un mondo sempre dominato dai furbi, dagli arrivisti, dai disonesti. Tanto che anche questa gente così onesta prima o poi vacillerà. Ma Morris non mollerà. Sembra un omino minuscolo, di fronte al mondo, insignificante, ma assurge ad assoluta grandezza proprio per la sua onestà e dignità. Nonostante le critiche al suo essere ebreo all’acqua di rose, uno che mangia prosciutto, uno che non va in Sinagoga. Perché “per essere un buon ebreo tutto quello che occorre è un cuore buono“.”Significa comportarsi bene, essere onesti, essere buoni. Buoni con gli altri. La vita è già abbastanza difficile. Perché dovremmo fare del male a qualcuno? A tutti dovrebbe andare nel migliore dei modi, non solo a te o a me. Non siamo mica bestie. Ecco perché ci vuole la Legge. È in questo che credono gli ebrei”.
Ecco, alla fine tocca all’uomo, da solo, tracciarsi la strada, perchè Dio può anche esserci, può anche guardarci, ma Dio sembra lontano, e tocca solo a noi e alla nostra forza di volontà, se si vuol cambiare strada, migliorarsi o redimersi. A prescindere dalla propria religione, o al non credere in un Dio, è l’uomo, che conta. Mi pare un bel messaggio, visto tanti decenni dopo. Malamud sosteneva:”nella mia vita c’è molto di più del mio essere ebreo;scrivo per tutti coloro che vogliono leggere.”
Un romanzo profondamente umano, una scrittura, profondamente umana. Tanta sofferenza, rassegnazione, desolazione, ma anche un messaggio di speranza finale.

(Non me ne intendo di case editrici, non sono in grado di fare classifiche o di far discorsi da esperto del settore, ho letto troppo poco, nella vita, ma, da vero profano e dilettante, confermo il mio piccolo grande amore per Minimum Fax e Marcos y Marcos)

Carlo Mars