Piccola città – un storia comune di eroina – Vanessa Roghi #Laterza #VanessaRoghi

«Guardate questa bambina. Questa bambina sono io. Ho un buffo cappello di lana colorato, lo so perché c’è un’altra foto a colori che me lo dice. Deve essere il 1977. Sono felice. La città per me è ancora una soltanto. Nessun muro la divide in due. Per ora. Dopo non sarà mai più così. Quando arrestano mio padre per spaccio di eroina ho 15 anni, frequento il ginnasio, nell’unico liceo classico di Grosseto. Un liceo di provincia, frequentato dai figli dei professionisti della città. Quando lo arrestano io non dico niente a scuola. Non trovo le parole per farlo, non credo di averle neanche cercate, è qualcosa che accade, e basta. Quando le cose accadono a me io non so come raccontarle. Per questo faccio la storica, racconto le cose che accadono agli altri, eppure questa di mio padre voglio raccontarla, così inizio a parlarne con gli altri, ma solo all’università, quando mi sento ormai protetta dalla distanza, ne parlo e ne parlo, e una giovane storica senza immaginazione si domanda se sono matta ad andare a dire in giro che mio padre si è fatto di eroina. Perché questa è una cosa che non si racconta. Non è neanche un fatto degno di storia. È una piccola storia ignobile.»

Libro davvero interessante a metà tra il saggio e il memoir, in cui l’autrice, docente e storica di professione, decide di raccontare due storie intrecciate: quella della propria famiglia, in particolare dei propri genitori che, come moltissimi giovani della generazione del ’68, cominciarono a far uso di sostanze stupefacenti, spesso come espressione di una cultura antagonista al consumismo, e quella della storia della diffusione della tossicodipendenza in Italia.

Sembra impossibile che chi ha vissuto consapevolmente gli anni Settanta, letto, studiato, sottolineato libri, gente come Anna e come Mauro inizino a bucarsi proprio adesso. E invece va così. Babbo inizia nel 1982. Ma non è la mancanza di lavoro, né di futuro, non è la crisi della politica. No. Inizia e basta. Guido Blumir aveva scritto: «L’ignoranza del concetto di dipendenza fisica è una delle cause principali della diffusione delle tossicomanie». Solo che, evidentemente, anche a chi lo sa non basta per decidere di non iniziare. Del resto che la consapevolezza non basti, non serva, non sia davvero sufficiente lo racconta pure la storia di Carlo Rivolta, che è passato da «la Repubblica» a «Lotta Continua» e ha iniziato pure lui a bucarsi. Ma non smette di raccontare.

Il racconto dell’autrice per quanto riguarda la parte storiografica è veramente ben fatto: la storia della droga che negli anni Settanta e Ottanta comincia a invadere come un fiume di eroina tutta l’Italia viene affrontata da un punto di vista storico, sociale, politico e culturale, a partire dalla casistica della morfinomania post bellica, passando per le diverse dipendenze da sostanze anche farmacologiche; il repertorio di citazioni letterarie e musicali, interviste, articoli di giornale, servizi Rai ed estratti di interrogazioni parlamentari è cospicuo, profondissimo e intrecciato magistralmente.

Il secondo filo del racconto, la vicenda autobiografica della tossicodipendenza da eroina del padre dell’autrice, non è invadente sulla narrazione generale, e la storia del genitore va a comporre la storia stessa del Paese Italia: chi si droga dalla fine degli anni Settanta in poi non lo fa più come un retaggio del ’68, come tentativo di libertà di pensiero e condivisione, come ribellione all’establishment, come consumo che si oppone a consumo. L’esposizione dei genitori nella categoria dell’infamia legata all’eroina, il pre-giudizio comune intorno ai tossici e alle loro famiglie nelle piccole ma anche grandi città italiane, è quello che succede a chi cade in questa grave forma di dipendenza, perchè chi si droga, chi si buca, è un capellone scansafatiche, pericoloso, maniaco, sicuramente mai da compatire. Nessun’altra forma di tossicodipendenza assume nell’immaginario comune tratti così degradanti e negativi, tant’è vero che sostanze non meno pericolose e diffuse, come la cocaina, vengono ad esempio associate ai soldi e al successo, non al fallimento e alla vergogna.

