Fuga dal campo 14 – Blaine Harden #Recensione

Leggere il mondo: Corea del Nord

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Nel 2012 il giornalista americano Blaine Harden pubblica questo libro, in cui racconta la storia di Shin Dong-hyuk, un giovanotto ai tempi non ancora trentenne, che è attualmente l’unico profugo riuscito a fuggire da un campo di concentramento di massima sicurezza della Corea del Nord. Il libro, tradotto in 28 Paesi (tra cui l’Italia in cui è stato pubblicato grazie alla casa editrice «Codice Edizioni») espose una realtà incredibile per il mondo: in Corea del Nord esistono campi di concentramento, ancora oggi; ed esistono da un periodo di tempo doppio rispetto ai gulag e dodici volte superiore rispetto ai campi di concentramento nazisti. Sulla loro collocazione geografica non ci sono dubbi: le immagini satellitari ad alta risoluzione, disponibili su Google Earth a chiunque abbia accesso a internet, mostrano ampi perimetri recintati disseminati lungo le impervie montagne del Paese. Secondo i gruppi per i diritti umani e i servizi segreti sudcoreani i campi sarebbero sei; di questi, due solamente prevedono aree di “rieducazione”, tutti gli altri sono campi a regime duro, concepiti per sfruttare fino alla morte la manodopera dei prigionieri considerati irrecuperabili. Il che significa che nessuno di quelli che vive nel lager ne uscirà mai. La maggior parte dei prigionieri non arriva a compiere i 45 anni di età.

In questi campi, di cui la Corea del Nord ha sempre negato l’esistenza, secondo il governo sudcoreano sono rinchiuse 150 mila persone; ma la cifra sale a 200 mila per il Dipartimento di Stato americano. Chi è rinchiuso spesso non ha commesso nessun reato, la fetta più grande della popolazione carceraria è composta dai figli o dai nipoti di detenuti: perché in Corea del Nord – unico Paese al mondo – è legale incriminare i cittadini in base ai legami di sangue e di parentela, una legge che prevede la «Punizione per tre generazioni», istituita nel 1972 dal Grande leader e Presidente Eterno Kim Il Sung, speculare alle tre generazioni dei tre governanti che si sono tramandati la carica. Perciò vengono incarcerate intere famiglie, comprese di zii, nipoti, cugini; e i loro figli, e i figli dei loro figli, nati nei campi di concentramento stessi, perchè vengono a volte concessi rapporti sessuali a qualche prigioniero meritorio, ma se nascono bambini da tali rapporti, o vengono uccisi subito, o rimangono incarcerati, in quanto figli di persone non libere. La maggior parte dei prigionieri viene comunque internata senza alcun processo, e molti muoiono senza conoscere le accuse rivolte loro dal governo.

Non sempre gli Stati repressivi riescono a sigillare  in maniera davvero efficace i loro confini: esistono reportage della Serbia di Milosevic, o del Congo di Mobutu, dove giornalisti coraggiosi riuscirono a infiltrarsi e a documentare. Ma la Corea del Nord è sempre stata molto rigorosa nei controlli, raramente concede visti per i giornalisti stranieri, che comunque non possono mai girare liberamente. Tra le bombe nucleari, gli attacchi alla Corea del Sud accusata di essere succube del padrone americano e una nota indole bellicosa, la Corea del Nord ha creato uno stato di allerta semipermanente per tutti i governi delle diplomazie internazionali, e le rare volte in cui accetta un incontro, viene sempre richiesto di togliere dai colloqui al tavolo il tema dei diritti umani. La gestione della crisi, che coinvolge in genere Corea del Sud, America e Cina come mediatore, è sempre incentrata sul controllare la gestione di missili e armi nucleari. La questione dei campi di concentramento non trova mai spazio. E nel resto del mondo, d’altronde, persiste un’ignoranza diffusa su questo argomento, nè si trovano attivisti, giornalisti o scrittori che dedicano più di qualche riga di blog o giornale a questa causa. Questo libro costituisce un apripista fondamentale nella storia di questa eclatante violazione dei diritti umani, e la stessa vita di Shin oggi è fatta di viaggi e conferenze fatti per testimoniare l’orrore di questa inenarrabile sequenza di violazioni. Come quella dei pochi sopravvissuti ancora viventi dei campi di concentramento nazisti, che instancabili, ancora oggi, con voci fioche e gambe instabili, vanno in giro a raccontare, perché la gente deve sapere cosa è successo, perché non accada più. Invece, accade ancora, a meno di una giornata di volo da Roma.

