Il commesso, Bernard Malamud

Il commesso – Bernard Malamud – 1957, pagine 327 (ediz. 2007)

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Da una scrittura, cosa vogliamo, cosa pretendiamo, per restarne presi, affascinati, coinvolti? Essere aggrediti o essere colpiti da uno stile discreto? Se preferiamo la seconda, Malamud è ciò che fa per noi.
Ho voluto provare a leggere Malamud, in attesa di provare ad affrontare Roth, che elegge Malamud a maestro…l’ho presa larga, diciamo…
C’è una prefazione di Marco Missiroli, ed è fantastica, da leggersi preferibilmente dopo aver letto il libro..ma che dice tutto, credo che l’unica recensione possibile sia proprio quella.
Morris Bober è un commerciante ebreo di Brooklyn, la cui drogheria va sempre peggio − e il colpo di grazia è l’apertura di un negozio concorrente, a qualche isolato di distanza.
Lui è l’assoluto protagonista, più del commesso a cui si richiama il titolo del romanzo.
Un uomo debole, rassegnato, triste, addolorato. Ma indomabile. La forza gli viene dalla Dignità personale, una qualità capace di renderlo non-addomesticabile, nè dalla vita, nè dalla disonestà, nè dalle tentazioni che la disonestà stessa gli presenta.
Un uomo che fa della fatica di vivere il suo mantra. La fatica di riuscire a tirare avanti, per una concorrenza commerciale spietata e più moderna di lui, e per una sorte avversa che su di lui sembra accanirsi, ma che lui accetta senza grandi lamenti, senza grandi ribellioni, e oppresso anche dal senso di colpa per aver costretto moglie e figlia ad una vita senza sbocchi ed ambizioni, una maledizione, per ogni capofamiglia e soprattutto per un uomo come lui, che alla famiglia dedica la vita.
Sua figlia, e le sue visite in biblioteca, che fungono da palliativo alla sua ambizione frustrata di frequentare l’Università e laurearsi:
“Lei si recava in biblioteca in media due volte alla settimana, prendendo solo un libro o due per volta, perché ritornare per un altro libero era una delle sue poche gioie. Anche quando era più sola le piaceva trovarsi in mezzo ai libri, sebbene qualche volta fosse deprimente vedere il numero dei libri che non aveva letto”.
In mezzo a questa completa rassegnazione arriva il Commesso, questo giovane scapestrato italiano, che forse lotterà al loro posto, lotterà per loro, per un riscatto che loro sembrano non poter arrivare a conquistare. Un personaggio dalle mille facce, molte delle quali non gradevoli, un personaggio da odiare e amare nello stesso tempo, ma anche di cui aver compassione. Anche lui alla fine intrappolato tra ambizioni e dura realtà. Tutta gente umile, povera, su cui la sorte si accanisce, ci sono momenti di speranza ma che sembrano sempre subito castigati.
Qui il sogno americano non è la prosperità, ma il raggiungimento di un sufficiente decoro, una dignità sufficiente. Leggermente superiore al semplice sbarcare il lunario.
La storia è semplice, ma i personaggi sono tratteggiati stupendamente, a livello psicologico. Ci sono non molti dialoghi vocali, il confronto tra loro è spesso mentale, appunto psicologico. Malamud descrive benissimo il loro mondo interiore, i loro sogni spesso confusi, i desideri infranti, la difficoltà nel confronto col mondo esterno, un mondo sempre dominato dai furbi, dagli arrivisti, dai disonesti. Tanto che anche questa gente così onesta prima o poi vacillerà. Ma Morris non mollerà. Sembra un omino minuscolo, di fronte al mondo, insignificante, ma assurge ad assoluta grandezza proprio per la sua onestà e dignità. Nonostante le critiche al suo essere ebreo all’acqua di rose, uno che mangia prosciutto, uno che non va in Sinagoga. Perché “per essere un buon ebreo tutto quello che occorre è un cuore buono“.”Significa comportarsi bene, essere onesti, essere buoni. Buoni con gli altri. La vita è già abbastanza difficile. Perché dovremmo fare del male a qualcuno? A tutti dovrebbe andare nel migliore dei modi, non solo a te o a me. Non siamo mica bestie. Ecco perché ci vuole la Legge. È in questo che credono gli ebrei”.
Ecco, alla fine tocca all’uomo, da solo, tracciarsi la strada, perchè Dio può anche esserci, può anche guardarci, ma Dio sembra lontano, e tocca solo a noi e alla nostra forza di volontà, se si vuol cambiare strada, migliorarsi o redimersi. A prescindere dalla propria religione, o al non credere in un Dio, è l’uomo, che conta. Mi pare un bel messaggio, visto tanti decenni dopo. Malamud sosteneva:”nella mia vita c’è molto di più del mio essere ebreo;scrivo per tutti coloro che vogliono leggere.”
Un romanzo profondamente umano, una scrittura, profondamente umana. Tanta sofferenza, rassegnazione, desolazione, ma anche un messaggio di speranza finale.

