Friedrich Durrenmatt – La promessa

durrenmatt

“Non c’è niente di più crudele di un genio che inciampa in qualcosa di idiota”.
E credo ci siano pochi libri più crudeli di questo.
Fin dall’inizio, anzi, fin dal sottotitolo ci annuncia che quella che andremo a leggere non sarà propriamente un romanzo giallo, anzi.
Il libro si apre con la fine di una conferenza. Si intende che il conferenziere è lo stesso scrittore, che al termine del suo discorso si reca ad un appuntamento con l’ex comandante della polizia di Zurigo. Insieme partono in macchina fermandosi in uno squallido distributore di benzina a fare il pieno e a mangiare. Un benzinaio instupidito con lo sguardo fisso verso qualcosa che non arriverà mai, con il quale l’ex comandante scambia qualche parole, una ragazza che serve agli squallidi tavoli e una più vecchia al banco. L’ex poliziotto le saluta come se le conoscesse. Poi si rimettono in macchina e quest’ultimo inizia a raccontare.
La storia è quella di un omicidio crudele e odioso avvenuto anni prima. Il commissario Matthai, il vice del comandante che racconta, era uno dei suoi più brillanti sottoposti, e stava per essere trasferito in Giordania, per un importante incarico internazionale. L’ultimo giorno di servizio si trova però coinvolto nelle indagini sull’omicidio di una bambina, trovate nei boschi di un villaggio di montagna.
E’ lui che va a dare la notizia ai genitori, è lui che promette che troverà l’assassino.
Non è un romanzo giallo, e ci viene detto fin dall’inizio da chi racconta. “Nei vostri romanzi il caso non ha nessuna parte, e se qualcosa ha l’aspetto del caso, ecco che subito dopo diventa destino e concatenazione…”.
Non è un romanzo giallo, ma l’aspetto geniale è che è scritto in modo da coinvolgerti come se lo fosse, e nonostante quelle righe che hai letto poco prima, ti ritrovi a fianco al commissario Matthai nelle sue indagini assurde e folli, eppure sostenute da una logica ferrea e da intuizioni che riescono a convincere tutti, anche il lettore.
Però è il requiem del romanzo giallo, lo dice il titolo, e alla fine rimaniamo anche noi con lo sguardo fisso, un po’ instupiditi, come il benzinaio che abbiamo conosciuto nelle prima pagine, in attesa di un qualche destino, o concatenazione, che ci salvi dalla casualità in cui siamo nostro malgrado immersi.

luca bacchetti

Sandrone Dazieri – Uccidi il padre

E aggiungiamo anche Sandrone Dazieri all’elenco degli scrittori di gialli di cui leggere leggere leggere.

Dazieri

Mi è piaciuto assai Uccidi il padre, ma proprio tanto, letto in due serate abbastanza in apnea. Ho solo rallentato in un punto che mi ha un po’ lasciato ad arrancare, come al solito non voglio fare spoiler ma verso i tre quarti secondo me un po’ lo spiegone sul comBlotto tira fuori dalla storia, o delude, o comunque a me non è piaciuto tanto, ecco. Ma son dettagli, il resto è che è proprio buono: dialoghi, storia, personaggi.

C’ha proprio quel respiro ampio, che viaggia, si apre, vola oltre, cosa che non sempre, anzi diciamo pure proprio quasi mai, trovi in giallisti italiani, dove le storie sono sempre così… ecco…italiane. Ma va? ma dai. E lo so. Ma spesso leggendo la produzione nostrana trovi quel solito tipo di commissario con le sue due tre manie con contorno di macchiette dei suoi aiutanti, e l’ambientazione nella cittadina simpamica, e la storia coi protagonisti che vivono nel paesello accanto tanto carrino, e le comari e il baretto coi vecchietti che giocano a scopone, e l’avvocato intrallazzone e la panettiera/maestra/postina tettona bellezza mediterranea, personaggi interscambiabili, che potresti trovare in qualsiasi altro libro giallo italiano, ma solo italiano. Non sono storie che potrebbero uscire vincenti dai nostri confini, non c’è profondità, non c’è realtà, non sono vivi, ergo, come dicevo, non c’è respiro.

Mi piacciono anche, molti di questi libri, e li leggo volentieri, per carità, li bevi un po’ tipo tè Lipton, ce l’hai sempre in casa, non è che puoi sempre metterti a fare la cerimonia del tè giapponese.

Poi una volta ogni poco arriva un libro così  e partono fragorosi Hallelujah di Haendel e capisci che un libro così non ha niente da invidiare a un thriller ammericano o ADDIRITTURA nordico, e allora che ve lo dico a fare, dirigiamoci tutti come un sol uomo verso la libreria e lo si acquisti, perdinci!

E’ bello, scritto bene, il ritmo corre corre corre ma ci sono anche momenti introspettivi mai lagnosi, i dialoghi molto buoni, la trama è ricca e ben orchestrata, ben stesa senza sbavature come il montaggio in un film d’azione della Bigelow, e i due protagonisti così duri ma col cuore di panna tipo Magnum (il gelato, non il detective coi baffi da porno anni ’70) che non potrete non amarli. Forse un pelo allungato nell’ultima parte con la trama che ondeggia ma non affonda, almeno, non per me.

Proprio un bel thriller, 3stelle emmezzo su 5, e pedalare.

Lorenza Inquisition