E’ doveroso segnalare un intoppo. Nel 2015, Shin chiese un incontro formale con il reporter, dove spiegò in presenza di testimoni che parti della sua precedente narrazione, ormai pubblicate nel libro, erano falsi. In particolare, ha mentito sul proprio ruolo di spia, che ha portato alla fucilazione della madre e del fratello, e sul fatto di aver sempre vissuto in un campo di massima sicurezza; inoltre, non sarebbe evaso dal Campo 14, il più terribile e il più inaccessibile – e viceversa, il più impenetrabile dall’esterno – dei campi di detenzione e di lavoro, ma da uno dei lager dove vige un regime meno costrittivo. Mr. Harden ammette che è stato, ed è tuttora, impossibile una verifica per quanto riguarda un reportage sulla Corea del Nord, le fonti primarie essendo dei rifugiati, i cui fini e credibilità non sono sempre senza macchia. Si parla inoltre di individui che vengono da anni di internamento e di torture, in condizioni di estrema paranoia. L’ammissione da parte di Shin di aver mentito su alcune parti del suo racconto ha d’altronde  scatenato violenti attacchi di risposta da parte della Corea del Nord, che accusa ovviamente tutta l’operazione editoriale come un falso vergognoso.

E’ necessario quindi leggere questo libro sapendo che non è una biografia accurata, e che riporta fatti non completamente veri; ma anche sapendo che alcune parti sono state sconfessate, non si può rimanere indifferenti a questa lettura. Anche perchè le storie di Shin sono state nel tempo confermate da altri coreani del Nord passati per i campi e riusciti a fuggire, da ex militari che disertano appena possibile, da organizzazioni umanitarie, da osservatori stranieri che hanno passato brevi periodi nel Paese, da ex politici, insomma da centinaia di voci di persone che denunciano in modo irremovibile la follia criminale della dittatura dei tre Kim, l’Eterno Presidente Kim II- Sung, passando dal figlio Kim jong- Il Caro Presidente, e poi al figlio Kim jong attualmente al comando.

Nelle storie dei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti si può individuare uno stesso arco narrativo: la polizia politica strappa i protagonisti alle proprie vite, all’amore della propria famiglia e dei propri cari. Per sopravvivere nelle nuove condizioni, essi abbandonano ogni principio morale, reprimono la pietà nei confronti del prossimo e la propria natura di esseri umani con coscienza e moralità, per diventare animali, tesi soltanto alla sopravvivenza nelle più orribili condizioni. E la parte più dura del ricordo, per chi è tornato, è spesso l’abisso di brutalità in cui si è scesi, l’inumana follia che si è abbracciata in cambio della mera sopravvivenza.

Se ci sono casi di prigionieri internati con parenti stretti, però, ecco che scatta l’istinto tribale di far sopravvivere i propri cari, specialmente i bambini: madri che si strappano di bocca il cibo, che si privano di vestiti e coperte, che si concedono ai carcerieri in cambio di qualche privilegio per i figli. Questo processo è del tutto sconosciuto nei campi di concentramento coreani. I bambini nati in questi lager non hanno mai conosciuto il concetto di famiglia, avendo sempre vissuto in prigionia. I loro stessi genitori sono persone, spesso estranee tra loro, cui è stato concesso di avere rapporti sessuali come premio, e nessuno di loro arriva mai a uno stato emotivo superiore a quello di animale che vuole mangiare e stare al caldo. Tra Shin e la madre, o tra Shin e il padre, non ci sono rapporti di vicinanza, nemmeno di intimità o comunione: ognuno di loro nasconde per la sera la propria razione di cibo all’altro sapendo che se non farà così gli verrà rubata senza rimorso. Sono rivali nella mera sopravvivenza, mai amici, o complici.

