The Bazaar of bad dreams – Stephen King #StephenKing #Bazaar

Recensione spoiler free.

bazaar

The Bazaar of bad dreams (il Bazaar dei brutti sogni) è l’ultimo Stephen King uscito in Italia, il penultimo in America. Si tratta di  una raccolta di racconti, tutti scritti negli ultimi anni, il più vecchio è del 2009, alcuni già pubblicati su riviste americane o per Amazon Kindle single.

Sono storie scritte in periodi diversi su argomenti diversi, anche se c’è un tema ricorrente, ed è la morte: certo è un argomento che è sempre stato presente ovunque nella bibliografia di King, ma ho avuto la netta sensazione che avvicinandosi ai 70 il Re contempli più di prima l’argomento specifico della morte di gente anziana, e dell’aldilà. Ci sono storie di chi sta per morire in una casa di riposo, di chi ci arriva con l’Alzheimer, di chi è morto e si avventura nell’altro mondo.

Sicuramente non la definirei una raccolta horror, se non avete letto molto di King e volete qualche racconto classico suo consiglio tutto quello che ha pubblicato prima, in ordine cronologico. In questo libro ci sono giusto tre o quattro storie paranormali, anche se è vero che la paura reale, come ogni Fedele Lettore sa, non è nel mostro, ma nelle parole che lo descrivono. E il Re quando ha ancora voglia, spaventa. Qui tutto sommato non ne ha tanta voglia, quasi mai, ecco.

Io avevo già letto due delle novelle più lunghe presenti qui, Mile81 e Ur, che trovo  molto molto buone. In realtà il libro ha una decina di storie di buon livello, ahimè solo un paio di eccezionali, due o tre bruttarelle, una noiosa, ma nel complesso poca roba brutta. Però neanche tanta roba eccezionale, quindi che dire, buon livello è bene e mi fa piacere, ma se devo paragonare questo all’ultima raccolta Notte buia niente stelle (parlando dell’ultima produzione di King) non ci siamo tanto, anzi per niente. Siamo sul tre stelle e mezzo, ma è King, se vuole viaggia sul filo delle cinque stelle, quindi insomma, il mio giudizio è un po’ un MEH però anche un VABBE’.

Ci sono anche due racconti in forma di poema, non sapevo bene cosa pensarne prima di leggerli, perchè la poesia -per me, almeno- teoricamente non scorre come la prosa, nel raccontare una storia complessa, anche se sì, ho letto e amato Coleridge e lo trovo l’eccezione che conferma la regola. Però il Re avvisa il Constant Reader, dice che ha semplicemente scritto una storia, come qualsiasi altra, e l’ha fatto perchè se ne goda, non per dissezionarla, e quindi ho letto i due poemi cercando di non avere pregiudizi. Rimango dell’idea che The Bone Church, scritta in prosa, sarebbe stato un racconto eccellente; così com’è, mi è piaciuto abbastanza e nulla più.

Tutto sommato la cosa che davvero mi è piaciuta di questo libro sono le piccole introduzioni che King scrive di suo pugno all’inizio di ogni racconto.

Quindi, finito e archiviato anche il Bazaar, lo metto sullo scaffale alto di King, grata, riconoscente, ma un po’ peccato.

Lorenza Inquisition

 

 

 

Stephen King – Stagioni diverse #StephenKing

stagionidiverse

 

Non avevo mai letto niente di Stephen King, avevo fatto qualche pallido tentativo con IT, e poi con l’Acchiappasogni, e poi con L’ombra dello scorpione, ma nada non riuscivo ad andare mai oltre pagina 100, troppo noioso ( Lorenza Inquisizia Maggi non mi uccidere!).
Comunque stavo per cedere e lasciare King come ultimo autore da sforzarmi di leggere per finire la challenge, ma qualcuno ( non faccio nomi) mi ha convinto a provare Stagioni Diverse. E devo dire che se ero pieno di pregiudizio per la Primavera della speranza ( aka Le ali della libertà) e l’autunno dell’innocenza ( aka Stand by me) perché ne avevo già visto la realizzazione cinematografica, mi sono trovato molto sorpreso dall’ Estate della corruzione e da Una storia d’inverno: inaspettate le trame e i personaggi, davvero inaspettati, niente di prevedibile e esiti narrativi agli antipodi degli usuali lieti fine ( è ovvio,
Stiamo parlando di King) o dei kafkiani kitch-end, anche se devo dire che a King sembra piaccia molto Franz Kafka.
Colpi di genio sparsi qua e là per ricordarti chi è il re. Il re è un tipetto paziente che ti fa fare un viaggio coi suoi ritmi, ma che non ti lascia scendere dal suo treno finché non lo dice lui. Ben scritto e ben costruito l’ordine dei racconti, con rimandi qua e là che sembrano fatti apposta per andare alla novella successiva, anche se non sono per niente legate fra loro.
Per chi non le ha mai lette: l’estate della corruzione parla di un ragazzino che scopre di avere come quasi vicino di casa un nazista sotto mentite spoglie, ma invece di denunciarlo comincia una strana relazione sadica, che si nutre di tutte quelle descrizioni e di quegli imperativi che di sicuro ricorderanno a chi si è dovuto leggere tutte le opere del marchese De Sade, lo stesso ritmo narrativo e lo stesso stile more geometrico dimostrato. Davvero un camaleonte King.
E in Una storia d’inverno è Edgar Allan Poe che emerge dai rumori delle stanze del club, dal maggiordomo che dimostra la sua eloquenza tacendo, a forza di sguardi e dalle storie che vengono narrate a turno attorno al fuoco il giovedì prima di Natale.
Il re è un tipetto paziente e non sai mai quale asso nella manica sta per mostrare.

Stefano L.