Il magico potere del riordino – Marie Kondo

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Poiché il nippo annoi ce intriga (ma le balene, nun se scordamo le balene! e il poro pesce nudo e crudo, così come la mamma l’ha fatto!) – vabbè dai chi è senza contraddizioni scagli la prima pietrona – ecco che ti casco, complice la bella amica ammé che ci piace assai assai il giappo, sul magico potere del riordino. Che uno dice, daje, me ce metto de buzzo buono e in men che non si dica, metto a posto la qualunque. Seh…ingenui creduloni che non siete altro. Il riordino è una scienza esatta e ci si deve credere e dedicare parecchiamente. Ma tranzolli, c’è la Marie che c’insegna per benino come fare. Innanzitutto frullare via. Sacconi neri su sacconi neri non senza aver prima ringraziato vestiti, libri, soprammobili, scarpe, monetine, sciué sciué, per il lavoro che hanno fatto per noi. Ma prima ancora di buttare, toccare l’oggetto e sentire se ci comunica qualche sentimento, si ce fa sbrilluccicare l’occhi, se implora pietà o s’arende senza combattere. Dopodichè si procede a riordinare. C’è un metodo, mica cippette. Non ve lo svelo sennò è un cavolo e tutt’uno, però esso esiste eccome.
Ora, io essere razionale e perciò poco incline alle robbe maggiche feng shui, i chakra, la posizione dell’elefante, il saluto al sole, l’amore tantrico, tutto belbello ma io troppo rozza per imboccare sta china di spiritualità e la tisana al finocchio/zenzero/malva/melissa damojela ar sorcio che io me magno la matriciana e vabbè ecco, una donna tera tera, sono alla fin fine. Però qualche trucchetto della Marie lo proverò, buttare ho buttato alla grandissima, iersera tornata a casa l’ho salutata (tuttapposto qui, che se dice?) e riponendo le scarpe le ho ringraziate per il lavoro svolto durante il giorno (manco tanto daje, si eravate di Abebe ve diceva peggio, io penso). Toy story, spicciame casa!

Lazzìa

“Sullo sfondo c’è un problema culturale. Io non sono giapponese e il mio carattere non è adatto ad apprezzare quella società, le sue norme e i suoi schemi sociali. Prendetelo come un dato di fatto. In questo rientra il fastidio che provo nel leggere consigli come quello di “parlare” con i propri oggetti e la casa (“buongiorno casa, sono tornato”, “grazie scarpe per il buon lavoro di ieri”, “grazie maglione per avermi scaldato”). Sono refrattario a questa roba, mi fa venire voglia di tirare il libro contro un muro. Naturalmente ci saranno persone che invece apprezzeranno. Queste però sono le MIE impressioni di lettura, e questo è quello che provo”.

 

Le 100 Anne Frank – I diari mai scritti – Roberto Malini

“Le 100 Anne Frank – I diari mai scritti” di Roberto Malini è un libro che va letto con coraggio, spogliandosi dalle certezze, scegliendo di non cedere al richiamo di ciò che ci rassicura. Questo libro, per certi versi intollerabile nella sua asettica verità, non andrebbe mai realmente riposto. Io non lo farò.

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Non vi fu una sola Anne Frank. Nella più vasta operazione di sterminio che la storia contemporanea abbia mai visto, l’autrice del Diario è il nome più noto, la prima vittima che ci sia stato dato di conoscere. Ma non fu certo la sola. Con rigore e passione documentale, Roberto Malini ci fa scoprire i diari non scritti di cento donne e bambine sterminate nella Shoah, volti e voci di cui spesso non resta che un nome, il luogo in cui furono trucidate.

Questo libro è un’opera che conduce i lettori (specialisti e non) in un itinerario attraverso l’Europa della Shoah, sulle tracce di 100 donne di nome Anne Frank. L’autore ha scoperto le 100 vittime della follia nazista nell’archivio del museo memoriale Yad Vashem di Gerusalemme. “Donne che vivevano fianco a fianco con i non ebrei. Studiavano, crescevano, lavoravano, amavano,” spiega Malini. “Scoprire che non ci fu una sola Anne Frank, ma 100, anzi: 200 (è la terribile rivelazione che si trova in appendice al mio saggio) è stato un evento sconvolgente, anche per uno studioso della Shoah, abituato a fare i conti con numeri altissimi: sei milioni di vittime, significa imbattersi in tanti nomi ripetuti. Un popolo quasi annientato in pochi anni: questo, non bisogna scordarlo, fu l’Olocausto”.
Secondo il paese di origine, «Anne» diventa Chana, Hannah, Ani, Anna, Anita. Hanno vissuto nelle città, nei villaggi dell’Est europeo, nelle campagne prese di mira dalla furia nazista. Sono bambine, adolescenti, giovani, anziane, casalinghe, studentesse, operaie, contadine. E hanno conosciuto tutto l’orrore del male: la brutalità dei gendarmi, l’umiliazione della deportazione, la miseria dei ghetti e dei campi di concentramento, l’angoscia dell’attesa della fine.

Il racconto delle loro storie riscatta quelle esistenze dall’oblio.