Nei campi di concentramento la vita è segnata dal tradimento reciproco e dal bisogno imposto di espiare i propri peccati contro il proprio Paese. Tutti i bambini nati nel campo vengono allevati con la chiara nozione che, essendo figli di prigionieri, loro stessi ne portano i peccati e il sangue impuro e che l’unico modo per sperare di migliorare è obbedire sempre alle violentissime guardie del campo (da considerare maestri), alle quali non si può mai disobbedire, pena la morte immediata o la tortura. Shin accetta questa vita come l’unica possibile; non si chiede cosa ci sia fuori dal campo; non sente il desiderio di fuggire ed è sinceramente convinto del proprio stato di essere inferiore e dei doveri ai quali deve sottostare, al punto che nel campo tradisce la sua stessa madre e il fratello quando lo avvisano di un tentativo programmato di fuga, senza sentire alcun rimorso al riguardo. Questa è la parte della sua storia che ha sentito di dover omettere, vergognoso di ammettere che era stato più fedele alle guardie che alla propria famiglia, sicuro che nessuno che non avesse vissuto dentro quelle dinamiche avrebbe potuto capire.

Questo libro scorre su due binari di narrazione: il racconto autobiografico, orribile al di là di ogni possibile descrizione, della vita di Shin nel lager, da quando era bambino a quando riesce a fuggire; e le considerazioni e riflessioni del giornalista Harden sulla storia e la politica della Corea del Nord dal passato a oggi. Non trovo sia strutturato benissimo, e nemmeno la scrittura è particolarmente evocativa o empatica. Ma, ovviamente, non è un libro che si legge per il suo valore letterario.

Le associazioni internazionali e la sezione dell’Onu che si occupa di violazioni dei diritti umani lavorano per incriminare il leader Kim Jong-un e i suoi ufficiali per crimini contro l’umanità. E’ una lotta difficile, e pare, per ora, vana. Al di là del fatto che nessuno degli incriminati esce mai dalla Corea del Nord, uno dei timori degli attivisti è che se anche riuscissero a portarli su un banco degli imputati, potrebbe partire un ordine interno in Corea di distruggere tutti i campi e i loro prigionieri per evitare di far rinvenire prove.

Anche solo scrivere queste parole mi causa incredulità; mi scorrono davanti agli occhi le immagini dei campi di Auschwitz e Dachau e del regime di Pol-Pot, di tutti i libri che abbiamo letto sulla memoria, di tutti i film che abbiamo visto che incitano a ricordare; il pensiero che tutto questo orrore non si sia mai fermato in Corea mi è semplicemente inaccettabile, di testa. Eppure, eppure. Eppure siamo qui, e un libro del genere suscita le solite, straniate domande: perchè? e soprattutto, come fermarlo? Non lo so, non ho risposte, e direi che neanche la Storia ne ha. Però fingere di non vedere è ancora peggio, credo. Come diceva Burke, L’unica cosa che serve a far trionfare il male, è che gli uomini virtuosi non facciano niente.

