I miei piccoli dispiaceri – Miriam Toews #miriamtoews

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I miei piccoli dispiaceri, di Miriam Toews (Marcos Y Marcos, pp. 368)

“Elf mi dice che dentro di sè ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. Non può permettersi che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata. Ma più di tutto la terrorizza l’idea che si possa rompere dentro di lei. […] Quando sente il rumore delle bottiglie gettate nel camion dei rifiuti, o uno scacciapensieri o perfino un certo tipo di uccelli cantare pensa immediatamente che sia il piano che si sta rompendo. Stamattina ho sentito una bambina ridere, dice, una ragazzina venuta a trovare suo padre, ma non sapevo fosse una risata, ho pensato a un rumore di vetro infranto e mi sono presa la pancia tra le mani pensando oh no, ci siamo.”

Mi sono avvicinato a questo libro perché Marcos Y Marcos mi ha sempre regalato gioie, e perché giro intorno a questa autrice da mesi e mesi, senza però aver avuto la ventura di averla incontrata. L’ho scelto senza sapere quasi nulla della storia. Ed è stato sorprendente. Credevo fosse altro. Ma mi sono sbagliato. Forse è stato il titolo ad ingannarmi, forse anche la copertina. E poi la scrittura. Che è sì leggera, delicata, ma costringe a pensare, e tanto, a ragionare, e tanto. E colpisce, spesso anche duro. Eppure non è il classico modo strappalacrime di raccontare un tema fortissimo e tragico, c’è tantissima ironia, e si ride anche tanto. La vita, che, in qualche modo, prende in giro la morte.
C’è una famiglia unita, unita come poche, una famiglia “stramba”, originale, una famiglia che si ama. Ma una famiglia che contiene due anime, una che vuole vivere e l’altra che vuole morire. Un filo nero lega generazioni. Genitori e figli, suicidi e “resistenti”. Componenti che non resistono alla vita e componenti che oppongono resistenza strenua. Persone che non si fanno mai abbattere dai temporali furiosi, al massimo gettano via l’ombrello inservibile e corrono sorridendo. Ma persone che comunque soffrono, e si tengono per mano, sempre, i resistenti non possono fare altro che lasciarsi attraversare dal dolore, per poi ricominciare la battaglia quotidiana. Ma soprattutto è la storia di tre donne, due figlie e una madre. Due sorelle legatissime. Una incasinata con la vita, col lavoro, con gli uomini, con i figli. Un’altra geniale, nella musica, nel successo, con un marito che la venera. Eppure…eppure Yoli, l’incasinata, fa parte dei resistenti, e Elf invece di coloro che non hanno più voglia di lottare, che ha un pianoforte di vetro dentro si sé. È convinta che la vita sia dominata dalla tristezza, a cui tutti dovrebbero abbandonarsi, lasciarsi vincere, e invece lottano per contrastarla. E che forma assume l’amore, in questo contesto? Come si esplica, di fronte a chi ci chiede di porre fine alla sua vita? Qual è il modo giusto di amare?
Attraverso gli occhi stanchi e a tratti disperati di Yolandi, assistiamo ai ricoveri di Elf, dentro e fuori dai reparti di psichiatria. Tramite la sua ironia comprendiamo l’incomunicabilità tra le due sorelle, ma anche l’amore incondizionato che le lega. E siamo inevitabilmente con Yoli, con la sua sofferenza e la sua incrollabile forza.

“Non avremo forse sostanze
né vere e proprie finestre nelle nostre spelonche,
ma almeno abbiamo la rabbia,
e con quella costruiremo imperi, signori miei.”

Che ci fa capire quanto possa essere dura la vita di chi è al fianco di qualcuno che vuole porre fine alla sua esistenza. E’ di una leggerenza intelligente, ci sono poi tante citazioni letterarie e anche musicali, citazioni colte, direi. E i protagonisti, le donne, sono personaggi direi indimenticabili, perfettamente descritte. E’ un libro che invita alla comprensione, al dialogo, all’ascolto altrui, anche quando riteniamo tutto difficilissimo o anche impossibile.

“Perché ci dicono sempre che se crediamo in lui Dio risponderà alle nostre preghiere? Perché non può essere lui a fare la prima mossa?”

La storia è autobiografica. Ma nessun sentimentalismo. E’ alla fine un inno alla vita. Ma anche un’elegia dei difetti, delle debolezze, perché tutto è vita. Ho riso, ho pianto, mi sono sentito coinvolto in pieno, senza riuscire a staccarmi dalle pagine. Molti obiettano che un libro che parli di questi dolori costringa il lettore a perdere obiettività. Ma sono io, che faccio obiezione all’obiezione. Quando un libro ci piace, non ci ritroviamo, spesso, quello che avremmo voluto dire noi? Quando un libro, invece che di morte, parla di due innamorati, oppure di amicizia, o di qualunque altro argomento, se ci sentiamo coinvolti perdiamo dunque la possibilità di essere giudici imparziali? In ogni caso non mi importa, il libro è bellissimo, è stata una grande emozione.