“L’ideologia della droga viene stabilita, diffusa, resa egemonica in questi primi anni Settanta, scrive lo psichiatra Giovanni Jervis, da persone che non hanno davvero idea di cosa stiano parlando, «da chi non ha mai introdotto nel proprio organismo droghe né leggere né pesanti (a parte le droghe lecite come l’alcool) e non sa neppure bene che cosa siano; non fa differenze fra droghe leggere e pesanti; non considera droga né l’alcool né gli psicofarmaci», ma identifica il «drogato» con il «capellone pittoresco, squattrinato e vagabondo, che poi è, guarda caso, l’immagine di chi fuma hashish e non di chi si buca con l’eroina. Mediante l’identificazione drogato = giovane losco, sporco, sfaccendato e marginale è scattata in Italia l’operazione repressiva» «Nasce in Italia la ‘psicosi’ droga: per decine di milioni di italiani la droga diventa un ‘male oscuro’, per centinaia di migliaia di giovani, una tentazione proibita. Il contraccolpo è devastante: il ‘boom’ clamoroso dell’uso di anfetamina, le iniezioni endovena» Veramente illuminante il modo in cui l’autrice presenta la percezione che la società italiana ha del tossicodipendente dal dopoguerra a oggi, e la politica repressiva che è sempre stata l’unica via scelta dal nostro Stato. Umanissime le testimonianze dirette di drogati, terribile e sconfortante, infine, la serie di lettere e messaggi di familiari e amici di persone decedute per droga che hanno scritto a Vanessa Borghi, storie private tutte diverse eppure tutte uguali, schiacciate tra logiche repressive e totale disinteresse di Stato, cittadini, vicini.

“Allora non c’erano enti, istituzioni che potessero aiutare questi ragazzi a uscire fuori dal buco, anzi c’era una società di una ipocrisia imbarazzante, giudicante ignorante mortificante, non solo per chi usava sostanze stupefacenti ma anche per il ‘diverso’ (Oddio non è che sia cambiata di molto!). Molti suoi amici sono morti in seguito per Aids, pochi si sono salvati. La famiglia non era preparata a tutto questo, non era supportata, non era aiutata e la tensione cresceva sempre di più…”

«Il centro del Comune così funziona solo al pomeriggio per la distribuzione del metadone e alla mattina per l’assistenza psicologica. Sono tornato di pomeriggio. Questa volta il girone era pieno di ‘dannati’ che aspettavano il loro turno (…). Una ragazzina bionda, capelli lunghi, un viso molto dolce e triste, mi ha raccontato la sua storia: ‘Vengo qui da due mesi. Appena arrivata mi hanno fatto compilare una scheda. C’è la mia condizione sociale. Mi hanno chiesto subito se volevo assistenza psichiatrica. Ho detto di no, da allora nessuno si è mai più interessato al mio stato psichico. E io invece sto male: prima avevo degli amici, quelli con cui mi bucavo, ora mi hanno isolata. Qui al Centro invece siamo tutti divisi, ci vergogniamo tutti un po’ di essere qui, e tra noi non c’è rapporto. Tantomeno abbiamo il minimo rapporto con gli assistenti sociali. Insomma si viene qui, si prende il metadone, e si va via. Chi vuole tirarsi fuori dall’ero, in pratica lo fa da solo».

Consigliato davvero.

