The Things They Carried – Tim O’Brien #TimO’Brien

But the thing about remembering is that you don’t forget.

Saltando di guerra in guerra (Allegriaaa amici!), da Redeployment che parla del conflitto in Iraq sono arrivata al Vietnam, poichè ho trovato ottimi suggerimenti per questo The things they carried, un libro del 1990, in Italia tradotto con Quanto pesano i fantasmi (credo sia fuori catalogo). In America è considerato un testo antologico in molte scuole, è stato finalista al Pulitzer, e nel 2014 in classifica Amazon per i Cento libri da leggere una volta nella vita. E’ effettivamente scritto davvero bene, è molto crudo ma con grandi momenti di lirismo, e lo definirei superiore a Redeployment, come testo bellico: è molto più intenso, la scrittura è migliore, più lirica e profonda. Infine, in questo libro c’è più empatia, e credo  sia impossibile chiuderlo senza rimanere immersi per qualche tempo in uno stato di intensa commozione.

things-they-carried

The things they carried è un romanzo composto da una serie di racconti, in cui i protagonisti -ricorrenti nelle varie storie- sono i soldati di un plotone che avanza nella giungla in Vietnam. L’autore, Tim O’Brien, in Vietnam ci finì davvero, militare di leva, quattordici mesi in fanteria tra il 1969 e il 1970; e quella guerra è diventata la sua fonte di ispirazione primaria, l’unica cosa di cui scrive (in genere molto bene: Inseguendo Cacciato, un altro suo famoso romanzo, fu premiato col National Book Award nel 1978). In questo libro O’Brien è presente, sia come narratore che protagonista: usa un genere di narrazione che ho scoperto si chiama “di verosimiglianza” in cui realtà e fiction si mescolano senza che sia possibile capire dove finisca l’una e inizi l’altra, cosa che personalmente non trovo sia così importante. Lo stesso autore chiarisce a che a volte la finzione spiega meglio la realtà di un libro di memorie.

Il primo racconto, quello che apre il libro e gli dà il titolo, è fenomenale, e credo che la traduzione italiana non sia in questo senso felicissima: Le cose che portavano, letteralmente, è un lungo elenco di tutto il carico fisico e spirituale, materiale e metaforico che ogni soldato di quel plotone, e ogni soldato di ogni conflitto, porta sulle sue spalle. Armi, munizioni e rifornimenti per cominciare, e poi talismani portafortuna e lettere da casa, droghe o vitamine, barrette di cioccolato o un paio di calzini puliti in più, fotografie della propria ragazza e una Bibbia. Portano se stessi, e spesso i compagni feriti o morti, fino al punto di atterraggio dell’elicottero. Portano infezioni virali e mazzi di carte, scacchiere giocattolo e cerotti, medaglie, pidocchi, e dissenteria. Portano, soprattutto, i sogni e gli incubi, la memoria dei caduti e le loro ultime risate nel sole di una risaia, il ricordo e la nostalgia di casa, la paura di non tornare e la consapevolezza che non sarebbero mai tornati veramente, “portavano tutto quello che riuscivano a sopportare, e anche qualcosa in più, incluso un silenzioso senso di meraviglia per il potere terribile di tutto quello che portavano”.

Prima di comprare questo libro mi sono chiesta se avesse ancora un senso, nel 2016, leggere un romanzo su una guerra combattuta da Paesi estranei in estranei continenti in anni in cui molti di noi non erano ancora nemmeno nati, o gattonavano appena. Poi ho letto un estratto nella prefazione, una frase che mi è entrata fissa in testa e non si è più schiodata: l’età media dei ragazzi di quel plotone era 19 anni. E tantissimi, troppi, lo sappiamo, non arrivarono mai a compierne di più. Così ho pensato che sì, queste storie non devono andare perse nella memoria. Un giorno lo saranno, inevitabilmente. Ma per adesso non ancora. Questi racconti viscerali e tormentati di Tim O’Brien devono continuare a parlarci di quei ragazzi che in un’età in cui noi, i nostri figli, al massimo ci si dibatte a scegliere la facoltà universitaria o il pagamento a rate della prima macchina, furono buttati in una giungla a contemplare senza parole i corpi di uomini che avevano ucciso brutalmente, ad assistere alla morte dei propri amici affogati in campi di fango e merda mentre intorno il mondo esplodeva in fuoco e granate, a desiderare per mesi un ritorno a casa che si rivelava poi senza senso, circondati da gente che non sapeva cosa dir loro, in una società che non aveva un posto per loro, nè tempo per le loro storie.

the-things

 The Things They Carried è diventato, come dicevo, un testo che si legge in tutte le scuole americane, e moltissimi studenti lo scelgono come argomento dei propri saggi di presentazione per i college prescelti, con sorpresa dello stesso autore che ha sempre pensato il tema interessasse al massimo qualche adulto della sua età, che quegli anni li aveva vissuti. E’ un libro duro, crudo, a volte ripetitivo, non tutte le storie funzionano alla perfezione. Ma credo che piaccia molto ai ragazzi perchè al di là della propria natura di racconto in cui la verità muta e si altera nel tempo, è un libro essenzialmente vero. La guerra che viene descritta è orribile e crudele, sbagliata e insensata. Eppure ci sono momenti di bellezza e persino nostalgia, l’inevitabile Vietnam Blues di cui parlano molti veterani per quei momenti di terrore e amicizia in cui ti sei sentito davvero vivo. Quello che accade in combattimento può essere grottesco, assurdo, insensato, trascendente del momento, a volte tutte queste cose insieme. C’è il peso fisico della vita in trincea, stivali, fango, sudore, zanzare, la noia assurda della maggior parte dei momenti della giornata di marcia, e il passaggio in un nano secondo dal tedio al terrore puro nel momento in cui arriva un attacco, il suono di un sparo e la paura quando capisci di esser stato ferito, i tuoi occhi che si fissano su un sassolino o un po’ di erba pensando che sarà l’ultima cosa che vedrai su questa terra. C’è il tormento di guardarsi indietro, vent’anni e poi quarant’anni dopo che si è tornati, sempre cercando un senso per quello che si è fatto in Vietnam, e si osserva con sgomento il baratro che si è aperto tra il proprio io di quel momento in guerra e quello che vive ora in America con la propria famiglia e i nipoti.

