I beati anni del castigo – Fleur Jaeggy #Adelphi

I beati anni del castigo è un romanzo dell’autrice italiana di origine svizzera Fleur Jaeggy che vinse il Premio Bagutta nel 1990. Il regista Luca Ronconi ne ha tratto una pièce teatrale con lo stesso titolo.

Buongiorno cinquantini e cinquantine, qua sotto vi parlo di un libro particolarissimo, raro in un senso nobile. Questo libro è venuto a me in un periodo di sofferenza particolarmente acuta. Acuta perché non passa ed è sempre viva, presente. E’ stato il primo incontro con Fleur Jaeggy, e ne sono rimasta molto colpita. L’amitié amoureuse tra Frédérique e la protagonista è una cosa che conosco molto bene, e mi ha stupito constatare, ancora una volta grazie all’alta letteratura, di non essere sola. La scrittura di Jaeggy ammalia, spacca il capello per la precisione nella scelta delle parole, è puro concetto di ascetismo estetico e formale. I sentimenti non vengono riguardati se non da lontano o, se colpiscono l’io narrante di questa collegiale -“une jeune fille triste” rinchiusa per un lungo frammento di adolescenza in un collegio femminile a Teufen, nel cantone svizzero dell’Appenzel- vengono vissuti come una calamità naturale, come uno tra i fatti nell’ordine naturale delle cose. Un’atmosfera sospesa, sepolcrale pervade tutto il libro, dipingendo l’esistenza di queste giovanissime rinchiuse per scelta genitoriale come una sintesi di vita e di morte, di idillio e decadenza, una “pace murata” nella cornice semi-voluttuaria dell’ordine e dell’obbedienza. Sono una composizione di fiori finti, queste vetuste bambine, e Frédérique si staglia come la sintesi e l’essenza di tutta la rappresentazione, distante, rapita dal mistero della morte e della perfezione. La protagonista ne rimane indissolubilmente attratta per tutta la vita, e ne seguirà le orme fino all’inevitabile epilogo.

Un libro di 103 pagine che Brodskij lesse in quattro ore, ma a noi poveri mortali è sicuramente concesso di metterci di più. Anche perché si rimane incatenati al sortilegio mortale e seducente delle parole di Jaeggy, il flusso continuo dell’esperienza è impossibile, delle pause di contemplazione in un’estasi d’ombra si ingiungono come necessarie. E quella violenza che percorre la narrazione ribollendo sotterranea e che non cessa di pulsare a tratti, sul fondale apparentemente calmo negli occhi di Frédérique, idolo assorbente di tutta la verità non detta, che finisce con l’irradiarsi nella catarsi distruttiva delle fiamme. Un libro in cui dal punto di vista formale l’estetica della perfezione, sempre così esigente nel distruggere la necessità creatrice di un artista, trova il suo compimento in un’eliminazione del superfluo che non è un volgare minimalismo scabro, ma accoglie la ricchezza dell’ornamento ingiungendole una calibrata obbedienza. Sofferenza, disprezzo e rancore impregnano vicende narrate e cifra stilistica, così come il cinico disincanto, l’ossessione per i corpi delle persone. Ogni parola sembra asciugata come il sangue fatto sgocciolare con mano ferma dopo la rapida esecuzione di un omicidio, che è presente in tutto il libro proprio perché appena trattenuto. I dettagli che ci vengono forniti distanziano e congelano cose e persone, isolando la perfezione come un concetto astratto dalla vita -con le sue pulsioni, i suoi colori, le sue passioni-, e avvicinandola così al regno dell’oltretomba e della psicosi. Estetica mortuaria. Non adatto a tutti.