Lorenza Inquisition

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Helter Skelter – Vincent Bugliosi / Curt Gentry #HelterSkelter

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Il secondo libro più venduto della storia editoriale nella categoria true crime è In Cold blood, di Truman Capote. Il primo, campione di incassi assoluto di tutti i tempi, è Helter Skelter, il resoconto degli efferati omicidi di Sharon Tate e di altre sei persone (sette, contando il bambino di otto mesi che portava in grembo l’attrice) da parte della Manson Family nel 1969. Vincent Bugliosi, co-autore, servì nel processo come Pubblico Ministero, e questo libro è il resoconto dettagliato e preciso di tutta questa violenta, assurda, tragica vicenda. Quindi si raccontano prima i delitti, le investigazioni e la raccolta delle prove, poi i conseguenti arresti, la deposizione dei testimoni, tutto il processo e relative condanne. Avevo comprato questo libro da qualche tempo, aspettavo ad approcciarlo per via della mole, e anche perchè con testi così pesanti per tematiche e argomentazioni se la scrittura non è coinvolgente il processo di lettura può diventare un’ordalia. Però ero decisa a leggerlo per una serie di motivi, innanzitutto per il coinvolgimento ideologico dei Beatles, un gruppo che io amo tantissimo; conoscevo solo vagamente la motivazione del messaggio Helter Skelter, scelto da Manson per veicolare il suo Manifesto, ed ero curiosa di capire la vera storia di questa sua ossessione per il White Album. Poi c’è la fascinazione verso un certo periodo storico, gli anni ’60 del Flower Power; e l’interesse psicologico per lo studio di come un guru riesca a manipolare la mente di decine di persone, annullandone personalità e valori morali, tanto da avere a disposizione degli schiavi obbendienti disposti a tutto, anche a commettere i delitti più efferati, pur di obbedire alle direttive. Provavo anche un certo interesse legale per le varie vicende istruttorie, per arrivare a capire come l’accusa riesca a costruire un valido caso processuale partendo da poche prove indiziarie. E da ultimo, o forse per prima, lo confesso, c’era una umana fascinazione nera, forse proprio curiosità pruriginosa, che spinge ancora nel 2016 a leggere di una serie di delitti di 47 anni fa, al cui solo accenno affiorano alla mente immagini di scritte col sangue sui muri e possessioni demoniache. Devo però anche sottolineare che gli omicidi Tate-LaBianca non furono opera di serial killer, eclatanti orrori di condizioni psicopatologiche. Questo libro parla di delitti dove la violenza voleva veicolare un preciso messaggio politico, rivoluzionario e sociale, che è poi il motivo per cui il culto di Manson ha avuto (e ha tuttora) una serie mai stanca di ammiratori che respingono il sistema sociale costituito. Non è che sia meglio, come motivazione, rispetto all’insanità mentale; è che però c’è molto più da dire e da discutere, su un tale sfogo per una causa -pur se malata e di intento deviato- idealistica.

Citando A sangue freddo all’inizio, va subito detto che letterariamente i due libri, pur essendo dello stesso genere, non sono paragonabili: la scrittura di Capote è inarrivabile, l’empatia per vittime e colpevoli posizionata su vette irraggiungibili. Tuttavia non per questo Helter Skelter è un romanzo meno valido, o meno vero, anzi: io l’ho trovato molto coinvolgente, e non solo perchè parla di quello che è forse l’evento più famoso di cronaca nera degli Stati Uniti. Penso che sia uno dei libri più interessanti che io abbia mai letto, perchè pur non essendo scritto da autori di razza, è onesto e, trovo, molto vero. Bugliosi e il suo team non erano interessati a diventare amici di Manson e dei suoi seguaci; ma volevano conoscerli, capire a fondo le ragioni che avevano spinto un gruppo di giovanissimi, quasi tutti dai venti ai venticinque anni di età, a uccidere con ferocia dei perfetti estranei. Capire era vitale e necessario, innanzitutto per servire la giustizia, perchè queste ragioni dovevano poi essere rese note alla giuria. E anche perchè nessuno se non l’Accusa difendeva in quel momento le vittime trucidate, e come giustamente osserva Bugliosi, sono morte delle persone innocenti, assassinate nella propria casa con violenza inaudita, solo per un caso. Questo caso, almeno, doveva servire a prevenire l’uccisione di altri innocenti; e perchè questo si realizzasse diventò per un lunghissimo anno processuale la sola ragione di vita e pensiero di tutta la squadra della pubblica accusa: sette giorni su sette, per più di dodici ore al giorno, senza riposo o interruzioni. Perchè anche quando Bugliosi e i suoi furono più che sicuri della validità delle loro ipotesi di accusa, le reali motivazioni di Manson, il famoso motivo dell’Helter Skelter appunto, erano talmente assurde e improponibili a un pubblico di gente comune che tutti loro dovettero lavorare incessantemente per assicurarsi di avere prove a sufficienza per ottenere delle condanne, e non lasciare impuniti dei crimini così efferati. E quando ti impegni per così tanto tempo con così grande furore su un caso, è impossibile che questo non trapeli poi nel tuo racconto: per questo è un libro per me molto vero e appassionante.