Carlo Mars

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Riparare i viventi, Maylis de Kerangal

Riparare i viventi – Maylis de Kerangal– 2015, pag. 218

riparare

24 ore. Questo lo spazio temporale della storia narrata. E’ la storia di un trapianto di cuore. Un cuore che migra, che vola da un uomo a una donna. Oltre a questa storia, ci sono quelle correlate. Quelle di chi muore e quelle di chi torna a vivere una vita normale. Di chi dona la vita, di chi la riceve, dei familiari dell’una e dell’altra parte, dei medici e di tutti coloro che gravitano intorno a questa donazione.
Una storia durissima, come è chiaro che sia, commovente, per larga parte, specialmente la prima metà del romanzo. In cui vengono descritti i sogni, le speranze, di cui un giovane e forte cuore è fatto. E come tutto cambia in un attimo. La morte che si impossessa abusivamente di un ragazzo e, nello stesso tempo, trasfigura mentalmente e fisicamente chi resta, i suoi genitori, la sua ragazza, i suoi amici. Sono appunto molti, i piani di lettura. Genitori, ragazza e personale medico. Ognuno recita un ruolo diverso, per certi versi opposto. C’è un terremoto che investe padre e madre, e, come ogni terremoto, non avvisa, non ti prepara. E questo è il peggiore che possa capitare ad un genitore. In pochissime ore devono decidere, prima devono accettare la morte di un figlio, e, dopo due secondi, decidere se il suo corpo debba diventare una banca di organi. E salvare altre vite. La commozione è inevitabile. Si comprende bene che il salvare altre vite viene posta come fosse una domanda ad una risposta inevitabile. Certo che sì. Lui è morto, perchè non consentire ad altri di vivere, grazie a lui? Ma un padre ed una madre spesso non possono essere tanto lucidi da acconsentire senza battere ciglio. La reazione violenta, contro il mondo, contro i medici, contro tutto e tutti, è umana. Sì, gli altri si salveranno. Ma lui? perchè lui no, perchè è toccato a lui, perchè deve esserci uno che si sacrifica e perde, e soprattutto deve essere mio figlio? E dall’altro lato i medici, gli psicologi…coloro a cui tocca il compito di essere convincenti, senza però essere cinici o insensibili. Ma è chiaro che questo ruolo resta per forza di cose più freddo, inevitabile.
E al centro di tutto questo c’è il cuore. Il cuore che per tutti resta il simbolo dei sentimenti, il centro della vita, lo scrigno dove risiedono le essenze di ognuno di noi. Quel simbolo che appiccichiamo ovunque, che disegniamo sui cellulari, sul computer, sulle magliette, sui bigliettini di auguri. Non è solo un muscolo centrale, per moltissimi di noi, ma è la nostra anima. E forse per questo ci resta difficile pensare che un altro corpo possa ospitare il nostro cuore.
L’autrice ha detto questo, in un’intervista: “In passato la morte era decretata quando il cuore cessava di battere. Oggi invece la frontiera tra la vita e la morte è segnata dall’arresto delle funzioni cerebrali. Il cuore non indica più il discrimine tra la vita e la morte, però sul piano simbolico, e soprattutto attraverso il linguaggio, conserva una funzione sovrana. Oltre ad essere una pompa meccanica, il muscolo della vita viene infatti immaginato come una sorta di scatola nera dell’individuo, in cui sono conservate la sua vita affettiva e le sue emozioni. Naturalmente sappiamo che ciò non è vero, ma inconsciamente questa immagine continua a resistere. Forse perché, nella vecchia contrapposizione tra ragione e emozioni, non vogliamo rassegnarci a pensare che alla fine prevalga la razionalità. Forse ci piace pensare che la vita sia fatta innanzitutto di affetti e emozioni”.
Lei ha voluto parlare di trapianti per diversi motivi. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, certamente, e lo ha fatto parlando con termini assolutamente tecnici, la seconda parte del libro è tutta incentrata sul trapianto stesso, sull’intervento, descritto minuziosamente, lei dice che la conoscenza genera comunque cultura, e come darle torto…ma lo ha scritto anche perchè il trapianto in sè è un dono del singolo alla collettività, il corpo di uno diventa corpo di tutti, e questo gesto ha valenza doppia, o molteplice, in un mondo dove tutti ci stiamo ripiegando su noi stessi. E’ solidarietà allo stato puro. E la solidarietà è bella, è forse la cosa più bella di tutte. Alla fine di questa storia comunque tutti i coinvolti si ritroveranno arricchiti, o comunque cresciuti, come persone, non solo la persona che ha ricevuto fisicamente un organo. Riparare i viventi. Riparare una morte donando vita. C’è tanto di antico, in questo libro, non mancano i riferimenti classici, al mondo omerico, riferimenti a come veniva affrontata la morte, non come rimozione del dolore, ma come apertura, esempio, rigenerazione.

Carlo Mars