(Non me ne intendo di case editrici, non sono in grado di fare classifiche o di far discorsi da esperto del settore, ho letto troppo poco, nella vita, ma, da vero profano e dilettante, confermo il mio piccolo grande amore per Minimum Fax e Marcos y Marcos)

Carlo Mars

Un giorno questo dolore ti sarà utile, Peter Cameron

Un giorno questo dolore ti sarà utile – Peter Cameron – 2007, pagine 206

“Avrei tanto voluto che la giornata fosse tutta come la colazione, quando le persone sono ancora sintonizzate sui loro sogni e non è previsto che debbano affrontare il mondo esterno.”

Il mio primo Cameron, ok sì, continua la serie ” Le mie mancanze”.

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James, è lui che parla. Un ragazzo che i genitori vorrebbero vedere felicemente iscritto all’università, ma lui non ne ha alcuna voglia. Vive con la sorella maggiore e la madre, con le quali ha un rapporto conflittuale, con le quali non riesce ad interagire, non si sente compreso ma solo giudicato e messo sempre sotto esame. Adora la nonna, Nanette, che va a trovare non appena ha bisogno di trovare la sua pace. Ho amato Nanette, la nonnina che ascolta, l’unica, che capisce, l’unica, che sa davvero consigliare, l’unica. Di consigli comunque ne dà pochi, fornisce calore e conforto, e anche cibo, quando occorre, quando un gesto vale più di mille parole. E poi ti spiazza, come solo gli anziani sanno fare, quando credi che siano lì nel loro mondo, improvvisamente se ne escono con una frase di una profondità assurda, dimostrando di essere nel tuo cuore più di ogni altro. In alcune piccole cose ci ho ritrovato la mia, e c’è stata un’accelerazione improvvisa di battito. James lavora nella galleria d’arte della madre insieme a John, che considera un suo amico. Va anche da una psicologa, sempre su invito dei genitori, a causa di un evento verificatosi durante uno degli strani ritiri scolastici statunitensi. E’ considerato “disturbato”, una bella parola che usiamo quando non capiamo gli altri. Una parola che ci mette in pace. Teoricamente sarebbe una storia di un adolescente che non vuol crescere, che non sa cosa vuol fare e nemmeno ha voglia di fare granchè. Ma non è solo questo. Francamente mi pare impossibile non simpatizzare col protagonista, magari ci fa anche arrabbiare, col suo carico di depressione così elevato per i suoi soli 18 anni, ma siamo con lui, in questo momento di passaggio tra la giovinezza e l’ingresso nella maturità, il momento del “salto”, quello in cui si deve lasciare il porto sicuro, magari povero di cose ma comunque sicuro, e abbandonarsi alla navigazione in mare aperto. James non vuol far parte del gregge, James non vuole mischiarsi al mare di stupidità e di superficialità che vede nei suoi coetanei, ne ha quasi paura a livello fisico, non vuole proprio essere toccato nel corpo e nell’anima, ha paura di una qualsiasi contaminazione. Credo che ognuno di noi, a quell’età, abbia provato almeno un minimo di disorientamento, di timore o di paura del futuro, quel momento in cui ti chiedi “cosa sarà di me?”. James non si sente disadattato o diverso perchè si sente lui stesso così, ma molto di più perchè sono gli altri a considerarlo tale. Tutti a credere che stia male, ma lui invece sta bene così com’è. La sua non è una ribellione o una contestazione rumorosa, ma silenziosa. Lui non vuole disturbare nessuno. Quando ha i suoi momenti di panico totale non si fa notare spaccando tutto, ma fuggendo via da tutti. Non so, io ho amato questo personaggio. I genitori pretendono di instradarlo, di insegnargli a vivere, di tracciargli la strada, studio, carriera, e magari una bella famigliola da creare. E molto spesso nella vita accade questo, che i consigli più pressanti ci vengano forniti da persone che sono loro stesse “impicciate” maledettamente nelle loro vite, come questi genitori, che pretendono il meglio dal figlio, un meglio che loro non sono stati di fornire nè a lui nè a se stessi, quindi vogliono fornire una specie di “risarcimento” al loro ragazzo. Ma lui ha le sue idee, i suoi sogni, vuole che la strada che percorrerà sia tracciata da lui, anche se magari prevede solo l’acquisto di una casa vittoriana e tempo per leggere i suoi amati autori, mentre magari impara un mestiere servendo in un MacDonald…ha personalità, il giovane, e lo conferma nei “duelli” verbali con la psicologa, a volte spassosi…
“La gente pensa che se dimostra di avere ragione…l’altra persona cambierà idea. Ma non è così.”
Cameron cristallizza la descrizione in questo attimo di passaggio, non ci dice niente del passato di James e niente del futuro, il suo intento è appunto mostrarci cosa si prova nell’attimo del salto. La paura di crescere, di aprirsi, di non riuscire a trovare il proprio posto nel mondo. E non è roba che riguardi solo gli adolescenti, riguarda chiunque. Quante volte ci nascondiamo nel guscio, noi adulti, pur di non affrontare la vita? E siamo tutti a sperare che, prima o poi, arriveremo a dire che sì, in effetti tutto il dolore passato ci è stato utile.
Il libro ha uno stile delicato, ha grazia, eleganza, leggerezza, e scorre benissimo. Ma i temi, pur se non originali, sono profondi. (anche perchè vorrei capire quali sono i temi originali, e come si tirano fuori…)

Carlo Mars