Lorenza Inquisition

Piccola città – un storia comune di eroina – Vanessa Roghi

Editore: Laterza Collana: I Robinson. Storie di questo mondo

Cometa sull’Annapurna – Simone Moro #SimoneMoro #Corbaccio

Simone Moro è un alpinista d’alta quota. In questo libro, il primo che scrive, vuole raccontare la spedizione sull’Annapurna del 1997 che è costata la vita ai suoi due compagni di cordata e che lo ha visto miracolosamente sopravvissuto alla valanga che ha ucciso gli altri e che lo ha fatto precipitare per 800 metri. E così parte dalla sua infanzia e cerca di spiegare come mai ha fatto della montagna il suo mestiere, perché scalare è la sua vita e che cosa significa per lui raggiungere la vetta. Ci racconta le sue esperienze, le sue paure, i suoi dubbi e la grande, indimenticabile amicizia con Anatolij Bukreev, il grande alpinista kazako morto sull’Annapurna. Perché erano lì in pieno inverno? Come mai avevano deciso di affrontare quella parete in una stagione così ostile? Quale era il loro obiettivo? Simone racconta, descrive, spiega. Ci fa sentire il freddo e la stanchezza e poi la solitudine e la disperazione della sua discesa dopo la valanga, con le mani ferite e inutilizzabili, i tendini recisi, e la sensazione di non farcela. Ma il vero dolore Simone lo prova quando non può più sperare nella salvezza dei suoi due compagni. Il suo racconto è però un inno alla montagna e a quell’amico che sarà sempre vivo nel suo cuore.

All’improvviso, è arrivato qualcosa di completamente nuovo nella mia esperienza di lettore. Dopo aver letto il saggio di Byung Chul-Han, “La società senza dolore” cercavo qualcosa di estremo che mi aiutasse a filettare le pieghe dei concetti del filosofo coreano. Tra i tanti consigli ricevuti su libri di scalate mi ha incuriosito più di altri la storia di un’altra spedizione, sul Nanga Parbat, di un altro alpinista italiano, Daniele Nardi, finita nel peggiore dei modi. Documentandomi su questa vicenda ho “incontrato” tra le tante informazioni, un’ intervista a Simone Moro che dava la sua opinione sui fatti. Mi sono innamorato. È stato amore a prima vista tra me e questo cinquantenne bergamasco che parlava e trasmetteva con tanta enfasi le sue emozioni al mio impianto sinaptico. Erano anni, almeno 10, da quando scoprii Paul Auster, che non mi capitava di innamorarmi (da un punto di vista intellettuale) di qualcuno in questo modo, di qualcuno che non fa neanche lo scrittore. Fulminato.

Considerando poi che negli anni ho sviluppato una forma piuttosto grave di Kenofobia, doveva esserci qualcosa che non vedevo ma che mi ha portato a lui. Platone lo chiamava Daimon, io so romano e lo chiamo MECOJONI. Ma veniamo al libro: non voglio dire molto perché raccontando il reportage non posso evitare di spoilerare informazioni che non è giusto che vengano riportate qua, ma possiamo dire (io e la scimmietta che ho nella testa) che questo è un libro bellissimo. È bellissimo per una serie di ragioni che non hanno niente a che vedere la bellezza dei romanzi contemporanei, anche perché non è un romanzo, è un reportage.

È la storia della spedizione sull’Annapurna (e altre storie che hanno il fine di preparare il lettore alle notizie della successiva impresa) di uno dei più bravi alpinisti del mondo. Ed è lui stesso a raccontarcela e a scriverla. Simone Moro non è Nabokov, non ha talento letterario nè una prosa avvincente come Stephen King, ma ha una cosa che probabilmente manca a molti degli scrittori contemporanei, ha passione, e la passione che ha, conseguenza del suo “lavoro” di alpinista, si respira in ogni pagina di questo breve ma ricchissimo reportage. La passione si sente quando parla di amicizia, quando racconta la montagna, quando descrive le sue emozioni, in maniera semplice ma immediata c’è ancora di più quando parla della perdita…

Mi sono rotto le balle di scrivere, potrei andare avanti 16 ore ma si sta freddando l’acqua nella vasca ed io, non essendo acclimatato alle temperature dell’Annapurna rischio di morire di freddo. Leggete questo reportage bellissimo solo per il piacere di leggere una bella storia in cui c’è tutto quello di cui ha bisogno un uomo per sopravvivere.

Daniele Bartolucci

Cometa sull’Annapurna – Simone Moro

Editore: Corbaccio Collana: Exploits Anno edizione: 2003