Helter Skelter è un’opera ricca di contenuti, che contiene un triste, squallido racconto dell’anima nera dell’uomo. E’ anche la storia della fine di un’epoca, gli anni hippie degli ideali di pace e amore; Charles Manson e suoi seguaci, pur essendo capelloni, nullafacenti e nullatenenti, non si consideravano hippie, e mostravano anzi per la categoria un certo disprezzo. Ma dopo i loro efferati delitti nell’estate del ’69, che ebbero un richiamo mediatico enorme, è lecito dire che un’intera nazione cambiò atteggiamento, diventando impaurita e diffidente. Un ragazzo hippie intervistato in quel periodo affermò di odiare la Manson Family per quello che aveva fatto alla fiducia nel prossimo: tutti sbarravano porte e finestre, nessuno dava più passaggi in automobile, nessuno permetteva più a dei ragazzi con ghirlande di fiori nei capelli che giravano gli Stati Uniti a piedi di dormire nel proprio giardino o di entrare in cucina a mangiare qualcosa; la paranoia entrava in America, per non uscirne mai più. Ed è, questa, una grande verità.

E’ un libro che parla di quello che accade quando un gruppo di persone decide di consegnare il proprio libero arbitrio, la propria scala di valori e moralità, in breve, la propria mente e la propria anima, a un uomo solo al comando, quando arriva inevitabile quel momento fatidico in cui tornare indietro non è più possibile. E, come dimostra la storia di ogni despota acclamato nei secoli, qualsiasi strada decida di intraprendere il dittatore, alla fine trascina gli adepti con sè nella rovina.

E’, infine, la storia di un uomo lucidamente solo, un disadattato cronico che a soli sedici anni aveva vissuto in carcere per più di metà della propria vita, senza un padre e abbandonato più volte dalla madre, che costruì un culto della propria personalità anche in base al dono che aveva di irretire giovani e affascinarli con il proprio carisma. Un razzista che oscillava tra Scientology e un altro strambo culto scorporato chiamato The Process Church. Un uomo di indiscussa intelligenza che si pensava grande artista e non riuscì mai a sfondare come musicista, che cercava la gloria e la notorietà, ottenute infine nel peggior modo possibile, senza aver mai, nemmeno oggi, 47 anni dopo, provato a esprimere rammarico o pentimento per le proprie azioni.

Leggere la sua storia è stato comunque utile a sfatare questo suo mito di superuomo che ha fatto un patto demoniaco, di guru onnisciente dai supremi poteri mentali.  Lui e il suo gruppo  cavalcarono con entusiasmo e spietata leggerezza i lunghi mesi di dibattito nel tribunale, crogiolandosi sul banco degli imputati per l’attenzione che i media riservavano loro, coronamento del sogno malato di una vita all’inseguimento della fama. Spernacchiavano avvocati e giudice, irridevano e minacciavano apertamente i testimoni, inscenavano momenti di teatralità e irresponsabile gaiezza, mai mostrandosi pentiti o consapevoli della gravità delle loro azioni. Il satanismo fu solo l’ultima di una serie di criminali messe in scena, quando con l’approssimarsi della fine del processo e della sentenza (dove Bugliosi come accusa richiedeva la pena di morte) Manson decise di giocarsi anche la carta della possessione diabolica, nonchè della pazzia. Rimane indubbio che nel suo credo ci fossero elementi di fascinazione di certi culti satanici: ma tutte le testimonianze concordano nel dipingerlo come una persona che vedeva se stesso prima di tutto come incarnazione di Gesù Cristo.