C’è la fascinazione per la natura circostante, il forse inevitabile ma sincero cameratismo con il proprio plotone, l’ambiguità morale e lo humor nero che inevitabilmente caratterizzano le storie di ventenni americani in quella guerra.

Soprattutto, ci sono quel dolore e quella rabbia inestinguibili che sono parte del bagaglio invisibile delle Cose che portavano, e che costituiscono nel profondo di chi c’è stato, ancora dopo quarant’anni, il senso di tutto.

Lorenza Inquisition

cropped-vietnam-war-memorial

 

 

“Often in a true war story there is not even a point, or else the point doesn’t hit you until 20 years later, in your sleep, and you wake up and shake your wife and start telling the story to her, except when you get to the end you’ve forgotten the point again.”

 

 

 

 

 

Redeployment – Phil Klay #FineMissione #PhilKlay

redeployment-cover

Redeployment di Phil Klay (in italiano edito da Einaudi come Fine missione) è una raccolta di 12 racconti, tutti narrati in prima persona, con protagonisti reduci della guerra in Iraq durante gli anni di Operation Iraqi Freedom (2003 – 2011). Il libro ha vinto nel 2014 il National Book Award, che in America è secondo solo al Pulitzer in materia di premi letterari, ed è sorprendentemente ben scritto. Ma non lo si legge per quello, lo si fa per conoscere una pagina di storia a noi contemporanea attraverso le voci di coloro che meno di tutti mentono, i soldati che c’erano, e sono tornati dal fronte. L’autore stesso è un ex-marine, arruolatosi dopo il college, stanziato in Iraq per un anno; al ritorno, ha lavorato per circa tre anni a questo libro, in cui voleva parlare della sua esperienza (che egli stesso definisce di media traumaticità in quanto non prese mai parte a combattimenti attivi) ma soprattutto di quelle di ex  marines suoi amici e compagni, evitando in generale un discorso politico per esplorare il lato puramente personale e umano di un americano in guerra, in quella guerra.

Non avevo ancora letto nessun libro su questo conflitto, anche se naturalmente si sono visti molti ottimi film; niente come Hollywood arriva sul pezzo dopo qualche tempo. Ci arriva così bene, spiega uno dei protagonisti di Redeplyoment, che ogni generazione di americani, e in fondo ogni spettatore esterno occidentale, ormai entra nella guerra del proprio tempo con una precisa immagine visiva in testa, quella della guerra precedente, dove combatterono i propri padri, o i loro coetanei.  Per cui questi ragazzi sono arrivati al fronte nel 2003 con in mente Full Metal Jacket, Platoon e Apocalypse Now; i loro padri sono andati in Corea con in testa la fotografia dei Marines che issano la bandiera a Iwo Jima e a Omaha Beach; e i ragazzini di oggi che fra dieci anni si arruoleranno per un nuovo conflitto, arriveranno al fronte con in memoria fotogrammi di The hurt locker e American Sniper, una storia che si ripete all’infinito nella sua insensata violenza, e mai insegna.

E’ un libro duro e brutale, sia per i racconti ambientati al fronte, sia per quelli del rientro a casa perchè è verità riconosciuta che nessuno torna mai veramente da una guerra. Il senso, in fondo, dovrebbe essere ormai tutto qui, in queste tragedie di rimorsi, solitudine e disperazione. Nell’insanabile baratro esistenziale tra chi combatte e il Paese che manda a combattere, non intendendo solo il governo ma i concittadini, impotenti a capire perchè solo chi è stato al fronte può farlo. Nell’inutilità di vite spese non solo in missione ma anche dopo, quando il ritorno a casa è già avvenuto, la guerra è finita, e lo specchio rimanda l’immagine di un fantasma: qualcuno si suicida, molti tornano a combattere, qualcuno ce la fa. Nell’impossibilità di comprendere un nemico che in questa carneficina tribale non si voleva, in fondo, nè vedere nè capire. Nel cinismo di milioni di dollari buttati, di prese in giro dei contribuenti, di comandanti di reparto che non rispettano le regole di ingaggio permettendo comportamenti aberranti nelle truppe perchè in qualche modo bisogna pur motivarlo, il plotone.

Sono storie di eroi a volte per scelta, a volte di appartenenza, di individui lasciati soli in un dovere che il resto del mondo spesso non riconosce, di assassini addestrati ad esportare la democrazia in una guerra definita (come sempre) necessaria, nella realtà senza vittorie nè mitologia. Alcuni di questi racconti sono meglio scritti e più riusciti, qualcuno è meno avvincente ma penso valga la pena di leggere questo libro per un’onesta riflessione; è vero che è la stessa riflessione che da Niente di nuovo sul fronte occidentale continuiamo a fare, guerra dopo guerra, libro dopo libro. Ma se manca la speranza, almeno c’è la verità. E a volte, anche senza speranza, si continua a provare.

Chiudo con le parole che Dave Eggers usò per la prefazione di Yellow Birds di Kevin Powers, capolavoro sul conflitto bellico iracheno: “Probabilmente è il libro più triste che io abbia letto negli ultimi anni. Ma triste in modo importante. Dobbiamo essere tristi, profondamente tristi, per quel che abbiamo fatto in Iraq”.

Lorenza Inquisition