Elisabetta l’ultima regina – Vittorio Sabadin

la copertina del libro "Elisabetta, l'ultima regina" di Vittorio Sabadin
la copertina del libro “Elisabetta, l’ultima regina” di Vittorio Sabadin

Anche quest’anno sono lenta e poco concentrata e quindi 50 libri me li sogno, sarà tanto arrivare a venti ma va beh, “barcollo ma non mollo” e quindi non mi metto rogne e leggo quello che mi ispira, a cuor leggero.
Questo mi ha ispirato e l’ho afferrato di getto dal dispenser della biblioteca.
Mi ha ispirato perchè sono british dentro e affascinata dall’aristocrazia e dalle monarchie, per quanto ne veda gli anacronismi e le contraddizioni, e inoltre, Elisabetta è un personaggio che mi interessa molto. Con questo libro ho avuto modo di imparare un sacco di cose sulla monarchia inglese e su di lei, anche cose che mi hanno fatto scuotere la testa, che personalmente non approvo, ma nel complesso mi ha fatto capire che è vero, la Regina non è lì che se la gratta all day long e che questa regina in particolare ha significato molto per il suo paese e come personaggio politico è più di un viso sulla sterlina, cose che intuivo ma che sono riuscita a capire meglio grazie alla scrittura leggera (a tratti troppo. Secondo me le bozze non sono state riviste bene, fossi in UTET, farei saltare delle teste) ma chiara. E’ un libro a temi e aneddoti, alcuni molto carini.

Per esempio, io non sapevo che lei e Filippo si fossero incontrati da giovanissimi e innamorati subito, lei a 14 anni e lui 18 e sono ancora insieme, come si sa. E pensavo che lui fosse un po’ parte della tappezzeria mentre invece gli si devono molte idee e riforme della monarchia. Non sapevo gran che di tutta la questione di Lady D (ricordo solo il trambusto della sua morte ma avevo 7 anni) e qui penso sia trattata in modo molto corretto.
Non sapevo molto delle cerimonie nè delle abitudini di corte o dell’entourage nè della vita dei paggi, valletti o Ladies in Waiting. Non sapevo dei vari codici di comunicazione legati all’immancabiel borsetta di Elisabetta e tante altre cose carine.
Insomma, è una lettura interessante e divertente e ora che ne so un po’ di più, darò uno sguardo al Trooping the Colours che si terrà a Londra a giugno.

Lo consiglio se vi interessa il personaggio e la monarchia inglese e volete saperne di più.
Lo sconsiglio se partite a sfavore dei Royals e di Elisabetta perchè l’autore chiaramente li ha in grande simpatia (cosa che ogni tanto ha infastidito anche me) e quindi il testo vi farà irritare un sacco.

God save the Queen.

** Scelto per la Disfida alla voce “l Libro di un genere che leggi raramente”, ovvero attualità/saggistica del tipo “contiamocela su”.

Selena Magni

DESCRIZIONE

Il 10 dicembre del 1936 Edoardo VIII rinuncia al trono d’Inghilterra per amore dell’americana Wallis Simpson. Il nuovo sovrano è suo fratello “Bertie”, Giorgio VI, padre di Elisabetta e Margaret. In quei giorni la piccola Margaret, che ha solo sei anni, chiede alla sorella maggiore: «Questo significa che poi diventerai regina anche tu?». «Suppongo di sì», risponde Elisabetta, improvvisamente molto seria. E Margaret commenta, candida: «Povera te». Quasi ottant’anni dopo, il 9 settembre 2015, la regina Elisabetta II ha superato il record del regno di Vittoria, durato 63 anni e 217 giorni, divenendo il sovrano che ha regnato più a lungo nella storia della Gran Bretagna.
Vittorio Sabadin racconta la straordinaria vita di Elisabetta: la lunga storia d’amore con Filippo di Grecia, dal loro primo incontro, a bordo dello yacht reale, quando lui era soltanto un giovane allievo ufficiale della Marina e lei aveva appena tredici anni, sino ai festeggiamenti per le loro nozze di diamante (unici reali nella storia inglese a raggiungere il traguardo); il complesso rapporto con il figlio Carlo e con “la principessa del popolo”, Diana; le relazioni, non sempre facili, con i capi di Stato stranieri e con i premier inglesi – memorabili i contrasti con Margaret Thatcher e Tony Blair.
Una biografia curiosa e documentata, che intreccia con abilità i grandi eventi storici e gli aneddoti più intimi e personali, restituendo un ritratto spesso sorprendente della Regina: Sabadin ci rivela risvolti inediti della ben nota passione di Elisabetta per i cavalli e i cani corgi, ci spiega i segreti del suo inconfondibile stile e ci conduce persino a bordo del Britannia, l’amato Royal Yacht su cui la Regina ha trascorso molti dei suoi rari momenti di riposo.
Ultima rappresentante di un modo di concepire la regalità come servizio e dovere, fortemente convinta dell’imparzialità del suo ruolo nei confronti della politica e della netta divisione tra la sfera pubblica e istituzionale e quella privata, Elisabetta II è riuscita a diventare nel tempo un’icona per generazioni distanti e molto diverse tra loro: nessuno, per quanti secoli possa ancora durare la monarchia britannica, sarà più come Elisabetta, l’ultima regina.