Il processo cominciò quasi un anno dopo i delitti, a luglio del 1970, durò 22 settimane, più di duecento giorni di sequestro per la giuria che una volta scelta non potè più uscire dall’hotel selezionato per il soggiorno, se non per ricevere qualche rara visita -sorvegliata- di parenti stretti. Le testimonianze li portarono da descrizioni degli effetti dell’LSD a momenti di sesso e violenza inenarrabili, da Dennis Wilson dei Beach Boys al White Album dei Beatles, dall’identificazione dei seguaci in Manson come doppia incarnazione sia di Dio che di Satana alla fascinazione del guru per Adolf Hitler. Ma, nonostante tutto il loro dramma, le minacce, le ridicole messe in scena, i tentativi di spaventare giuria e testimoni con terribili previsioni di Apocalisse e ritorsioni varie, la fine del processo arrivò, portando un patetico abbozzo delle tre ragazze co-imputate con Manson di addossarsi completamente la colpa confessando gli assassini, per scagionare il guru da qualunque accusa. A questo si giunge, dopo che un criminale irresponsabile ha dato ordine ai propri seguaci di uccidere senza pietà sette persone innocenti, dopo che si è dichiarato Messia, grande inquisitore mentalista, supremo leader: a scaricare il barile perchè la sedia elettrica è improvvisa e reale.

Manson e i suoi seguaci responsabili dei delitti furono tutti condannati a morte, verdetto poi commutato in carcere a vita quando la California abolì la pena capitale (solo per qualche anno, fu poi reintrodotta ma con disposizione non retroattiva). Nessuno di loro è più uscito dal carcere, anche se ci sono probabilità per due delle tre ragazze, ormai settantenni, per la prossima richiesta di condizionale. Manson, divenuto in prigione membro della Fratellanza Ariana, ha attualmente 82 anni, e non si è presentato all’udienza per il riesame nel 2012, durante la quale le autorità carcerarie hanno presentato evidenza di un suo aggravarsi di condizioni di schizofrenia e disturbi delusionali. La prossima udienza per la richiesta di semi libertà gli è stata accordata non prima del 2027, quando avrà 92 anni.

Il suo culto ha subito negli anni fasi alterne, alcuni musicisti hanno inciso sue canzoni, ha un sito web e negli anni ha avuto scambi di corrispondenza con amici e ammiratori all’esterno, e persino un fidanzamento con una sua fan ventiseienne, attualmente annullato. Tuttavia da che è stato incarcerato il suo gruppo di seguaci si è disperso, nè ha mai provato a ricostituirsi, forse perchè una volta estirpatone il capo gli adepti non hanno trovato in sè forza o volontà di proseguire nella loro insensata campagna di ultraviolenza. Abbiamo paranoia, razzismo, e omicidi a volontà, in America come in tutto il mondo. Ma per fortuna, il particolare tipo di odio proclamato da Manson alla società non ha proliferato; forse il male di cui era responsabile nasceva in un periodo, i tardi anni ’60, in cui la rivoluzione sessuale e nei campus universitari, la sperimentazione di droghe e le lotte per i diritti civili, gli scontri razziali e le proteste per il Vietnam, tutto congiurava a creare un terreno fertile per un leader che basava il suo culto sulla paranoia e lo scontento sociale. Ed è anche grazie a un libro come questo che la riflessione su dove porti la fede cieca in un capo che continua a indicare a chi lo ascolti che è nel diverso la causa di tutti i  problemi continua ad essere attuale e necessaria.

Lorenza Inquisition