Giulia Casini, 3/05/21

Fleur Jaeggy, I beati anni del castigo, Fabula, Adelphi, 1989

Just kids – Patti Smith #PattiSmith #JustKids #Mapplethorpe #rock

Just kids – Patti Smith

Traduttore: A. Mari
Editore: Feltrinelli
Collana: Varia

*Un romanzo basato su una persona realmente esistita

“Era ciò che desiderava che scrivessi e ho mantenuto la mia promessa. Siamo stati come Hansel e Gretel, ci siamo avventurati nel bosco tenebroso del mondo. Abbiamo incontrato demoni, tentazioni e streghe di cui non avevamo mai neppure fantasticato, e una magnificenza che avevamo immaginato solamente in parte. Nessuno avrebbe potuto parlare per quei due giovani, né raccontare la verità sui giorni e le  notti che trascorsero insieme. Solo Robert e io avremmo potuto raccontarla. La nostra storia, così la chiamava lui. E andandosene, ha lasciato a me il compito di raccontarla a voi”.

Il libro più acclamato dai lettori rockettari che mi circondano, l’esordio di Patti Smith come narratrice biografica e autobiografica: tanta aspettativa e ora mi ritrovo a chiedermi che cosa posso dire a riguardo. Anche Patti, come noi in questo blog, svolse a suo tempo il compito di recensire dischi, spettacoli, libri che vendeva da Scribner, e a questo proposito scrisse: “non mi interessava criticare, bensì segnalare alla gente artisti che avrebbero potuto passare inosservati”. Nel suo caso difficilmente sarebbe potuta passare inosservata, eppure ho girato intorno a questo muro di Just kids per tanto tempo.
C’è una forte carica emotiva che pervade l’inizio della narrazione: ci si trova catapultati nel mondo di Patti Smith con tutto il potenziale ancora non dischiuso, puro divenire che fluisce veloce fra le pagine. Poi l’incontro con Robert Mapplethorpe e l’inizio di un sodalizio come amanti, come amici e come famiglia ed è qui che l’opera diventa interessante perchè la scrittrice sposta lo sguardo da sè verso l’oggetto del desiderio e misteriosamente più la trama si infittisce riguardo a Robert e più Patti rivela un nuovo lato di sè: più matura, più completa nel cogliere prospetticamente il significato di eventi che l’hanno portata a essere l’artista che poi è diventata. Sembra quasi che nell’arduo confronto dell’affermarsi della personalità di Robert, l’autrice abbia trovato la propria strada per esprimere se stessa e quello che con tanta fatica aveva dentro di sè.

Tutto il romanzo può essere considerato un’affascinante elegia a Robert Mapplethorpe o anche al significato del profondo rapporto che li ha uniti negli anni. E forse il suggello di quei momenti è la foto di copertina di Horses, scattata da Robert: “Ancora oggi, quando la guardo, non vedo me stessa. Vedo noi”.  Non è un vero panegirico, è più come una lunga poesia, che si allarga in molte direzioni dicendo molto meno di quello che vorrebbe significare, lasciando, volutamente o meno, sottintese allusioni che forse non sono riuscito a cogliere: Just kids per me è un commiato carnale, maturo, puro e lirico da Robert Mapplethorpe, da cui l’autrice si distacca con difficoltà, perchè da vera poetessa sa che è solo per un difetto della nostra natura che crediamo negli addii, citando Mallarmé: “I poeti non finiscono mai le poesie, le abbandonano soltanto”.

E mentre io giravo il mondo in tour ebbi tempo di meditare sul fatto che noi due non avevamo mai viaggiato insime. Non avevamo mai visto nulla al di fuori di New York, se non grazie ai libri, e non ci eravamo mai seduti in aeroplano stringendoci la mano a vicenda, per poter salire in un cielo nuovo e ridiscendere su una nuova terra.
Eppure insieme avevamo esplorato le frontiere della nostra arte, e avevamo saputo creare uno spazio per ciascuno di noi. Mentre calcavo i palchi del mondo senza di lui, chiudevo gli occhi e lo immaginavo togliersi la giacca di pelle, ed entrare con me nella sconfinata terra dei mille balli, the land of a thousand dances
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Stefano Lillium