Il libraio di Kabul – Asne Seierstad

“Consideravano come nemici del popolo tutti coloro che amavano le immagini, i libri, le sculture, la musica, il ballo, i film e il libero pensiero”.
Åsne-Seierstad-Il-libraio-di-Kabul-Ed.-Sonzogno

Ho terminato ora di leggere Il libraio di Kabul di Asne Seierstad (edizioni Bur), dove si offre un reportage in forma di romanzo della difficile storia  dell’Afghanistan che cerca di risollevarsi dopo la guerra. Si entra lentamente a far parte della famiglia del libraio, vedendo come abbia vissuto gli anni di governo dei talebani e di tutti quelli che hanno assunto il comando del Paese dalla fine del Novecento fino alla storia più recente dell’Afghanistan, con molti riferimenti a un passato meno conosciuto. Il fulcro di tutto è, più che la storia o la politica, la numerosa famiglia del protagonista, divisa tra l’Afghanistan e il Pakistan. I componenti della famiglia sono sottomessi all’assoluto volere e potere del capofamiglia, e nel romanzo si viene a capire come ognuno di loro reagisca durante gli anni delle varie dominazioni subite dal Paese e all’evoluzione del concetto di parentela.

C’è chi si avvicina alla religione in maniera totale ma poi se ne allontana, chi si ribella al capofamiglia, chi di nascosto tesse il suo sogno di fare l’insegnante e ci prova, chi accetta ogni regola e si piega al volere del padre, chi non può fare altro che guardare ogni cosa da lontano accettando la volontà del marito senza poterlo contrastare.

In me ha soprattutto risvegliato un senso di forte solidarietà con le donne di questo paese. Umiliate, spersonalizzate, spogliate dalla possibilità di sognare, pensare, amare. Di essere. La società in cui vivono, d’altronde, è un contesto culturale dove «il termine per sposa e bambola è lo stesso: arus». E una bambola non può che dipendere da chi la possiede. Una condizione che mi ha riportato in mente la lettura di un vecchio testo degli Anni ’60 sulle istituzioni: Asylum di Goffman. In questo caso si trattava di un’indagine sulle istituzioni totali, dei manicomi (quelli che c’erano prima della Legge Basaglia) . La persona internata subiva un processo di spoliazione della propria personalità, di annientamento e annullamento, proprio come queste donne vivono fin dalla tenera età. Certo il mio è un giudizio che arriva da un osservatorio privilegiato e lontano anni luce da questa cultura ma ciò non toglie che a queste donne è negata la possibilità di “essere”.

Liliosa T.

DESCRIZIONE

In questo libro, il resoconto dettagliato, intenso e appassionante di Åsne Seierstadt, giornalista norvegese e corrispondente di guerra giunta in Afghanistan nel novembre 2001.
Dopo la caduta del regime talebano, Åsne capita per caso in una libreria ed è l’incontro con Sultan Khan, il proprietario, un libraio incarcerato per due volte in nome delle libertà intellettuale e della dignità del suo paese, a stimolare in lei il desiderio di entrare nelle profondità della cultura afgana. Per questo avanza al libraio una proposta azzardata: chiede di poter vivere a casa sua, completamente immersa nella quotidiana vita domestica dei Khan, con lo scopo di scrivere un libro sulla famiglia ospitante.
La risposta del libraio è sorprendentemente semplice: dapprima ringrazia, per poi ripetere per due volte «benvenuta». Accolta in casa Khan, diventata per circa un anno la “figlia bionda” del libraio, benvenuta Åsne lo è davvero: in casa vige l’ordine di non farle mancare nulla e tutti sono colmi di riguardi nei suoi confronti. Da testimone ci racconta storie di libri salvati e squarci di vita quotidiana in Afghanistan attraverso amori proibiti, matrimoni combinati, crimini, punizioni, ma anche solidarietà e legami fortissimi. La permanenza in casa Khan tuttavia non è un idillio, perché non lo è, né può esserlo, il contatto di una donna occidentale con una società che, alle donne, non riconosce molti diritti.
Il regime talebano, infatti, sebbene crollato, «non è scomparso dalle menti delle donne», né, tanto meno, da quelle degli uomini.
Suscita scalpore, per non dire sdegno, che una donna senta il bisogno di lavorare o di ricevere un’istruzione, e questo non è che la prima delle ingiustizie mostrate dall’autrice. Il libraio di Kabul non è tuttavia un libro che dà qualche giudizio, ma è semplicemente una testimonianza di un’esperienza vissuta in prima persona. Molti aspetti della loro religione e del loro credo sono difficili da comprendere, soprattutto se si è donne e non legate alla fede, ma la lettura de “Il libraio di Kabul” sarà uno stimolo a cercare di capire il loro punto di vista, quello di chi è diverso da noi.