L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio – Haruki Murakami #HarukiMurakami #recensione

Quel ricordo lo puoi anche nascondere, certo, lo puoi seppellire da qualche parte in fondo alla coscienza: ma non puoi cancellare il passato, – disse Sara guardandolo dritto negli occhi. – Faresti bene a tenerlo a mente. Si possono seppellire i ricordi ma non si può cambiare il corso della storia. Sarebbe come uccidere il tuo stesso essere.

Premessa: mi sono imbarcata nell’impresa di leggere tutta la bibliografia Murakamiana durante i prossimi due-tre anni. Devo dire che gli ultimi libri mi avevano un po’ deluso (Tutti i figli di Dio danzano, L’uccello che girava le viti del mondo)… Invece questo mi è piaciuto assai. Una storia semplice, che comincia in modo un po’ scialbo. I quattro amici di Tazaki, con cui condivideva un’amicizia perfetta e armonica, improvvisamente gli comunicano che non vogliono più vederlo: deve smettere di farsi sentire e continuare con la sua vita, senza di loro. Tazaki dunque prosegue nella sua esistenza, con un fantasma alle spalle, e… diciamo che allora tu lettore ti rendi conto che le fattezze della vita, di tutti noi, non sono altro che errori, disguidi, convinzioni, casi. L’intera narrazione gira intorno a Tazaki, l’incolore, che è il fulcro centrale. In lui nulla è marcato, evidente, indimenticabile, elementi che ai suoi amici non mancavano. Non è bello, ma non può nemmeno dirsi particolarmente brutto. È un bravo studente, ma non ha nulla di geniale. È ricco, veste bene, vive in un magnifico appartamento, ma nessuno lo nota. È un individuo perfettamente calato in uno schema socialmente accettato, funzionale ad esso e basta. Ha due solo passioni: il nuoto e le stazioni ferroviarie, difatti si laurea in ingegneria e di mestiere progetta stazioni, pensando alle esigenze ed ai bisogni dei viaggiatori.  E’ un uomo anonimo, eppure diventa il protagonista eccezionale di una vicenda che scava nel profondo di chiunque abbia almeno una volta provato cosa voglia dire subire una grave perdita. 

Il romanzo si svolge poi in una maniera così semplice, così poco misteriosa, da essermi stupita dell’autore, come se non sembrasse più lui. Ed è una storia così semplice da sembrare più che verosimile, anzi, fino a un certo punto del libro mi sono sentita un po’ a disagio, come se inconsciamente mi sentissi di aver già vissuto una trama del genere.
E non dico altro. Libriccino introspettivo ma scorrevole, con una storia interessante e significati non del tutto palesati, onirici ma non visionari come in altre opere di Murakami. Comunque non scontato, lo si legge d’un fiato ma si medita sulla natura della felicità, sull’amicizia e sul desiderio. Sul prendere coscienza del fatto che forse iniziamo a vivere davvero solo quando un dolore inizia a farci morire dentro.

Martta Loves

Letture di aprile: Max Frisch, Stefano Benni, Ito Ogawa, Burhan Sonmez

piccolo riassunto delle letture di aprile (le recensioni vere e proprie non mi riescono):


Barbablu di Max Frisch  (Blaubart trad. di Bruna Bianchi, Einaudi 1984) è un’analisi della psiche di un uomo che assolto dall’accusa di aver ucciso una delle sue ex mogli inizia a rielaborare il processo. E’ insoddisfatto della formula assolutoria e da innocente (vero) comincia a sentirsi colpevole. Impianto teatrale, basato sul dialogo e su una struttura ellittica che rende la narrazione allusiva. La vicenda è semplice e insieme misteriosa quanto basta per diventare simbolica. Frisch usa il “finto giallo” e la classica situazione da banco di tribunale per proseguire la sua riflessione sulle convenzioni relazionali.


La cena degli addii Ito Ogawa; si tratta di una raccolta di racconti incentrata sul tema dell’addio. I protagonisti delle storie perdono qualcosa o vengono abbandonati da qualcuno. L’autrice è una nuova scoperta per me, mi è piaciuto il modo di affrontare il tema raccontando i sentimenti e i moti dell’animo delle persone coinvolte passando da toni compassati e laconici a racconti surreali piazzando il tutto a centro tavola assieme a pietanze per lo più giapponesi.

Istanbul Istanbul – Burhan Sonmez. Dopo tutte le notizie che ci giungono dalla Turchia è un libro attualissimo. I quattro uomini rinchiusi nei sotterranei di una galera di istanbul e per superare le torture subite e dimenticare la paura per quelle a venire si raccontano varie storie nella migliore tradizione medio-orientale (anche se l’autore fa riferimenti al decamerone). Attraverso questi racconti e sogni si giunge piano piano al bandolo della matassa e si realizza come i quattro, pur non conoscendosi, siano collegati fra loro.


Di Cari mostri di Stefano Benni si è già letto su queste pagine, mi sembra. Mi è piaciuto, nei racconti vengono affrontati mostri moderni e atavici ma alla fine si scopre che stiamo solamente guardandoci riflessi in uno specchio, tutte le malvagità, le manie e le perversioni raccontate sono le nostre. Il tutto scritto nello stile classico di Benni, di scorrevole, piacevole lettura.