Il libraio di Kabul – Asne Seierstad

“Consideravano come nemici del popolo tutti coloro che amavano le immagini, i libri, le sculture, la musica, il ballo, i film e il libero pensiero”.
Åsne-Seierstad-Il-libraio-di-Kabul-Ed.-Sonzogno

Ho terminato ora di leggere Il libraio di Kabul di Asne Seierstad (edizioni Bur), dove si offre un reportage in forma di romanzo della difficile storia  dell’Afghanistan che cerca di risollevarsi dopo la guerra. Si entra lentamente a far parte della famiglia del libraio, vedendo come abbia vissuto gli anni di governo dei talebani e di tutti quelli che hanno assunto il comando del Paese dalla fine del Novecento fino alla storia più recente dell’Afghanistan, con molti riferimenti a un passato meno conosciuto. Il fulcro di tutto è, più che la storia o la politica, la numerosa famiglia del protagonista, divisa tra l’Afghanistan e il Pakistan. I componenti della famiglia sono sottomessi all’assoluto volere e potere del capofamiglia, e nel romanzo si viene a capire come ognuno di loro reagisca durante gli anni delle varie dominazioni subite dal Paese e all’evoluzione del concetto di parentela.

C’è chi si avvicina alla religione in maniera totale ma poi se ne allontana, chi si ribella al capofamiglia, chi di nascosto tesse il suo sogno di fare l’insegnante e ci prova, chi accetta ogni regola e si piega al volere del padre, chi non può fare altro che guardare ogni cosa da lontano accettando la volontà del marito senza poterlo contrastare.

In me ha soprattutto risvegliato un senso di forte solidarietà con le donne di questo paese. Umiliate, spersonalizzate, spogliate dalla possibilità di sognare, pensare, amare. Di essere. La società in cui vivono, d’altronde, è un contesto culturale dove «il termine per sposa e bambola è lo stesso: arus». E una bambola non può che dipendere da chi la possiede. Una condizione che mi ha riportato in mente la lettura di un vecchio testo degli Anni ’60 sulle istituzioni: Asylum di Goffman. In questo caso si trattava di un’indagine sulle istituzioni totali, dei manicomi (quelli che c’erano prima della Legge Basaglia) . La persona internata subiva un processo di spoliazione della propria personalità, di annientamento e annullamento, proprio come queste donne vivono fin dalla tenera età. Certo il mio è un giudizio che arriva da un osservatorio privilegiato e lontano anni luce da questa cultura ma ciò non toglie che a queste donne è negata la possibilità di “essere”.

Liliosa T.

DESCRIZIONE

In questo libro, il resoconto dettagliato, intenso e appassionante di Åsne Seierstadt, giornalista norvegese e corrispondente di guerra giunta in Afghanistan nel novembre 2001.
Dopo la caduta del regime talebano, Åsne capita per caso in una libreria ed è l’incontro con Sultan Khan, il proprietario, un libraio incarcerato per due volte in nome delle libertà intellettuale e della dignità del suo paese, a stimolare in lei il desiderio di entrare nelle profondità della cultura afgana. Per questo avanza al libraio una proposta azzardata: chiede di poter vivere a casa sua, completamente immersa nella quotidiana vita domestica dei Khan, con lo scopo di scrivere un libro sulla famiglia ospitante.
La risposta del libraio è sorprendentemente semplice: dapprima ringrazia, per poi ripetere per due volte «benvenuta». Accolta in casa Khan, diventata per circa un anno la “figlia bionda” del libraio, benvenuta Åsne lo è davvero: in casa vige l’ordine di non farle mancare nulla e tutti sono colmi di riguardi nei suoi confronti. Da testimone ci racconta storie di libri salvati e squarci di vita quotidiana in Afghanistan attraverso amori proibiti, matrimoni combinati, crimini, punizioni, ma anche solidarietà e legami fortissimi. La permanenza in casa Khan tuttavia non è un idillio, perché non lo è, né può esserlo, il contatto di una donna occidentale con una società che, alle donne, non riconosce molti diritti.
Il regime talebano, infatti, sebbene crollato, «non è scomparso dalle menti delle donne», né, tanto meno, da quelle degli uomini.
Suscita scalpore, per non dire sdegno, che una donna senta il bisogno di lavorare o di ricevere un’istruzione, e questo non è che la prima delle ingiustizie mostrate dall’autrice. Il libraio di Kabul non è tuttavia un libro che dà qualche giudizio, ma è semplicemente una testimonianza di un’esperienza vissuta in prima persona. Molti aspetti della loro religione e del loro credo sono difficili da comprendere, soprattutto se si è donne e non legate alla fede, ma la lettura de “Il libraio di Kabul” sarà uno stimolo a cercare di capire il loro punto di vista, quello di chi è diverso da noi.

 

 

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